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17 dicembre 2013

Recensioni non richieste (perdonami, Pif)

L'intelligenza è sexy. Infatti Woody Allen ha avuto più donne di voi. Anche il denaro e il potere sono sexy, infatti anche Silvio Berlusconi e Tony Soprano hanno avuto più donne di voi. Io però non subisco particolarmente il fascino del potere e del denaro, quindi torniamo all'intelligenza. Ritengo che al mondo esistano uomini profondamente attraenti pur non essendo canonicamente dei figoni alla George Clooney, e uno di questi si chiama Pierfrancesco, conosciuto ai più come Pif. Ho scoperto Il Testimone svariati anni fa, e come già dissi in altri post è, a mio modestissimo e volgare parere, uno dei programmi TV più intelligenti e "necessari" del palinsesto televisivo italiano. Pif mi piace perché è umile, e perché sa scavare sul fondo delle cose spiegandone gli spigoli, e lo fa sempre con spensierata dolcezza, sincera perplessità. Ritengo che Pif sia bello, coi capelli (già) bianchi e gli occhi celesti, e non mi disturba la voce nasale né quell'espressione un po' così, l'espressione di chi sembra che lo stanno per prendere a schiaffi. I suoi "documentari" mi hanno fatto piangere, ridere e crescere, e niente toglierà a Pierfrancesco un posto d'onore tra i miei uomini del cuore, a pari merito con Roberto Benigni ed Enrico Lucci (ribadisco: l'intelligenza è sexy. Per sempre. Anche quando avrete 60, 70, 80 anni. Voglio dire... Ce l'avete presente Hannibal Lecter?).


Detto questo, un paio di settimane dopo quasi un anno e mezzo di relazione io e il mio ragazzo abbiamo deciso di darci alla vita e siamo andati al cinema per la prima volta insieme, l'ho praticamente supplicato di portarmi a vedere La mafia uccide solo d'estate ed ho pagato io i biglietti. Lui mi ha comprato delle Pringles e delle caramelle, l'acqua invece l'ho portata da casa - non sono tirchia, è che a casa mia l'acqua è buona, ne ho sempre una bottiglietta in borsa.

Mi aspettavo un sacco di cose dal film di Pif. Perché vedete, nonostante i miei post, i miei status, le mie opinioni stridano con ciò che sto per dire io sono figlia della cultura di sinistra, e sopratutto io sono di sinistra. Irrimediabilmente. Ho visto e amato I cento passi, ho visto e amato tanti film di (bravi) registi italiani che non hanno problemi a poggiare il culo sulla poltrona vicino a Fazio. Avrò certamente sufficienti facoltà per criticare "quella" cultura, ma la mia playlist di Spotify parla chiaro: De André, Guccini, Caparezza e Finardi spopolano. E se Pertini (non) è il mio presidente, beh, non lo è mai stato nemmeno Andreotti. Io sono di sinistra. E infatti non so rapportarmi bene alle persone di sinistra.

Tutto questo per dire che la critica che segue non vuole essere l'ennesima, aggressiva presa di posizione contro "quella cultura", perché "quella cultura" è ciò di cui io sono inevitabilmente figlia - a 7 anni mio padre mi ha portata a vedere Moni Ovadia. Non posso dire di esserne uscita del tutto illesa, ma è certo che non posso fare di tutta l'erba un fascio e date le premesse io, cretina, dal film di Pif mi aspettavo qualcosa: mi aspettavo, appunto, I Cento Passi II che diciamolo, nonostante tutta la retorica rosso sbiadita che ci hanno voluto costruire sopra è un film davvero bello, intenso ed educativo. Migliore di tante altre stronzate che ci costringono a guardare al liceo.

La mafia uccide solo d'estate mi è costato quasi 18 euro e non mi è piaciuto per niente. Non è piaciuto nemmeno al mio ragazzo, tanto valeva li bruciassi quei soldi, avrei potuto fare un video da mettere su Youtube.

Innanzitutto l'ho trovato piatto. Dimentichiamo per un secondo che siamo a Palermo e sullo sfondo fanno saltare in aria i giudici: è la storia di un ragazzino che incarna tutti i cliché del ragazzino sfigato, diverso, fantasioso ai limiti dell'autismo. A 'sto ragazzino gli piace Andreotti, e gli piace la bella della classe (interpretata dalla superba Cristiana Capotondi. Nota sopratutto per Notte prima degli esami, Vacanze di Natale '95 e Sissi, rendiamoci conto). Naturalmente la bella della classe lo odia. Ma poi torna 10 anni dopo ed è, del tutto casualmente, l'assistente di Salvo Lima. Lo odia ancora, e molto, finché non decide di baciarlo senza dire una parola. Un attimo dopo che hanno ammazzato Falcone o Borsellino (non ricordo quale dei due). L'attimo dopo, giuro, lei sta partorendo, hanno un figlio, portano il figlio a vedere tutte le insegne dei morti di mafia e la morale è presto fatta: non dimentichiamo, non permettiamoci di dimenticare. Molto bene. Grandissimo contenuto. Sono d'accordo. Forse l'ha banalizzato un pochino.

Comunque la microstoria che va a intrecciarsi forzatamente con la stagione insanguinata e stragista degli anni '80/'90 in Sicilia. Vengono tirati in ballo Andreotti, Falcone e Borsellino, Dalla Chiesa, La Torre, eccetera eccetera. Questi personaggi non vengono quasi mai approfonditi, i più famosi compaiono sullo schermo in filmati dell'epoca, montati ad hoc per far sembrare Andreotti Satana in persona (e va benissimo, ma ritengo che i grandi personaggi oscuri della storia, per fare veramente un certo effetto e una certa impressione vadano un minimo spiegati, affrontati, compresi e fatti comprendere: non basta dire che Andreotti non si presentò al funerale di Dalla Chiesa perché secondo la celebre, già sentita frase egli "Ai funerali preferiva i battesimi") e i buoni sono buoni e basta, hanno lo stesso spessore di Babbo Natale. Offrono una brioche a un ragazzino, gli insegnano la vita in pochi minuti e trenta secondi dopo sono già cadaveri.

Insomma, il tema della mafia non è semplice, è un tema insanguinato, doloroso, che merita delicatezza, profondità e rispetto. Personalmente, ho visto un unico film in cui ci si fa beffa di un'associazione criminale, e quel film è Bastardi senza gloria, diretto da un certo Quentin Tarantino che ha, a mio modestissimo parere, raggiunto la maturità adatta per invitare il pubblico a ridere dei nazisti. E io ho riso fino a farmela sotto. Invece il film di Pif in cui Totò Riina dice parolacce in palermitano stretto, come un qualsiasi caratterista dei cinepanettoni e non sa usare il telecomando ecco non mi fa ridere, nemmeno un po', lo trovo piatto, scialbo e trattato male. Ieri sera sono andata a vedere Natale in Sicilia con gli attentati al posto delle scoregge e i comizi al posto dei rutti.

Tra le recensioni lette non ce n'è una che critichi il film di Pif, sono tutti entusiasti e vi posso assicurare che mi sto ancora chiedendo se per caso non sia io, il problema. Sono forse io a non averlo capito? Originale, scrivono. Beh questo è vero. E' originale utilizzare filmati reali di quegli anni, attaccarli a un'altra storia, montarli affinché compongano un puzzle che come ne La storia di Elsa Morante mescola i grandi eventi con quelli piccoli della gente piccola. E' originale, no originale no, è inconsueto e interessante, lo riconosco. Ma è fatto male. E' reso male. Non è commovente, non è istruttivo, è molto noioso e profondamente scontato. Il film manca di trama, di sostanza, di pathos, di approfondimento, di storia, di recitazione, di tutto. E' una lunga puntata del Testimone in cui c'è la Capotondi e Pif è incredibilmente impostato, e coi capelli tinti - perché poi diciamolo, Pif è sexy anche perché ha le rughe, e nei panni del ventenne ci sta bene come la sottoscritta in quelli di Jessica Rabbit. I palermitani emergono come un popolo superficiale e ignorante, macchiettistico, del tutto privo di consapevolezza: il dialetto è forzato, esagerato, reso sterile, ricorda Pieraccioni che ogni trenta secondi esclama Maremma! per ricordarci che è toscano, e questo deve farci ridere per forza.

Questa, la mia modestissima opinione. Poi, si tratta di Pif quindi sono sempre disposta a cambiare idea, e dovesse fare un altro film non avrei problemi a spendere altri quasi diciotto euri e concedergli una seconda possibilità. Una sola, però. Perché poche cose al mondo m'indispongono quanto andare al cinema e accorgermi di aver sprecato tempo e denaro nel guardare un film che non mi ha lasciato assolutamente niente, ma niente davvero per dire, persino le inquadrature di Palermo sono bruttine. Sembra ambientato a Baghdad. Io se fossi Siciliana (ed è una regione a cui sono profondamente affezionata) mi sentirei non dico offesa, ma molto annoiata.

Quindi non dico, non andate non spendete i soldi. Ci mancherebbe. Fatelo. Poi tornate qui e fatemi sapere se ne è valsa la pena. Se trovassi qualcuno d'accordo con me oltre al mio ragazzo ne sarei felice, sto iniziando a sospettare che la mia voglia di polemica oltrepassi la voglia di verità. No, non è vero, sto mentendo. Quel film è brutto, ma le opinioni sono comunque ben accette. Le leggerò per poi disinteressarmene.

Ciao pochi e amati lettori, scherzo. Per Natale chiederò agli Elfi rinnovata voglia di scrivere nell'anno che viene. E' stato un periodo intenso, per certi aspetti difficile. Confido nelle Ferie.

Un abbraccio.


24 ottobre 2013

Cuore di cane

Ho dovuto farlo. L'ho lasciata andare. Sono passate poco più di 48 ore, e dovranno passarne molte altre prima che io mi senta bene. Prima che io oltrepassi il lutto. "Era solo un cane". Solo un cane. Non l'avete mai letto, voi, Il Piccolo Principe. 
Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' piu' importante di tutte voi, perche' e' lei che ho innaffiata. Perche' e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche' e' lei che ho riparata col paravento. Perche' su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche' e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche' e' la mia rosa".
Ed è lei che ho accudito, ogni giorno, per diciotto anni. E' lei che ho tenuto sul divano, tra le braccia mentre guardavo la televisione. E' lei che mi svegliava alle quattro di notte perché aveva fame, aveva sete, aveva voglia di uscire. Ed è lei che mi amata, tanto, come gli animali. E i bambini che, del resto, sono cuccioli. Lei mi ha amata incondizionatamente, per quello che ero. E a me bastava darle da mangiare per sentirmi la persona più importante, più magnanima del mondo.

Mi sono presa cura di lei perché era piccola, perché era buona, perché mi faceva ridere. E' stato per le orecchie a sventola, le gambe storte, e gli occhi dolci che aveva, è stato per il suo modo di muoversi, di comunicare, di dormire. Per tutte le ore passate insieme quando ero bambina e figlia unica, e lei era un Pokémon, un dinosauro, un bebé. Era tutto quello che le chiedevo di essere, e mi ha insegnato a stare con gli altri, a prendermi cura di loro, è lei che mi ha accompagnata nei lunghi pomeriggi d'estate, ha leccato le mie ginocchia sbucciate (e papà non ne è stato entusiasta) e mi correva dietro, quando pedalavo forte nei miei 9 anni sulla prima bicicletta, quella da maschio, blu. Abbiamo avuto tempo, ne abbiamo avuto tanto - ma un certo Eugenio mi ha insegnato che quando qualcuno che ami muore il lungo viaggio è sempre breve. E io e lei insieme forse un milione di scale le abbiamo fatte sul serio. Quelle di casa mia, che portano alla mia stanza, per diciotto, lunghi anni. Insieme.

Su quel tavolo di ferro sembrava molto piccola. Negli ultimi anni aveva perso troppi chili, era vecchia, rimbambita, mezza sorda e mezza cieca. Ma c'era. Eccome se c'era. Correva, mangiava, beveva, era autonoma. Acciaccata, ma arrogantemente viva, vitale. Ha avuto un'ischemia dovuta all'età avanzata, l'ho portata dal veterinario e ho fatto la cosa giusta, la cosa che andrebbe fatta. Ma mica solo con i cani. A mio modestissimo parere dovrebbero poterlo fare tutti. Qui lo dico: se il cervello si spegne, vi prego, lasciatemi morire. Il cervello è tutto quello che ho. 

L'ho accarezzata tutto il tempo. Il veterinario è stato professionale e gentile, mi ha lasciata abituare all'idea. Mi ha lasciato tanti minuti, preziosi e indimenticabili, per tenerla vicino. Ho fatto tutto quello che ho potuto. Ho teso ogni nervo affinché lei capisse. Affinché lei vedesse insieme a me, come in un fottuto film, i momenti di una lunga, felice vita insieme. La sua è finita due giorni fa, intorno alle 19, su un tavolo di ferro in cui sembrava molto piccola. E molto stanca. 

Si chiamava Lilli, era il mio cane e io le volevo bene. Era un cane. Solo un cane. Ma no che non la scambierei con un bambino. Con nessun bambino. Nemmeno con il vostro. Forse un giorno la scambierei con il mio, ma ora come ora no. Posso accettare che fosse vecchia, posso accettare che se ne sia andata serenamente, al momento giusto, in pace, senza soffrire, ma non accetterò di sentirmi dire che era solo un cane. Lei si chiamava Lilli, era il mio cane, e io la amavo da impazzire.


Ti auguro un viaggio sereno, bambina mia. E più di tutto mi auguro che tu sia stata felice. E secondo me lo eri. Eri felice quando ti cantavo che "è l'ora della maialina al burro al burro di arachidi di arachidi" e quando ti compravo i tuoi biscotti preferiti, quando ti tenevo al mio fianco e ti accarezzavo la schiena, ed ero felice anch'io. 

29 settembre 2013

Un blog all'antica

Ciao lettore. Per scusarmi del fatto che sono sparita per due mesi mi giustificherò raccontandoti una storia sentenziosa e lacrimevole. Goditela.

La prima volta che ho aperto un blog avevo quattordici anni, era il 2003. Ne sono passati dieci, e mi sono resa conto che internet è cambiato, e io certe cose non so più farle. Non so adattarmi alla filosofia dello smartphone, infatti non ne ho uno. Mi terrorizza l'idea di essere always connected e sebbene io lavori nel digital/social quando stacco mi piace beh... Staccare. Stendermi davanti alla televisione, leggere un libro, affacciarmi alla finestra e spiare nelle case degli altri, pensare ai cimiteri. Insomma, cose normali.

Sulla promozione di sé stessi io non credo di essere del tutto sul pezzo. Mi piace farlo per lavoro, ma io non sono un brand. Io sono una persona, e non voglio che la mia intera vita sia sbattuta su internet. Non è questione di privacy, ma di tempo. Nel mio tempo libero non voglio fare la blogger. Nel tempo libero io voglio fare la Vanna e la Vanna, da che mondo è mondo, un blog ce l'ha sempre avuto.

E poi c'è l'imbarazzo, è più forte di me. Mi imbarazza da morire pubblicizzare i miei post, condividerli a cannone, obbligare tutti voi a considerarmi. L'internet è cambiato, e sono cambiata io. Quando ero un'adolescente ero molto egocentrica, ora penso semplicemente che le persone abbiano di meglio da fare che leggere, ascoltare, considerare me. Non è vittimismo, solo un dato di fatto che accetto serenamente.

Perché non posso scrivere e basta? Perché non posso fare come nel 2003, quando il blog era solo il diario online? Io ci faccio quello che mi pare, non sono qui per piacere a nessuno. E invece dovrei buttare il blog su tutti i social network, sì persino su Linkedin, come fosse una qualifica. E dovrei sfruttare la mia immagine, truccarmi per sessioni di "selfies" davanti alla webcam, farvi vedere quanto sono carina mentre la luce della lampada mi scartavetra i lineamenti. E sono carina, sì, perché del resto mi si vedono solo gli occhi e gli occhi, almeno quelli, ce li ho belli. E truccati. Per fotografarmi davanti alla webcam. Oggi i blog, e i blogger, sono tutti un po' così e io mi rendo conto di non esserne capace.

Io davvero ne ho la bacheca piena di foto degli altri, delle altre sopratutto. Insomma, a volte io passo 40 minuti a torturarmi sul pubblicare o non pubblicare un autoscatto insignificante (vedasi foto), ho sempre come la sensazione di... Di risultare ridicola. E probabilmente lo sono. Poi le pubblico lo stesso perché lo fanno tutti, perché lo facevo anche nel 2003 e non credo che ci sia niente di male, ogni tanto, nell'usare uno strumento di comunicazione come internet per trovare delle conferme. Non ce ne dovrebbe fregare un cazzo dell'opinione degli altri? Può darsi. Io non ci riesco, a me di quello che pensano gli altri, non tutti, gli altri - beh un po' mi interessa. Parecchio. Ma non me la sento di fotografare la mia intera vita e poi farla vedere a tutti, com'è bellissima con il filtro old style. Sinceramente. Mi sono sempre reputata una persona abbastanza "dipendente" da internet e da tutto ciò che è social network, perché dal 2003 non solo apro blog, ma frequento forum, che sono gli antenati di Facebook e compagnia cantante. Eppure la mia idea di internet per quanto riguarda i blog è ferma al 2003. Questo è il mio diario. Ci scrivo quello che mi pare, quando mi pare, non sono qui per piacere a nessuno.

Per fare le blogger di successo è basilare avere una webcam. Io ce l'ho, ma non la uso (quasi) mai. 

Che poi nel 2003 non si stava mica neanche tanto male. Non c'era la crisi, e nemmeno Real Time TV. Non c'era nemmeno Facebook, e quindi io probabilmente non avrei un lavoro. O ne avrei un altro meno bello. O più bello, chi lo sa. Non tornerei nel 2003, perché anche se andavano di moda le gonnelline scozzesi che mi stavano da Dio io sono contenta della vita che ho ora, e di alcune cose che ci sono ora: la legge antifumo nei locali pubblici (e lo dico da fumatrice), X Factor, i jeans elasticizzati. Del 2003 rimpiango i miei quattordici anni, i miei pomeriggi dopo la scuola e il mio blog. E siccome i primi due non torneranno mai più, cerco di recuperare almeno il terzo.

Mi adatterò, ahimè lo sto già facendo. Ci provo anch'io ogni tanto a scrivere qualcosa di intelligente, e infatti mi invitano alle conferenze di SEL, in cui espongo il mio punto di vista sulla questione lavoro e litigo con gli anziani. Ma il più delle volte vorrei non scriverci niente, solo quattro righe disimpegnate come queste, e credo che ricomincerò a farlo - come fossimo nel 2003.

Sto bene, lavoro tanto, vivo serena come posso, rifletto spesso sulle case degli altri, sui cimiteri, sulla morte, leggo libri, vado in palestra, fantastico sulla mia partecipazione a X Factor, e mi guardo i capelli crescere. Vi penso. E tornerò presto, lo prometto.

Ciao amici.

Vanna

11 luglio 2013

Storie di giovani che trovano un lavoro

"Lei è una precaria?" "Sì lo sono" "Ah e che cosa ne pensa?" "Mah non penso niente, penso che la situa là fuori è brutta. Non perché lo sento dalla tv, più che altro lo sento dai coetanei" "Ha sentito di quel ragazzo che si è suicidato?" "Sì, ma la prego non mi chieda che cosa ne penso, è troppo triste" "E di quelli che hanno spappolato La Crisi e sodomizzato Il Precariato facendo i video su Youtube?" "Sì l'ho sentito, è anche questo è molto triste" "Lei è disoccupata?" "No ho un lavoro" "E che cosa fa?" "Lavoro in un'agenzia pubblicitaria" "Promoter" "No ci lavoro dentro, tipo ho un computer, telefono, faccio le cose" "Segretaria" "No io produco pubblicità, la faccio, su internet" "Su internet?"

E te lo chiedono sempre come se dicessi che fai le rapine. Non è che gridano, anzi, abbassano la voce e ti guardano fisso negli occhi "Internet?" come se non fosse una cosa importante. Come se non avesse cambiato per sempre il volto della simpatica stirpe umana. Come se internet fosse una cosa strana. Insomma, possiamo usarlo per cercare Paola Marella gambe e informazioni sulla nostra prossima gita a Medjugorie ma lavorarci è ancora considerato bizzarro dalla maggior parte degli... Beh, degli italiani, sopratutto quando sono medi.

Comunque. Se l'idea di avere uno stipendio, dei contributi e delle ferie pagate grazie ai social network vi sembra una cosa troppo stupida davvero fermatevi qui. A tutti gli altri, quelli che sono un po' più curiosi beh sappiate che seguirà una storia, sì una storia che potrebbe interessarvi perché è più che mai attuale: parla di una tizia qualsiasi (ma davvero eh, non è che sto per sottolinearne qualcosa di assolutamente peculiare e pazzesco) che si è laureata in una facoltà inutile che in tempo di crisi non è solo offensivo, è anche spaventoso perché vero, e tra una cosa e l'altra è riuscita a trovare un buon lavoro. E' stata fortunata, ed è stata intelligente: ha saputo fare, per ora, le giuste scelte e le giuste rinunce. Ha scelto di giocare d'anticipo, di lavorare studiando, di studiare lavorando, ha scelto inoltre di leggere molti libri e di non avere preconcetti troppo grossi, ha scelto di essere curiosa, aprirsi a tutto. Ha rinunciato a una buona dose di tempo libero, ad alcuni desideri, ha rinunciato a tutte le illusioni sopratutto a quelle belle. Ed ecco che inizia la storia di questa ragazza, di questa tizia che, inutile dirlo e guarda caso, sono proprio io.

La prima volta che ho lavorato avevo quindici anni e undici mesi (non ditelo alla finanza, facciamo che rimanga tra noi). Ho fatto l'educatrice in un centro estivo guadagnando 200 euro per due settimane di lavoro. Ho dimenticato molte cose, e ne dimenticherò altre intanto che invecchio, ma quei soldi infilati in una busta perfettamente e chiusa perfettamente bianca li ricorderò per sempre. Erano miei, non erano un regalo, li avevo guadagnati io e io avrei potuto farne ciò che volevo. Ho lavorato in quel centro estivo per altre due estati e in quinta superiore ho iniziato a dare ripetizioni e a fare le pulizie in un bar. Negli anni dell'università ho fatto la promoter, la commessa e la babysitter (babysitter vecchio stile, per due anni ho praticamente vissuto a casa di una famiglia, accanto al ragazzino più straordinario che si possa immaginare), e infine sono inciampata con acerbo interesse nel magico mondo della pubblicità mediante uno stage. Uno stage in una delle multinazionali pubblicitarie più importanti al mondo, naturalmente non ho esitato a cogliere l'ennesima occasione di non laurearmi in tempo (e di imparare un mestiere, un altro, perché com'è come non è io ho sempre avuto una paura maledetta di rimanere senza al lavoro e sono dell'opinione che più cose fai, più cose sai). Ho fatto i sei mesi di stage concludendo gli esami, a stage finito mi sono laureata e a un mese dalla laurea un'altra agenzia pubblicitaria mi ha presa. Ho un contratto di un anno, e il mio stipendio non è alto, ma è un buono stipendio se consideriamo che ho 23 anni e mi piace il mio lavoro che per l'ottanta percento del tempo consiste nello scrivere. Cosa che dovrebbe andar bene, considerato che sono laureata in Lettere, Facoltà che a rigor di logica dovrebbe renderti umanista, quindi amante e cultore dell'arte, in particolare di quella scrittoria.

(Segue lunga digressione tra il polemico e l'autocelebrativo, non vuole essere né l'una né l'altra cosa.) 

Perché nessuno ne parla? Del fatto che c'è un mondo, oltre a quello dell'insegnamento, in cui le materie umanistiche vengono accettate, persino pagate, trovano uno sbocco - e lo sbocco non è quello che viene quando hai bevuto troppo, non sempre, non in questo caso. Cos'è, sono i professori che avendo mediamente duecento anni non credono che fare pubblicità sia un lavoro? Oppure gli studenti considerano il fare pubblicità un ripiego, un qualcosa di squallido rispetto al mondo dell'editoria, della ricerca, dell'arte? Probabilmente l'una e l'altra cosa. La verità è che a Lettere nessuno ne parla, ma anche nessuno ne chiede. Esiste una specialistica in comunicazione a cui è possibile accedere anche se hai fatto la triennale in Lettere, ho addirittura pensato di iscrivermi. Mi è parso che uno tra gli esami più innovativi riguardasse le incisioni rupestri, e così ho desistito. Non fraintendetemi, io non sono una snob. Dico solo che una specialistica del genere mi è sembrata un po' troppo teorica, troppo polverosa, e io avevo bisogno di gettare subito le basi per il mio futuro perché io davvero non potevo permettermi di aspettare, non ho avuto scelta. Avessi avuto scelta avrei fatto la specialistica in Lettere Moderne, avrei conosciuto il meraviglioso universo dei concorsi pubblici e sarei diventata un'insegnante. Mio padre faceva il giardiniere attualmente barista, vivo in una casa popolare che non è di mia proprietà. Non posso certo definirmi ricca, e nemmeno benestante, comoda o avvantaggiata.

Non che voglia fare l'eroica o peggio la piccola fiammiferaia, racconto semplicemente com'è andata. La cosa più stancante è forse guardare i tuoi coetanei, persone a cui vuoi bene, scegliere. Scegliere di non lavorare, scegliere il percorso di studi che preferiscono, scegliere di fare uno stage non pagato in una casa editrice, in una scuola, in uno di quei posti che quando facevi le superiori e non conoscevi la realtà dei fatti credevi ti sarebbero spettati di diritto. Non funziona così, cresci e comprendi che avrai bisogno di adeguarti, che a differenza degli altri non potrai scegliere, non potrai procrastinare, non potrai rimanere a carico dei tuoi fino ai 35 anni. Il problema in Italia non sono quelli che rimangono a casa fino ai 35 anni, il problema sono le famiglie che non possono permettersi di mantenere un figlio fino ai 35 anni - non voglio dire che il primo caso sia piacevole, io credo che sia brutto, dico solo che quando sai che se non lavori il bilancio familiare ne risente e le bollette si accumulano è più brutto.

(Fine della digressione.)

Nessuna premessa figa, nessun cognome importante, nessun talento per il pianoforte. Ho studiato, ho lavoricchiato, sono una persona normale. Il colloquio, limpido e pulito. Ho le mie doti, certo, ma il mio è stato un colloquio assolutamente professionale, senza sovrastrutture di nessun tipo. Conoscenze, competenze, percorso di studi e, naturalmente, chi sono e che cosa desidero. Ciò che ho detto è piaciuto, sono risultata idonea e mi hanno presa.

Il mio titolo su Linkedin è Social media editor - che detta a soldoni per chi non ha voglia di andare su Wikipedia, è un qualcosa a metà tra il copywriter tradizionale (quello che ha inventato che certe cose succedono "Solo da Mc Donald's" , e che dobbiamo fare "L'amore con il sapore" - quello che è pagato per scrivere i testi del Pinguino Pino e Crai Crai spesa fantastica...) e il social media specialist (quello che ti gestisce contemporaneamente Twitter, Facebook e YouTube, li amministra e pubblica i contenuti, poi ne legge i dati e ti predice il futuro). Insomma, scrivo tutto ciò che va online sui social network di clienti nazionali e internazionali, controllo che non ci scrivano "Figli di maiala" e se ce lo scrivono cerco di capire perché e tento di risolvere il loro problema. Ecco, detta così è un po' riduttiva, ma vi basti sapere che è un lavoro bellissimo, dinamico e stimolante, e che ogni lettera e ogni immagine vengono valutate con cura e buongusto, sono a contatto con persone sveglie e interessanti, imparo un sacco di cose sul mondo della comunicazione e della pubblicità - un mondo interessante e creativo, il che conferma quanto io abbia avuto torto per i primi 22 anni della mia vita, e quanto torto avete voi che studiate Lettere e state leggendo questo post.

Sono capitata in questo mondo con leggerezza e quasi per caso, credevo mi avrebbero messa a fare i caffé invece in 6 mesi mi hanno dato una qualifica, un qualcosa che so fare, sono giovane e spaventata e inesperta e tutto quello che volete ma io qualcosa lo so fare, e qualcuno se ne accorgerà. Se ne sono accorti e ora ho un lavoro. Ed è un lavoro che mi piace. Tutto qui. 

Non c'è nessun lieto fine, non ho fatto i milioni e il mio fidanzato non è ancora passato col Cavallo Bianco per andare a figliare ed essere per sempre felici e contenti in qualche castello. Sono semplicemente una "Giovani e il mondo del lavoro", l'ennesima storia che per ora vede una luce in fondo al tunnel, perché sono anche un po' stanca dei servizi delle Iene in cui fanno vedere i "Giovani e il mondo del lavoro" che diventano ricchissimi e celebratissimi alla faccia di chi non ha avuto fiducia in loro, che producevano carta velina bellissima in un garage in provincia di Latina e adesso la loro carta velina la vendono in una boutique di Sydney a mille dollari al metro. Io sono contenta per quelli che ce la fanno in questi modi pazzeschi, meravigliosi ed entusiasmanti e mi rendo conto che un certo tipo di televisione è un mezzo atto a produrre esclusivamente contenuti che ricordino vagamente dei film, ma siamo su internet quindi penso che ci sia tutto il tempo di raccontare anche altre storie di "Giovani e il mondo del lavoro". Storie un po' più realiste, un po' più plausibili, storie in cui chiunque con un po' di cervello e buona volontà si possa riconoscere, possa magari imparare qualcosa, trarne non dico dei consigli ma almeno un pensiero da fare prima di mettersi a dormire. Insomma che non è che siccome "La Crisi" esistono solo quelli che si suicidano e quelli che fanno le scarpe a Donald Trump aprendo un negozio di cupcakes a Borghetto Santo Spirito, esistono anche tutti gli altri, esistono anche le loro storie un po' più noiose, un po' più plausibili, un po' più vicine.

Credo che queste storie siano moltissime, e a me andava di raccontarvi la mia.

24 giugno 2013

Tre giorni

(giugno) C'era una volta un mio amico, indossava una bella camicia, parlava con due ragazze. Ho pensato di ucciderle. Non le ho uccise, e dopo qualche mese lui mi ha preso la mano, io poi l'ho baciato - i bidelli portavano fuori la spazzatura.
(aprile) Il Bed & Breakfast era un ex convento. I soffitti erano alti, le pareti spoglie. Dividevamo un letto di ferro, il materasso era molle, l'Emilia taceva. Emettevo un suono con la bocca, una specie di schiocco - un rumore che rimbombava, si amplificava, si appiccicava all'intonaco. Abbiamo iniziato a ridere, alternavamo le risate a quel colpo sordo di labbra. E' stato un istante da niente, un frammento di tempo, di piccolo e scialbo, come quella stanza a venticinque euro a notte. Ho capito, profondamente e definitivamente, di amarlo come non ho mai pensato si potesse amare qualcosa, o qualcuno.

(oggi) Trecentoesessantaecinque giorni - per raccontarli ne sono bastati tre.
(e sempre) Grazie.

17 giugno 2013

Italia e le Italiane

Di questi tempi non ho tempo di fare nulla, nemmeno di suicidarmi. Ed è un peccato, lo so. Il nuovo lavoro mi assorbe completamente, e il fatto che un mese fa a quest'ora ci allacciavamo l'eskimo e adesso sudiamo dalla lingua come i cani non aiuta. E dopo anni di stoicismo "Io vado avanti a vodka lemon e sigarette e sto benissimo" ho ceduto anch'io al magico mondo delle pastigliette colorate e mi sono data alle vitamine: prendo il Multicentrum pensato ad hoc per le donne, sopratutto quando sono "sottopeso e debolucce", come ha detto la farmacista. Ovviamente non serve a nulla. In compenso costa 18 euro e le compresse sono così grosse che non sempre riesco a ingoiarle e sono costretta a berci sopra tre o quattro litri d'acqua, col risultato che al lavoro farei prima a portarmi il computer direttamente in bagno.
Poco tempo, pochissimo. Non ho davvero modo di stare dietro al blog, a fatica aggiorno la pagina Facebook e in generale non è che ultimamente sia molto attenta alla mia digital reputation che comunque si è sputtanata nel momento esatto in cui ho deciso di diventare una blogger celeberrima.

Ma siete pur sempre i miei lettori e io vi voglio bene, e vi penso sempre, semprissimo, vi penso così tanto e così profondamente che ho deciso di condividere con voi i risultati di una ricerca da me condotta. Dunque, circa un paio di settimane fa mi è venuta voglia di sapere quanti anni ha Caterina Guzzanti, ho pensato di chiederlo a Google, perché Google è buono e al contrario di Dio ha sempre le risposte che cerchi. E' così che mi sono imbattuta nei Gusti degli Italiani. E non mi riferisco ai gusti politici, letterari, di costume... No, parlo proprio dei gusti sessuali autentici. Sì, perché cercando Caterina Guzzanti tra i primi 10 risultati troviamo Caterina Guzzanti tette.

Caterina Guzzanti
Allora, posto che io la Guzzanti la trovo carinissima, non è esattamente una bomba sexy. Insomma, avessi trovato "Manuela Arcuri poppe" non è che mi sarei stupita più di tanto ma insomma... La Guzzanti, per quanto graziosa, è fondamentalmente una donna normale. Una di quelle che non ti stupiresti di trovarti accanto in metropolitana, una di quelle che ad alcuni piace, ad altri fa schifo, esattamente come noi comuni mortali nell'infinito limbo del né belle né brutte magari sì forse carine. Così ho pensato ad altre donne popolari che non sono diventate famose in quanto belle, ma in quanto "professioniste" in questo o in quell'altro ambito: sì, alcune di loro sono probabilmente diventate famose anche e sopratutto vendendo parti più o meno preziose del loro corpo, ma sempre di donne fisicamente "normali", non "canonicamente belle" stiamo parlando.

Ed ecco che cos'ho scoperto

Cominciamo con Paola Marella, conduttrice di svariati programmi su Real Time che trattano più che altro il mondo dell'immobiliare o del design d'interni. Ciuffo bianco, occhi bistrati di nero, non esattamente di primo pelo. Pare che gli italiani ne cerchino ossessivamente le gambe

Paola Marella

Ma quando si tratta di ossessioni per tutto ciò che nelle donne sta dalla vita in giù i maschi italiani non si fanno mancare niente. I piedi di Concita De Gregorio, si sa, vanno per la maggiore insieme a quelli di Daria Bignardi e di Laura Boldrini (la triade delle donne di sinistra a cui non vorrei assomigliare, né fisicamente né moralmente, nemmeno nei miei sogni più brutti), ma pare che pure i piedi di Arisa e addirittura di Maria Stella Gelmini siano oggetto delle più turpi fantasie nostrane.

Maria Stella Gelmini

Rosalba Pippa in arte Arisa


E sempre in fatto di feticismi è con Barbara D'Urso che ho ottenuto un risultato interessante. Sì, perché parte che del più grande *roione del palinsesto televisivo gli uomini non cerchino né il seno né le natiche, bensì le calze. E anche quando si parla di Daniela Santanché pare che nessuno chieda a Google "come fa ad andare a letto con Sallusti", si preferisce guardarne le cosce e, volendo, le caviglie. Raffinati i nostri connazionali, su questo non ci sono dubbi - altro che italiano medio tettecculi, fighetti! 

Barbara D'Urso

Daniela Santanché
C'è però una buona parte di popolo italiano che non si rassegna a questa tendenza un po' radicalsciscia della calza, del piede, della caviglia... Una buona parte di popolo italiano a cui, fondamentalmente, del dettaglio erotico non frega una beatissima mazza. E sono loro, sì, loro, i maschi veri per cui siamo famosi in tutto mondo a navigare il web in cerca di foto delle cosce e della scollatura di Antonella Clerici (e in fatto di scollatura non mi sento proprio di biasimarli...).

Antonella Clerici


E pare che anche Lucianina Littizzetto su internet riscuota un discreto successo! Qui però gli italiani stanno sul vago, non si espongono troppo, ma sta di fatto che al secondo posto tra le ricerche Google si trova Luciana Littizzetto hot, seguito da Luciana Littizzetto piedi (di nuovo) e Luciana Littizzetto tette (anche qui, come dar loro torto?).

Luciana Littizzetto

Cari amici, ci avviciniamo al termine di questo post dall'incredibile valenza sociale e politica, e lo ammetto, ho lasciato giusto due chicche per il gran finale. La prima mi ha stupita non poco. Tornando a monte ho cercato altre donne "di sinistra", donne che sono diventate celebri non solo per la loro bellezza, la loro simpatia, il loro carisma, la loro incontenibile voglia di vendersi, ma donne considerate normalmente "intellettuali" e sappiamo bene che in Italia gli intellettuali sono solo di sinistra - non venite a rompermi le palle con Montanelli, l'hanno già fatto in troppi. Comunque, tra un pensiero e l'altro ho cercato qualcosa su Lilli Gruber e anche qui, mi aspettavo un fiorir di piedi, caviglie, capelli e perché no bocca e invece ecco che gli italiani al primo posto mi mettono Lilli Gruber senza mutande.

Lilli Gruber
E in ultimo, ragionando sulle donne famose del palinsesto italiano non ho potuto non fare una ricerchina sulla più famosa e, immagino, potente di tutte. Giudice di X Factor, conduttrice di successo, che piaccia o che non piaccia... Simona Ventura ha le palle. E poi insomma, cercano i piedi della Gelmini... Vuoi che non buttino un occhio alle tette della Ventura? E invece no, pare che quando si tratti della Simo gli italiani abbiano in testa una sola cosa. Vi dò un indizio, citando una celebre canzone: sembra talco ma non è, serve a darti l'allegria!

Eh sì, al primo posto sulla barra di ricerca niente piedi, tette, culi, cosce e fianchi, no, per Simona... solo cocaina.

Simona Ventura... Appunto






31 maggio 2013

Di fatti e di intenzioni

Intendevo creare un certo tipo di bellezza che non fosse così bella come l'avevo non voluta. Questo mi ha lasciata senza molto di quello che avevo una volta intenzione di fare, e fui costretta a cambiare idea. L'intenzione era fare resoconti migliori. L'intenzione era fare più domande. 
R. Blau DuPlessis, L'intenzione era dire
Io soffro il freddo, moltissimo. Non so se è perché sono diabolicamente magra, ma sta di fatto che tengo il piumone anche a Ferragosto, e sono fisicamente impossibilitata a dormire senza calzini, la mia temperatura corporea ammonta ai 35 gradi. Pensavo che mi sento stanca, pallida, brutta, mi sento una vichinga indurita negli anni (e nel pelo) dal gelido, ostile Nord. Le mani sono fredde, così fredde che non sembrano nemmeno mie.
E' stato un duro inverno, non accenna a finire, almeno non a Milano che somiglia sempre di più a Detroit, in peggio. Diciamolo, è stata una primavera difficile e per certi aspetti nemmeno una primavera, non ha fatto che piovere fuori e dentro. Manca meno di un mese all'estate e nessuno se n'è accorto, mi chiedo come facciano a sopravvivere le piante, le foglie - forse sono più coriacee di noi, io ho passato mesi ad arrampicarmi alle mie lenzuola nel tentativo di non pensare a tutto ciò che c'era da affrontare, a quante "fine" si sarebbero svolte al di là delle palpebre. Lo stage, il dire addio, il dover salutare ogni cosa, le cicatrici: nelle difficoltà non ho mai messo in dubbio di voler profondamente bene ai miei colleghi, e nemmeno per un secondo ho dubitato di non essere ricambiata. Sono cose che non si dimenticano.
E subito dopo la laurea, un'altra fine e appena dopo la fine beh il vuoto, il gelido abisso della disoccupazione tout court: "E adesso che c*zzo faccio?".
Ho passato gli ultimi due mesi a campare dei miei risparmi finendo una tesi, e poi andando a dei colloqui per sentirmi chiedere se sono interessata a un lavoro porta a porta da un uomo gentile, così gentile che non hai nemmeno voglia di ribellarti e metterti a piangere, e l'unico diritto che ti resta è sorridere, mentire, andartene.
Con una gran voglia di strisciare verso la fermata del pullman, coi tacchi alti ai piedi su una statale e sembravo un'avvilente e avvilita prostituta barely legal e invece mi hanno chiamata per un altro colloquio, questa volta sembrava un lavoro figo e infatti il giorno dopo ci sono andata. I tacchi bassi facevano un suono piacevole sul pavimento pulito di un bel palazzo, in una bella via della Milano quella vera.

E salendo le scale, masticando inadeguatezza, ho ripensato alla primavera, a quanto sia ingiusto il fatto che non l'abbiamo vista, che non la vedremo per un altro anno. Ho pensato alla primavera, a tutto quanto che nasce, al sole che formicola sulla pelle stanca, pallida, assetata. Ho pensato ai fiori, agli alberi, alle foglie: sono lì, sopravvivono, curvi piangono i loro morti e ostinatamente si colorano, sopravvivono, esattamente come noi. La primavera non si è fermata a dormire, ma di tanto in tanto ci ha fatto una visita: era primavera quando lo stage è finito, il tramonto era molle e potente, io ho respirato e ho pensato di aver fatto il mio dovere, mi sono voluta un gran bene. E il caldo era torrido quando mi sono laureata, aprile si vestiva di maggio, tutto era movimento era vita era odori. Dopo la cerimonia ho tolto il vestito elegante, mi sono finalmente rimessa i jeans, una maglietta di cotone, sono tornata al mio posto... Chissà dov'ero andata, chi era quella lì. Il giorno della mia laurea sembra appartenere alla vita di un'altra: una tizia elegante, sorridente, sicura di sé, che espone perfettamente circondata da amici e parenti, così tanti che fanno fin troppo casino. Sono ultras, sono lì per lei. E' ben truccata, disinvolta, molto ansiosa di fare bella figura. E' una vita meravigliosa, ma è la vita di un'altra - forse per questo ho saltato la cerimonia ma mi sono presentata all'aperitivo in jeans, c'erano pochi amici, i migliori, e un aperitivo a Milano, le risate a denti scoperti, ecco sì quella è la mia vita, ed è altrettanto bella, è il paradiso terrestre, è il cum laude dell'esistenza.

Anche quando sono andata in montagna era primavera. Ad aggiungere altro mi sentirei una sciocca, e allora dico solo che indossavo una maglietta di D. a maniche lunga ed esibivo al sole le palpebre chiuse. Il viso bollente, il corpo rinforzato dall'aria sana e fresca, il rumore dell'acqua che le foto non raccontano. Le foto raccontano una coppia innamorata di ragazzi giovani e svegli, che ridono, si vogliono bene, sanno anche essere grandi amici. Una coppia sana, che pare stiano insieme da sempre. Ecco, è tutto vero, è esattamente così - e poi c'è il rumore dell'acqua, quella parte in cui siamo solo noi, quella cosa che gli altri non vedono, che ci guarda e ci riguarda, come una Promessa che non sapevamo di dover mantenere, come il sapersi semplicemente persone simili, affini, ugualmente bizzarre. Ecco io questa cosa non ve la posso raccontare, ve la posso solo augurare.

Ho ripensato a tutto questo, davvero, storie di giorni in pochi minuti, ho fatto il colloquio ed è andato molto bene, il lavoro non sembra è figo e comincio lunedì. Ecco, sì, ho fatto tutta questa lacrimosa premessa per dirvi che ho un lavoro, figo. Ho ricordato ciò che ho scritto alla fine del 2012 (lo trovate qui: click) quando ho intenzionalmente evitato di fare i buoni propositi, sapendo che li avrei mandati tutti a puttane.

Per il 2013 chiedo di ricordarmi ogni giorno che si vive per vedere i dolori del presente passati, e che non tutto ciò che amo è lì per essermi portato via.
Per il 2013 chiedo lavoro, doveri, responsabilità - chiedo di sapere cosa significhi il crescere come esperienza positiva, non solo attraverso la sofferenza ma anche e sopratutto attraverso ciò che di nuovo ti scopri in grado di fare.
Per il 2013 chiedo poco, quasi niente, solo scudi ed armi nuove.

Lavoro, doveri, scudi ed armi nuove. Il coraggio di agire, di rubare quando si ha fame - sono tutte cose già scritte, e forse per questo reali: sono tutte cose già dette, e sono arrivate, forse perché le ho chieste, attese, sperate, desiderate, auspicate, sempre sapute, custodite dentro, negli anni, nei vuoti, nella certezza spietata che ci sia un posto per me là fuori, nel vasto mondo - da qualche parte. 

17 maggio 2013

Ceci n'est pas un post su Fabio Volo

popolare [po-po-là-re] agg

1. Largamente noto, diffuso, praticato: personaggio p.; il calcio è lo sport più p.; che gode delle simpatie del popolo, amato: un politico molto p.
2. Del popolo, come insieme di tutti i cittadini senza distinzioni di classe sociale

Ultimamente vado matta per Il Testimone di Pif - e non solo perché ritengo Pif decisamente sexy, ma sopratutto perché è un programma piacevolissimo del palinsesto italiano: è leggero, intelligente e interessante, largamente sottovalutato dai cosiddetti "adulti" . Ho appena finito di vedere l'episodio 5 della stagione 4: Milioni di copie al volo, e con "Volo" parliamo di Fabio. Sì, avete capito bene, sto per parlare di Fabio Volo.


Io non lo conosco, di lui so giusto che: ha fatto un servizio televisivo nudo, scrive libri che non mi piacciono, una volta nell'ora di religione abbiamo visto un suo film che parlava di due disgraziati che divorziano e poi alla fine è tutto un sogno, o qualcosa del genere, e devo dirlo il film non era poi così brutto - o comunque l'ho trovato adeguato a dei diciassettenni e non fingiamo che piacere agli adolescenti sia semplice, perdio. So anche che se sei di sinistra, hai studiato Lettere Moderne e di tanto in tanto leggi la domenica culturale del Sole24Ore è bene dire in giro che detesti Fabio Volo, ed è esattamente ciò che ho fatto fino al momento in cui ho guardato la puntata de Il Testimone che trovate tranquillamente sul sito di MTV perché è semplicemente sconvolgente: Fabio Volo è maledettamente simpatico, desidero ardentemente che diventi mio amico, desidero che mi racconti aneddoti sulla sua adolescenza bresciana e che pianga con me davanti alla televisione.  E poi è umile, è divertente, è cazzone fino al midollo e sopratutto è uno che si prende in giro, si prende in giro in continuazione, e non gliene frega niente di essere uno scrittore perché lui è lui e basta - è l'appartenere al proprio nome, che tra tutte le cose umane e divine rimane la più auspicabile. E quella cosa che dice, "Sono diventato gli altri" mi ha abbastanza messo addosso i brividi, mi ha anche fatto riflettere. Insomma, bella per Fabio e ben venga qualcosa che sia popolare. Perché qui tutti parlano di popolo, hanno la bocca piena di popolo, e non sanno nemmeno che cosa sia e sopratutto, che cosa desideri. Che cosa gli vogliamo dare al popolo? Che cazzo gli vogliamo dare, Kafka e Bulgakov e perché no Sartre? 
E' così che abbiamo perso le elezioni: il popolo lavora tutto il giorno, si spacca la schiena, non ha nessuna voglia di cimentarsi con Kafka -  se vogliono Fabio Volo diamogli Fabio Volo e senza fare troppo i raffinati, è meglio dell'Isola dei Famosi e certamente non fa male a nessuno. 

(A 15 anni io frequentavo un CAG, che sta per Centro Aggregazione Giovanile - c'ero io con la kefia e poi c'erano i tamarri del paese, ricordo di essere rimasta incantata a guardare uno di questi tamarri che tutto tranquillo, sdraiato sul divano si leggeva Moccia. Posto che l'hobby preferito del tamarro in questione all'epoca era rubare motorini e spaccare a sprangate le panchine della piazza, io credo che un tamarro che legga Moccia sia preferibile. Sì, è preferibile che legga Moccia, piuttosto che non legga niente. Non credo che Moccia e Fabio Volo e tanti altri come loro abbiano intenzione di inserirsi nei programmi d'esame universitari, credo che scrivano libri brutti per persone che non amano leggere, ma che ogni tanto provano a farlo e se anche uno, uno soltanto da Moccia passa a Volo, poi ad Ammaniti e lì si ferma dovremmo comunque essere tutti contenti e, perché no, dire grazie - io ad esempio ho cominciato con Topolino, poi magari c'è chi ha cominciato direttamente con Tacito, in latino, e buon per lui!)

Ecco, volevo solo fare un post a caldo (anzi al volo!), in cui chiacchiero di inutilità sputando avverbi invece che bile - perché lo so che la simpatia non è sempre il mio forte, sopratutto quando scrivo.

E adesso, elenco random di cose che insieme a Fabio Volo non mi vergogno di ritenere piacevoli: le faccette pulite degli One Direction, gli (adolescentwit) adolescenti su twitter, Tiziano Ferro, Il diario di Bridget Jones, X Factor e, udite udite, a volte persino Uomini e Donne.

Ps: torno in cattedra e vi regalo un consiglio. Detestare Fabio Volo è facile, odiare gli One Direction è altrettanto facile, parlare male della sinistra italiana poi è facilissimo. Ma l'odio, come l'amore, nasce dall'informazione e della conoscenza, non si ama per sentito dire e nemmeno si odia per sentito dire. Insomma, guardatevi il video e fatemi sapere se lo odiate ancora!

8 maggio 2013

Sull'ex Cuem, et cetera et cetera


 Dunque, in questi giorni ne ho lette veramente di ogni e sentite altrettante. Un paio di miei status su Facebook poi sono stati fraintesi - non voglio giustificarmi come Berlusconi, ma allo stato attuale delle cose ho una specie di tendinite dovuta a una postura sbagliata quando sto al computer e ogni riga mi costa parecchio dolore, probabilmente tutto ciò ha influito sulla mia capacità di farmi comprendere (e sulla voglia di rispondere). Ma adesso che sono bella gonfia di antidolorifici posso permettermi di scrivere un paio di righe su quella che era ed è la mia università, seguirò il consiglio dei lettori e cercherò di essere meno violenta del solito, più lucida e obiettiva, magari anche meno volgare. 
Primo, a me la ex Cuem non piace - vabbé che non mi piace quasi niente, direte voi. 
Ok, però la ex Cuem non mi piace sul serio, e nemmeno mi piacciono i centri sociali. Mi reputo fondamentalmente contraria al concetto di Occupazione, dato che a me l'istituzione Stato va benissimo, e mi va benissimo pure la legge, la democrazia, l'istruzione e tutto ciò che agli anarchici, giustamente, non piace. Il fatto di essere una persona così profondamente sgradevole e arrabbiata però mi permette di documentarmi presso qualsiasi gruppo politico (o antipolitico) con gli occhi ben aperti, priva come sono di preconcetti: e non perché amo tutti, ma proprio per il motivo opposto, perché diffido di tutti e sono certa che quando gli esseri umani si riuniscono e si raggruppano per scopi sociali il più delle volte facciano danni, nel migliore dei casi fanno solo pena - ma questa è la mia opinione e sono certa che molti di voi non saranno d'accordo, e di nuovo va benissimo così.
Alla ex Cuem ci lavorano persone che io stimo, che conosco poco ma che leggendo qua e là mi sembrano persone con una loro integrità, una loro morale, degli scopi e degli obiettivi più o meno condivisibili, ma che io rispetto per il solito principio del morire affinché tutti possano esprimere il loro pensiero anche se diverso dal mio e blablabla. Alla ex Cuem però ci sono anche quelli che si laureano alla triennale in filosofia in 6 anni col 92, ed è a quel punto che i genitori regalano loro un bel bilocale a Pagano, a ennemila euro al metro quadro - ci sono anche quelli, e li ho visti e sentiti con i miei occhi, che reputano giusto distrarre la signora che lavora in mensa mentre si infilano in tasca mozzarelle e prosciutto per i loro pranzi sociali. Quindi, io non credo che i ragazzi ex Cuem siano stati puniti e perseguitati perché illuminati, portatori di amore e cultura, stinchi di santo e premi Nobel dell'intelligenza e della bellezza - non lo credo proprio. La mia opinione è che la ex Cuem andasse sgomberata: in un mondo perfetto lo spazio ex Cuem sarebbe servito, che so, come libreria universitaria laica in cui comprare libri a poco prezzo - esattamente ciò che era la Cuem, tra l'altro. Non è un mondo perfetto, la libreria è stata occupata e per quanto io reputi discutibile l'attività dei ragazzi a me personalmente non hanno mai, mai dato fastidio.
Detto questo, l'invio della Celere, il sangue e le manganellate io non le commento nemmeno. C'è bisogno di farlo? Facciamolo: a Milano c'è il problema della sicurezza, o almeno, così diceva De Corato. Io non sono d'accordo con De Corato, ma è certo che i miei nonni vivono in Corvetto e non se la sentono di togliere la polizza furto, incendio e atti vandalici all'assicurazione dell'auto nonostante il prezzo sia triplicato perché il quartiere dove vivono è spaventoso, roba che c'è da aver paura ad uscire la sera portando fuori il cane, sopratutto se sei pensionato e, nel loro caso, pure invalido. Quindi, com'è che nei quartieri malfamati due anziani signori hanno paura a pisciare il cane e quando un manipolo di ragazzi (quelli bravi, e quelli meno bravi) occupano un'aula della Statale arrivano i poliziotti con le bombe a mano, i carri armati e i superpoteri? Non lo so, non sta a me rispondere.

Aborro la violenza in ogni sua forma, quindi per me l'atto di manganellate sulla gente è condannabile tout court, senza se e senza ma. Al tempo stesso però prego i ragazzi ex Cuem di non strumentalizzare la storia a nome della Statale intera - perché io, per quanto solidale nei confronti dell'accaduto, ritengo il concetto di Occupazione sbagliato a priori, e ritengo che la ex Cuem andasse sgomberata, anzi, ritengo che non avrebbero nemmeno dovuto fondarla.

Poi, un ultimo appunto. L'altro giorno ho scritto sul mio profilo Facebook questa cosa:  

i peggiori rimangono gli studentelli made in PD (e SeL) che si fingono indignati ma la verità è che si sentono troppo nel '68 e non vedono l'ora di raccontare a casa che oggi in università hanno quasi RISCHIATO DI VEDERE gli sbirri in tenuta antisommossa. 

E sono stata in seguito lapidata sulla pubblica piazza da persone che non solo non avevo interpellato, ma persone a cui nemmeno ho pensato nel momento in cui scrivevo quello status. Naturalmente mi rendo conto che un blog come il mio possa non piacere a tutti, visto che se la prende con tutti! Io non sono qui per prendere le parti di qualcuno, io sono qui per denunciare ogni ingiustizia e ogni incoerenza, a cominciare dalle mie. 
Non sono brava a rispondere a caldo, anche senza tendinite: mi faccio subito prendere dall'emozione e dico cagate, ecco perché non potrei fare politica. Però ci ho pensato, ho pensato che se uno status su Facebook e un blog vi fanno incazzare così tanto forse, dico forse, la coscienza un po' sporca su queste e centomila altre questioni ce l'avete. In altre parole, ho colto nel segno - e spero almeno che ne sia valsa la pena, ma come al solito, ai posteri l'ardua sentenza. Saluti!

28 aprile 2013

Interruzione pubblicitaria

Un post al volo - perché non posso solo prendermela con tutti, devo anche comportarmi da persona seria. E niente, un po' perché mi sono laureata, un po' perché sono precaria (e come sempre le cose vanno a braccetto) ho creato la pagina Facebook di questo blog.

Posto che i miei lettori sono per il 90% anche persone che mi hanno su Facebook mi scuso per la ridodanza, a tutti gli altri (pochi) che non sono amici ma ci tengono a rimanere social-aggiornati a tutte le vicende di fondamentale rilevanza narrate su questo blog, questo è il link: https://www.facebook.com/VannaBanalityFair, che trovate anche nella colonna a destra.

E siete caldamente invitati ad accomodarvi, e fare come se foste a casa vostra.
Buona serata e buona settimana a tutti!

27 aprile 2013

L'ultima cena, con gli Amici di Comunione e Liberazione

Comunione e Liberazione, un adepto a caso.
Innanzitutto ci tengo a precisare che sarò politicamente scorretta e non è assolutamente vero che non ho nulla contro Comunione e Liberazione, io ho un'enciclopedia di cose contro Comunione e Liberazione, prima delle quali il fatto che pochi anni fa hanno cercato di ammettermi nel loro club, tutto quanto a mia insaputa. E le palle mi sono girate parecchio, perché all'insaputa di Scajola gli regalano una casa, all'insaputa mia mi ritrovo invischiata nella mia setta preferita, la Massoneria degli sfigati.
Ma procediamo con ordine.
A diciannove anni ero un filo più cretina e molto più bella di adesso: credo che le cose andassero di pari passo, e forse è per questo che è successo ciò che è successo, forse Dio ha voluto punirmi per la mia superbia e la mia ingenuità, e gliene sono grata perché ho imparato la lezione.
Era l'inizio di settembre di qualche anno fa, l'inchiostro si stava asciugando del mio diploma e io cazzeggiavo da sola davanti alla Statale, fumavo sigarette e mi mettevo in pose plastiche nella speranza che qualche universitario di bell'aspetto e dal portafogli gonfio mi portasse a cena sui Navigli - insomma stavo lì nella mia mise da signorinella (non che girassi nuda, ma a 19 anni esibivo con maggiore entusiasmo la mia femminilità di quanto non faccia ora) e fantasticavo sul futuro scintillante che mi attendeva alla facoltà di Lettere Moderne.
In quel momento sono stata avvicinata da due ragazzi: avevano un volantino in mano ed erano molto brutti. Più che altro erano molto scialbi: con questi pantaloni color besciamella, la camicia a maniche corte, la fronte lievemente sudata e i lineamenti male assortiti, uno dei due avrebbe dovuto perdere qualche chilo, l'altro avrebbe dovuto mangiare un panino con la mortadella a colazione per i prossimi dieci anni. Però dai, io ero e sono una cazzara ipersocievole di buoni sentimenti, e quando questi due si sono proposti di darmi qualche consiglio sulle scelte accademiche e la vita universitaria ho accettato di buon cuore, ho pensato che lo facessero sia perché ero una bella ragazza sia perché magari all'università le persone imparano a fare cose buone per gli altri in cambio di niente.
Certo, non credevo saremmo diventati amiconi, ma ho comunque accettato di conoscere il resto della banda che presidiava un gazebo lì vicino. Era tutto molto bizzarro, perché mi sono subito accorta che erano tutti uguali: le ragazze mediamente molto carine e molto insipide, capelli lunghi, gioielli poco appariscenti, abiti castigati. Gli uomini tutti orrendi: un tripudio di brufoli, panze, calvizie incipienti, baffetti da terza media, ascelle sudate e scarpe e camicie che mettevano a disagio per la loro indescrivibile tristezza. 

Ma sì, pensai, questi sono quelli che al liceo invece che passare l'intervallo a fumare e fare casino organizzavano il concerto di Natale, magari un po' sfigati ma certamente non cattivi, e sopratutto disinteressati, quasi ammirevoli. Come no Vanna, al solito ci hai proprio preso!

Ad ogni modo io e gli sfigatini diventiamo subito amici, amicissimi, al punto che prima che il pomeriggio si interrompa accetto un invito a cena in una pizzeria dalle parti del Duomo, "Una cosa organizzata per le matricole", ed eccomi un paio di giorni dopo a rassicurare mio padre sul fatto che qualcuno di loro mi avrebbe portata a casa evitandomi quindi il treno, e mi sarebbe stato utile per capirci qualcosa di più su tutte le questioni burocratiche che non sarei riuscita ad affrontare da sola.

Arrivata al maledetto ristorante ricordo di aver pensato "Non ci staremo mai", perché vi sto parlando di almeno almeno almeno ottanta persone - ottanta persone tutte perfettamente simili a quelle già incontrate, io ero l'unica, per dire, che avesse il primo bottone della camicia slacciato. Entriamo nel ristorante, pizzeria o quel che era e subito ci servono pizza e, noto, niente alcolici, nemmeno una birra. Comunque, complice la Fanta, finalmente la serata si anima e si inizia a fare conversazione: fingo di non aver sentito parlare di aborto, religione e nozze omosessuali in una maniera che non mi piace affatto, fingo di non sentirmi tremendamente a disagio, fingo persino di divertirmi e di voler partecipare la prossima volta, ma comunque per ora niente di grave. Niente di grave finché non finiamo di mangiare, perché è a quel punto che inizia l'incubo.

Uno dei due ragazzi che avevo conosciuto (quello che mi aveva invitata, lui e la sua sicumera) a cena finita si mette con gli altri a spostare i tavoli, tira fuori da non so dove un paio di spartiti e forse persino una chitarra (la mia memoria inizia a vacillare) e in men che non si dica, mentre io smanio per poter uscire a fumare una sigaretta e levarmi di dosso l'odore di gente sudata e malvestita, ecco che tutti cominciano a cantare. Il repertorio è notevole: si passa da Daghel'avanti un passo delizia del mio cuor a Romagna mia in un battibaleno, qualcuno azzarda anche un Pane del cielo e i più coraggiosi intonano addirittura La vie en rose. Oltretutto erano perfettamente organizzati: le ragazze da una parte, gli uomini da un'altra, e sapevano tutti i testi a memoria e anche quando attaccare, io li guardavo attonita cercando di non vomitarmi addosso e cercando, sopratutto, di non ammazzare a mani nude tutti quelli che arrivavano da me e con occhi invasati, gravidi d'entusiasmo, mi invitavano ad unirmi al coro. A quel punto mi sono ripresa dalla paralisi e con una scusa sono uscita all'aperto per fumare una sigaretta, e lì ho incontrato due persone: il titolare del ristorante che era pallido di vergogna e un ragazzo che sembrava quasi normale. Mi faccio prestare una accendino, mi siedo insieme a loro e riprendendoci dallo shock arriviamo alla conclusione che le ottanta persone che dentro stanno facendo tremare le pareti cantando e ballando (male) tutte le canzoni più imbarazzanti dell'ultimo secolo non sono, purtroppo, Bestie di Satana ma sono tutti di Comunione e Liberazione.

Ricordo di aver passato il resto della serata a fissare il pavimento in stato di shock, nella speranza che finisse il prima possibile, e giunto il momento dei saluti vado a cercare i due amichetti che hanno cercato di introdurmi nel gruppo senza dirmi che tipo di gruppo fosse. Uno dei due si defila con una scusa, ma riesco ad afferrare l'altro per la camicia e chiedergli sibilando se la cena avesse qualcosa a che fare con CL. A quel punto lui sgrana gli occhioni, si guarda intorno come se non conoscesse nessuno, fa un bel respiro e prendendomi le mani nelle mani mi dice: "Vanna, devo essere sincero, io sono di Comunione e Liberazione... Ma gli altri non saprei". Allora, tu mi stai dicendo che queste persone che tu chiami per nome, con cui ti scambi pacche sulle spalle e battute cameratesche, persone che conoscono a memoria testo e coreografia di tutto lo squallido spettacolo a cui ho appena assistito, tu mi stai dicendo che non le conosci e che non lo sai. Non ricordo bene cos'ho fatto in quel momento, probabilmente l'ho semplicemente invitato a non insultare la mia intelligenza e cancellare il mio numero, in tutto questo ho provato a parlare anche con altre persone ma nessuno sembrava disposto ad ammettere che quella fosse una cena di tipo, diciamo, "associativo", così mi sono accoccolata tra le braccia fredde della rassegnazione e sono andata in cerca del tizio che avrebbe dovuto accompagnarmi a casa (sarei tornata volentieri in treno, ma dubito che mio padre avrebbe apprezzato, anche se a conti fatti un viaggio in treno all'una di notte sarebbe stato meno spaventoso).

Sì, perché il tizio che mi diede il passaggio risultò essere il più invasato di tutti: a parte che aveva tanta di quella forfora che arrivata a casa ho dovuto bruciare i miei vestiti, ha cercato di convincermi a partecipare alla loro Amicizia (e nella sua bocca, di notte al buio questa parola metteva i brividi) sostenendo che Dante Alighieri in persona avrebbe apprezzato e che evitando di unirmi al loro club gli avrei procurato un grosso dispiacere - sì, stiamo ancora parlando del defunto Alighieri.
E niente, non so come sono riuscita ad arrivare a casa sana e salva e con l'anima intatta, ma sta di fatto che non dimenticherò mai quest'esperienza che è tutt'ora la più imbarazzante, offensiva e ridicola che io abbia mai vissuto. Quindi, amici cari, se mai vi dovesse capitare di essere avvicinati da gente che risponde alle caratteristiche di cui sopra fatevi furbi e non pensate mai, mai che le persone facciano qualcosa per niente - a maggior ragione se indossano delle brutte camicie.

Post Scriptum: credo inoltre che ogni club avrebbe il dovere di far sapere che è un club. Nel senso, non c'è mica niente di male nel fare gruppo, nell'associarsi per ragioni sociali e politiche, ma è bene che gli altri lo sappiano, altrimenti si rischia di passare per una setta... O addirittura per una mafia, e sappiamo bene che Comunione e Liberazione non è né l'una né l'altra cosa. Lo sappiamo benissimo. 

25 aprile 2013

Dottore, chiami un dottore


La classe non è acqua.



Lo so, lo so che stiamo parlando di una triennale in Lettere Moderne, mica di un master a Chicago come Giannino. Lo so, lo so che le foto in abito bello, spumante, fiori, corone e cappellini sono nauseanti. Lo so, lo so che la strada è lunga per arrivare a essere, un giorno, un'insegnante delle medie sottopagata e con i calli ai piedi. So tutto, ed è proprio perché penso di sapere tutto che io da sola non ce l'avrei mai fatta: no, non ce l'avrei mai fatta a essere dottoressa, a vivere una giornata come quella di ieri se non avessi accanto una banda di parenti, amici e sopratutto amore a ricordarmi che lo posso fare, che non c'è niente che io non possa fare. Volevo nominarli tutti, e credo non ne nominerò nessuno: credo mi limiterò a dire grazie, perché è solo merito delle persone (tante, e tutte splendide) che ho vicino che sono riuscita ad essere quella che sono, è solo per loro che sono, per una volta, disgustosamente felice. 

Grazie, grazie di cuore dalla dottoressa più fortunata del mondo che non saprà mai, mai come sdebitarsi - perché io sono tante cose, ma non credo riuscirò mai a essere un'amica così meravigliosa come lo siete voi per me. Anche se, lo giuro, farò di tutto per riuscirci - dopotutto sono laureata.

20 aprile 2013

Libertà (non) è partecipazione

Mi è stato fatto notare che potrei far la fine della Fallaci: che non significa che farò i milioni vendendo libri, ma che passerò gli anni della vecchiaia a credere che il kebabbaro sotto casa mia sia un terrorista. Beh, può darsi. Credo che il problema dell'Oriana (scrittrice, donna e giornalista che io stimo moltissimo, ci tengo a precisarlo) fosse che si sentiva arrabbiata e sola, e certo quando si invecchia e ci si ammala è facile cedere ai propri rancori e al proprio odio. Io la fine dell'Oriana non vorrei farla, ma è che proprio non ci riesco, perché sono già arrabbiata e sola.

E' che proprio non ci riesco a tifare per una o per l'altra squadra, e tantomeno in questi giorni che a leggere i giornali c'è da farsi venire una colite - e a leggere i social network invece vien proprio da auspicare la morte, sopratutto quella altrui. Perché io ho un problema con la politica che coi politici non ha niente a che vedere. Dei politici a me sinceramente non importa, perché alla fine chi li conosce? E sopratutto, alla fine, chi è che permette loro di fare il loro mestiere? Perché che cosa sono i politici se non lo specchio di una società? E' troppo facile prendersela col Bersani o col Berlusconi di turno, dimenticando che sì siamo in democrazia e la democrazia implica che chiunque stia lì ce l'abbiamo messo noi, noi italiani, noi elettori - che siamo un popolo di deficienti, e l'unica gara che ci compete è insultare quelli che pensiamo siano più deficienti di noi. E allora gioco anch'io, e allora partecipo anch'io e mi spiace, mi spiace ma proprio non assolvo nessuno. 

I Berlusconiani e i Leghisti non li nomino nemmeno, è come sparare sulla Croce Rossa e poi che m'importa, chi ci ha mai mangiato assieme? E i Grillini beh, i Grillini non li voglio proprio sentire nominare: ignoranti, pazzi e pericolosi, tali e quali al loro leader. Il mio problema è con quelli che dovrebbero stare dalla mia parte, con quelli del PD e anche con quelli di SeL, quella è tutta gente con cui io non voglio avere nulla in comune, ma proprio nulla, tantomeno il partito. Ho votato SeL, l'ho deciso all'ultimo minuto entrando in cabina elettorale (e lo so, lo so che "è la stessa cosa che votar PD" ma per me, per me non è mai la stessa cosa, perché io voto col sangue - il mio, e quello di chi è morto per concedermi un diritto che allo stato attuale delle cose mi vergogno di avere, e tutti gli italiani dovrebbero vergognarsi altrettanto) e ne sono stata contenta. A meno di due mesi già ne detesto gli elettori: che sono forse un filo meno viscidi di quelli del PD, ma sempre della stessa gente si tratta. Gente che si riempie la bocca di bellissime frasi sull'immigrazione, i bambini poveri, gli omosessuali - e poi non fanno nessuna fatica a parlare con l'amico dell'amico e fregarti un lavoro che, guarda caso, implica l'essere ammanicati con questo o quell'altro circolo ARCI. Una mafia, l'ennesima: la mafia manifesta della sinistra più radicale, che vorrebbe essere pulita e invece è solo piccola, ma se fosse grande sarebbe comunque qualcosa di disgustoso perché i suoi elettori lo sono, e i suoi elettori sono quelli che alle elezioni finiscono sempre, non si sa come, a fare gli scrutatori e sono sempre quelli, al mio paese ad esempio non cambiano mai, ad ogni elezione sempre le stesse facce e ad ogni elezione io che mi chiedo "perché?". Forse perché non facendo parte di nessun circolo io non sono nessuno, non valgo niente: se non vai alle loro manifestazioni pseudoculturali in cui vengono citati a voce alta i soliti noti, da Celestini a Gino Strada e se non indossi la maglietta di Emergency non sei proprio nessuno. Gli elettori di SeL, privi di senso dell'umorismo, buonisti fino alla nausea - e io che cos'ho da dirmi con loro? Mi piacciono le barzellette razziste e non credo sinceramente che al mondo siamo tutti uguali, perché ho votato il loro partito? Perché ho creduto, stupidamente e per un secondo, di aver finalmente trovato un simbolo su cui segnare una X senza aver voglia di vomitare? Predicano l'uguaglianza e poi sorridono spietati appena si imbattono in qualcuno che vota qualcosa di diverso.
E poi io non me lo dimentico Vendola dopo la vittoria di Pisapia, sudato e con la pelle grassa che urla come Mussolini di abbracciare i nostri fratelli Rom: io non abbraccio nessuno, perché i Rom sanno anche rompere i coglioni e tu che vieni dalla Puglia e non lo sai forse dovresti solo tacere, darti una calmata. Io non abbraccio nessuno perché al contrario dell'elettore di SeL io diffido di tutti, io detesto tutti, e i Rom non fanno certo eccezione.

Ma lasciamo perdere SeL che davvero è il male minore (ed è per questo che l'ho votato) e veniamo a loro, ai miei preferiti, al Partito Democratico di cui sono sempre stata un'accanita sostenitrice, difendendoli anche quando erano indifendibili. Qualcuno ha sentito parlare di #occupypd? Il nuovo hashtag dei Giovani Democratici, beh ve lo spiego io: praticamente questi hanno improvvisamente capito che la dirigenza del partito non li ascolta, e adesso occupano le sedi del PD, dopo aver passato i mesi della campagna elettorale ad ammazzarsi tra di loro per finire sulla copertina Facebook della pagina del partito abbracciati a Bersani che ama tanto i giovani (pagina Facebook che è gestita in maniera semplicemente patetica: i social media specialist che ci stanno dietro erano ad esempio troppo occupati a farsi venire ideone ironiche e sagaci per prendere in giro Monti e si dimenticavano di cancellare da ogni post i commenti dei vari Grillini e Berlusconiani che giustamente si davano al flame; gli stessi amministratori si sono anche dimenticati di rispondere alla sottoscritta che li implorava di rimuovere quei commenti e di smetterla con la propaganda da terza media, "vi prego faccio il tifo per voi, così finisce male" ed è finita anche peggio, CVD - ma non perché sono un genio, un qualsiasi imbecille se ne sarebbe accorto, un qualsiasi imbecille tranne loro).
Occupano, capito? Occupano le sedi di cui hanno già le chiavi, per una giornata via la camicia, via le Clarks, e giochiamo a fare i piccoli rivoluzionari arrabbiati e pericolosi, tali e quali ai facinorosi dei centri sociali che sì, mi fanno schifo, ma almeno portano avanti le stesse battaglie da sempre e hanno una loro integrità - perché tutti i delinquenti ne hanno una, ed è per questo che preferisco i delinquenti ai Giovani Democratici. 
Giovani Democratici che a mio parere danno il meglio nelle università: fanno la lobby di intellettuali di sinistra, fanno quelli che portano la cultura, e la verità è che sfruttano la visibilità della politica per rimorchiare uomini, donne e bambini, per accaparrarsi un bicchiere di vino rosso all'ennesima iniziativa di sinistra mentre con aria malinconica citano Gramsci, perché loro citano sempre Gramsci. I Giovani Democratici amano il popolo, pensano che il popolo sia composto da operai che leggono Kafka, operai che sono contenti di fare gli operai e non aspettano altro che un leader illuminato che li guidi verso il benessere - mentre gli operai aspettano la busta paga e guardano, giustamente, il Grande Fratello e Amici. Parlano di popolo, loro, e il popolo non sanno nemmeno che cosa sia: avulsi dalla realtà, malvestiti, tutti uguali, eccoli i Giovani Democratici.

E io dove mi metto? Io che giovane e che sono di sinistra, che sono sempre stata di sinistra e una volta ne ero pure fiera adesso mi vergogno, perché non ho nulla a che spartire né con gli uni né con gli altri. Io che vado a votare da sola, che mi incazzo da sola, che leggo i giornali da sola, io che forse non comprendo la scienza politica ma comprendo la gente, comprendo l'umanità e lo sporco: che cosa mi rimane? Che cosa mi rimane a parte la rabbia e l'odio? A me non resta che dire no: e dico no ai vostri concerti in piazza e alle manifestazioni del 25 aprile in cui fingiamo di essere tutti una grande famiglia, dico no a Gino Strada che mi pareva facesse il chirurgo invece è diventato una soubrette e sta sempre in televisione a ricordarci quanto è buono e bravo con la sua antipatia da borghesia intellettuale, e dico no a Battiato che mi fa venire il vomito, e dico no alle strumentalizzazioni su Ruby Rubacuori che aveva 17 anni e meriterebbe un po' di rispetto, perché se Ruby non può fare la puttana allora perché abbiamo fatto il femminismo? Dico no al femminismo, sopratutto, alle manifestazioni Se non ora quando? in cui facciamo credere di non aver mai utilizzato una scollatura o un sorriso per farci dare un cocktail al Magnolia prima degli altri, e dico no a tutti i film di nicchia, alla faccia flaccida e vecchia di Dario Fo, dico no a Macao, a tutti i circoli ARCI. Dico no perché io non voglio partecipare, non voglio esserci, non voglio esserci mentre lentamente salite le scale di quella cultura preimpostata e sterile che è sempre la stessa da cinquant'anni, e dico no alle nostalgie degli anni '60 e degli anni '70 e a tutto quello che la Giovane Sinistra dice di amare senza comprendere.

E io dove mi metto? Mi metto dalla parte di quelli che sono soli, senza bandiera e senza fiducia, di quelli che sognano una sinistra che con gente come Majorino non ha niente a che vedere - e rifiuto tutto ciò che è comunità e condivisione, perché è un club a cui non ho nessuna intenzione di appartenere. Me ne sto sola, e l'unica azione politica che ancora mi sento di fare è cercare di farli riflettere, tentare di dare il buon esempio con tutte le mie forze e detestarli e assolverli tutti con sguardo lucido e distante, o almeno provarci.
Mi metto dalla parte di quelli che come Oriana Fallaci muoiono matti e soli, ma con la coscienza pulita.

Non lo so perché dico e penso tutto questo, e la verità è che preferirei non essere così: la verità è che preferirei essere come loro, mandare giù tutto, preferirei chiudermi nel mio piccolo mondo di bandiere rosse e persone che ancora si chiamano "compagno" e dimenticano che la parola "compagno" ne ha uccisi tanti quanti la parola "camerata" - dimenticano che di ismi la gente muore, e io non voglio partecipare. Gaber non aveva ragione, libertà non è partecipazione e io non sono nemmeno sicura di volerla la libertà: io preferisco essere incatenata al mio disprezzo, incatenata al mio rancore, senza punti di riferimento e posti dove andare, persone a cui rivolgermi per trovare un lavoro in qualche ufficio stampa, per scrivere articoli sottopagati a qualche giornale di paese. E continuerò ad ascoltare le vostre stesse canzoni, a leggere i vostri stessi libri, continuerò a essere associata a voi e continuerò a gridare, a gridare sempre più forte che io non sono una di voi - che io non sono una di nessuno, che io sono io e basta e io non dimentico. Non dimentico le facce sbalordite di quando avevo vent'anni e un fidanzato di destra, e venivo trattata nel migliore dei casi come una strana e nel peggiore come una traditrice: perché predicate l'uguaglianza e abbracciate i Rom, ma di amare i Rom vi è stato detto, l'avete letto da qualche parte che bisogna amare il diverso quando il diverso è povero e magari extracomunitario. Invece a me di amare gente che non la pensa nel mio stesso modo non l'ha detto nessuno, e se il prezzo da pagare per essere libera da ogni preconcetto è il rancore e l'odio ogni volta che vi vedo parlare di qualcosa che per me conta, ogni volta che vi sento ascoltare la mia stessa musica, leggere i miei stessi libri, guardare i miei stessi film beh, allora sono contenta di pagarla cara, di pagarla tutta.

Avrete, forse, il mio voto ma non avrete mai il mio rispetto e tantomeno il mio pensiero, che forse non è un gran pensiero ma certamente, almeno quello, è libero.

14 aprile 2013

Ho visto umani che voi umani non potete neanche immaginare

Tipo che ho visto uomini grassi, calvi e brutti accanirsi contro le donne che preferiscono gli stronzi - dicono sempre così, e io penso che non mi piacciono gli stronzi ma nemmeno quelli che sono grassi, calvi e brutti e hanno i denti marci, la forfora, e sembra che non si siano mai dico mai cambiati la maglietta. E invece eccoli lì che tirano fuori il più bieco e gretto dei sessismi: il sessismo di chi non ha nemmeno la decenza di lavarsi le ascelle ma pretende comunque una fidanzata che sia bella e porca quanto quelle dei porno giapponesi con cui sono cresciuti, invecchiati, marciti ma non del tutto morti - e puzzano, materia cerebrale in avanzato stato di decomposizione. Omicidio-suicidio.

Ho visto la sicumera - ho visto lo snobismo nell'outsider al liceo, quello che dice che i compagni di classe lo prendono in giro perché è diverso e ascolta musica che nessuno conosce ma proprio nessuno, tipo David Bowie ma e non è mai diverso, è solo più stronzo degli altri, anzi è stronzo come loro - tale e quale a loro, il segreto sta nella mera uguaglianza perché il di più è sempre sempre ben accetto. E li ho visti affrontare seriamente la questione del bullismo appena dopo aver passato il pomeriggio a trollare i dodicenni su Twitter.

E li ho visti abusare del concetto di orrore, gente orrenda che parla di orrore commuoversi per l'Olocausto e dall'altra parte della barricata li ho sentiti gridare "E allora le foibe?" e tra le barricate a cavalcioni coi coglioni dolenti ho visto quello che li fotte tutti e cita il genocidio degli Armeni, degli Indiani d'America, dell'ennesimo popolo sterminato di cui non importa a nessuno. Perché la verità è che non importa a nessuno e il vero orrore è non riuscire ad ammetterlo - non rassegnarsi al fatto che non sentiamo niente, non vediamo niente, e che l'unico orrore di cui ci importi realmente è la nonna che muore, perché ho anche visto che in ogni vita difficile c'è qualche nonno che muore.
E non venite a parlarmi di rispetto, non ditemi che è questione di rispetto e di forma perché fingere, sì fingere che ci importi qualcosa dei genocidi degli altri e giocare la carta di chi conosce la storia insanguinata che sia più di nicchia: ecco quella è la vergogna, quello è cagare in faccia ai morti e i morti, tutti, non fanno mica del male a nessuno e gradirebbero non essere ricordati. E vorrei che li lasciassero stare, vorrei che i morti riposassero in pace - e non è da Dio che dipende, ma dagli uomini.
E li ho visti dedicarsi alla cultura, fare cultura, sbrodolare arte - e subito dopo li ho visti accanirsi a un buffet, li ho sentiti puzzare di vino rosso e formaggio, affondare le mani nel pane e le mani nella bocca, li ho visti erano uomini e donne di tutte le età, sudavano e si accanivano sul cibo in un'orgia infernale di germi, briciole, dita appiccicose.

Ho partecipato a ogni riunione sono entrata in ogni circolo ho assunto un cipiglio interessato ad ogni iniziativa ad ogni evento - ho fatto le scuole e l'università ho manifestato contro la riforma Moratti e ho smesso ai tempi di quelle contro la riforma Gelmini. Perché io non so esattamente come e quando sia successo ma so che a un certo punto ho capito ed è lì che ho iniziato a ciondolare tra la solitudine e la collera - e più le persone esibivano presunte similitudini col mio carattere e i miei gusti più le disprezzavo, perché le guardavo e facevano schifo eppure si ostinavano a parlare delle cose che amo, delle cose che per me sono importanti, trattandole come fossero roba loro senza mai averle comprese, perché troppo imbecilli per farlo, si ostinavano ad associarsi a me, definirsi miei simili. E' il motivo per cui tra una festa a Casa Pound e un 25 aprile in Piazza Duomo io scelgo la festa a Casa Pound: perché dovete costringermi a vedere di nuovo, schiumare bile di nuovo sulla pochezza della gente allora preferisco che sia gente con cui almeno non ho nulla in comune - perché tu sì proprio tu che su Facebook non fai che parlare di quanto ti piacciono libri e ti fotografi nei prati bella coi capelli al vento e i libri, sempre i libri, ecco non hai niente di diverso da quella che si fotografa nel bagno con le tette di fuori perché desiderate la stessa cosa (e ne volete almeno 20 e non sono i centimetri ma i like su Facebook) ma no, no voi siete diverse la verità è che siete solo più bugiarde perché usate un libro per vendervi, ma è proprio la stessa cosa che affonda le radici nella stessa bugia.

*

Ma la cosa importante che volevo scrivere è che ho visto tutte queste cose ma non ho visto te, e sei stato il primo a cui le ho raccontate e il primo che ha compreso perché aveva compreso prima di me. Ho visto tutte queste cose e non ti ho visto, non eri alle manifestazioni e non eri tra le barricate, non hai mai imparato a gridare, non hai mai voluto emergere, farti spazio, accaparrarti un pezzo di pane, mischiare la tua carne a quella degli altri. Credo di esserti inciampata addosso mentre non facevi niente, impegnato a essere vero e dignitoso nel silenzio pulito degli assenti. Ho amato immediatamente il nulla che ti portavi appiccicato addosso, il perfetto anonimato che consiste nel non appartenere a nessun gruppo, nell'appartenere effettivamente e soltanto al proprio nome, essere il singolo tra gli altri - essere diverso, probabilmente migliore ed è prendendoti le mani che è scesa la sera e ho potuto fermarmi, accostare la mia carne alla tua, trovare concretezze su cui appoggiare le ossa mentre ciondolavo tra la solitudine e la collera. 

Insomma ho chiuso gli occhi, e finalmente ho visto te.