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8 novembre 2015

La bella estate dei desideri

Cesare Pavese, La bella estate
La prima goccia di sangue si infrange sulla ceramica con un rumore ben preciso. La prima goccia di sangue ha un odore e scioglie il senso di colpa, le funi che stringono il sacco nero intorno al cuore; rilassa le reni, diffonde nel corpo un dolore sordo e sano, auspicato e giusto. Tutti i vaffanculo che ho elargito con grande magnanimità, l'emicrania, gli incisivi aggrappati alle ginocchia, la fame, che fame, che fame. Segna l'inizio di giornate sfilacciate e lacrimevoli in cui risulterà più facile incolpare il reale di essere esattamente ciò che è. In queste giornate capita, succede, mi ritrovo a pensare che l'amore, se fosse (ma non è) riempirebbe gli spazi tra le cose. La prima goccia di sangue si porta appresso le conseguenze - perché il sangue, si sa, va alla testa. Il sangue, si sa, va dappertutto. L’estate, bella, se l’è portata il sangue.

(L'estate, come il sangue, era dappertutto ed era nelle conseguenze, nei capannoni oltre la ferrovia, in particolar modo l'estate era nei cadaveri delle mosche che si accumulavano sulle insegne dei bar ed era nelle notti che si allargavano fino al mattino.) (L’estate, come sempre, cominciava in giugno. Salivo sul treno e mi paralizzavo nel freddo così detto condizionato, che sa di plastica e che puzza come la plastica - non è l'amore, mi dicevo, il punto - ma gli spazi tra le cose.) 

(Luglio, torrido, era nelle conseguenze.)(Esagerava e si faceva sentire l'estate, bella, dei desideri; ricordi, il silenzio prolungato e senza colori, come l'autostrada che squarcia la pianura. Gli spazi tra le cose, tra le vite, tra noi due. C'era il verde violentissimo del mio bicchiere e il bianco spietato della sua camicia e il bagliore della sua pelle e avevo caldo, avevo sonno, avevo male; tutto si è fatto sangue, che è andato alla testa, che è andato dappertutto, che si porta appresso conseguenze e allora Addio. Ero stanca. Lo ero di tutto, dell'interezza, nell'interezza, la camicia e la pelle. Poi le scadenze, le date, "il sole dei tuoi occhi neri" e tutte le cose che per forza di cose (!) - lasciamo perdere, non sono questi i tempi, i luoghi. Addio, vaffanculo o più modestamente ciao. Arrivederci amore, ciao.)

(Agosto scorreva lentissimo e snocciolava, come doni, i miei ventisei anni e tutti quei bicchieri, la bella estate molto portava, molto portava via. Le cose si svolgevano al di sotto del cielo della vecchia, polverosa provincia ed è stato, anche, sapersi per qualche tempo in quiete, in pace, come i morti a marcire nella canicola, da qualche parte tra la veranda e il bosco, nell'Agosto che scorreva lentissimo.) (L'estate, come la vita, si svolgeva quasi tutta tra le cose più semplici, i binari e i balconi. L'estate bella dei desideri si manifestava nella miseria e nella polvere. I desideri si svelavano piano, mai pensati, nelle forme più imprevedibili: li ho visti nelle rughe precoci di un tossico e nelle sue pupille, diceva “Vi dovete sposare” e i desideri, a volte, sono gli inceneritori che ardono in questi posti dove non accade mai niente, le risse nei bar e la noia, la grazia. I binari, pensavo, nei binari; cristallizzare l'attimo, abbatterlo, incanalarlo in qualcosa che somigliava moltissimo alla Morte e alla Felicità.)

(Agosto scorreva impazzito in tutti quegli aerei in tutte quei respiri in tutte quelle voci, femmine e amiche, sorelle forse, proprie come il sangue, e nelle cose che non avevo mai fatto. Snocciolava ancora, come doni, imprevedibili gesta e avventure che avvenivano in estate, appunto, era la bella estate dei desideri.) 

(Settembre era alle porte e non sarebbe stata estate, non sarebbe stata bella, se fosse stata priva di lividi. Gli spazi tra le cose, le solite cose, si scandivano in geometrie perfette tra i platani e i binari del tram e dov'è che stavo andando? Ad annegare in un caffè e pensavo, se parlassi apertamente sentirei in bocca il sapore amaro delle sillabe e dopo di che finiremmo entrambi all'ospedale con le gambe rotte, schiacciati dal peso di tanta idiozia. A chi hai pensato, se hai pensato, mentre facevi, se facevi? Io ti ho pensato quasi sempre. In tutti quei caffè. E dico quasi perché io so, io ho bisogno di credere (ancora) che l’amore se fosse (ma non è), riempirebbe gli spazi tra le cose, tutte le cose, sempre. Berrei, adesso, un altro caffè. Che sia l’ultimo, invece non lo è mai.)

La bella estate muore nel mio grembo e si infrange sulla ceramica con un rumore ben preciso; scivola con l'acqua, nell'acqua e non avvisa, io ero sotto la doccia e non pensavo a niente se non alla bella estate che è stata, appunto, bellissima. La bella estate è morta e non è importante come e quando sia successo, ne piango e non ne piango il triste lutto perché là dove muore l'estate, anche se bellissima e fatta tutta di desideri, nasce l'autunno, il breve autunno della ragione e quasi sicuramente, un giorno, scriverò anche di quello. Le speranze sono finite ma, se saremo fortunati, ci resteranno le stagioni. 

27 aprile 2013

L'ultima cena, con gli Amici di Comunione e Liberazione

Comunione e Liberazione, un adepto a caso.
Innanzitutto ci tengo a precisare che sarò politicamente scorretta e non è assolutamente vero che non ho nulla contro Comunione e Liberazione, io ho un'enciclopedia di cose contro Comunione e Liberazione, prima delle quali il fatto che pochi anni fa hanno cercato di ammettermi nel loro club, tutto quanto a mia insaputa. E le palle mi sono girate parecchio, perché all'insaputa di Scajola gli regalano una casa, all'insaputa mia mi ritrovo invischiata nella mia setta preferita, la Massoneria degli sfigati.
Ma procediamo con ordine.
A diciannove anni ero un filo più cretina e molto più bella di adesso: credo che le cose andassero di pari passo, e forse è per questo che è successo ciò che è successo, forse Dio ha voluto punirmi per la mia superbia e la mia ingenuità, e gliene sono grata perché ho imparato la lezione.
Era l'inizio di settembre di qualche anno fa, l'inchiostro si stava asciugando del mio diploma e io cazzeggiavo da sola davanti alla Statale, fumavo sigarette e mi mettevo in pose plastiche nella speranza che qualche universitario di bell'aspetto e dal portafogli gonfio mi portasse a cena sui Navigli - insomma stavo lì nella mia mise da signorinella (non che girassi nuda, ma a 19 anni esibivo con maggiore entusiasmo la mia femminilità di quanto non faccia ora) e fantasticavo sul futuro scintillante che mi attendeva alla facoltà di Lettere Moderne.
In quel momento sono stata avvicinata da due ragazzi: avevano un volantino in mano ed erano molto brutti. Più che altro erano molto scialbi: con questi pantaloni color besciamella, la camicia a maniche corte, la fronte lievemente sudata e i lineamenti male assortiti, uno dei due avrebbe dovuto perdere qualche chilo, l'altro avrebbe dovuto mangiare un panino con la mortadella a colazione per i prossimi dieci anni. Però dai, io ero e sono una cazzara ipersocievole di buoni sentimenti, e quando questi due si sono proposti di darmi qualche consiglio sulle scelte accademiche e la vita universitaria ho accettato di buon cuore, ho pensato che lo facessero sia perché ero una bella ragazza sia perché magari all'università le persone imparano a fare cose buone per gli altri in cambio di niente.
Certo, non credevo saremmo diventati amiconi, ma ho comunque accettato di conoscere il resto della banda che presidiava un gazebo lì vicino. Era tutto molto bizzarro, perché mi sono subito accorta che erano tutti uguali: le ragazze mediamente molto carine e molto insipide, capelli lunghi, gioielli poco appariscenti, abiti castigati. Gli uomini tutti orrendi: un tripudio di brufoli, panze, calvizie incipienti, baffetti da terza media, ascelle sudate e scarpe e camicie che mettevano a disagio per la loro indescrivibile tristezza. 

Ma sì, pensai, questi sono quelli che al liceo invece che passare l'intervallo a fumare e fare casino organizzavano il concerto di Natale, magari un po' sfigati ma certamente non cattivi, e sopratutto disinteressati, quasi ammirevoli. Come no Vanna, al solito ci hai proprio preso!

Ad ogni modo io e gli sfigatini diventiamo subito amici, amicissimi, al punto che prima che il pomeriggio si interrompa accetto un invito a cena in una pizzeria dalle parti del Duomo, "Una cosa organizzata per le matricole", ed eccomi un paio di giorni dopo a rassicurare mio padre sul fatto che qualcuno di loro mi avrebbe portata a casa evitandomi quindi il treno, e mi sarebbe stato utile per capirci qualcosa di più su tutte le questioni burocratiche che non sarei riuscita ad affrontare da sola.

Arrivata al maledetto ristorante ricordo di aver pensato "Non ci staremo mai", perché vi sto parlando di almeno almeno almeno ottanta persone - ottanta persone tutte perfettamente simili a quelle già incontrate, io ero l'unica, per dire, che avesse il primo bottone della camicia slacciato. Entriamo nel ristorante, pizzeria o quel che era e subito ci servono pizza e, noto, niente alcolici, nemmeno una birra. Comunque, complice la Fanta, finalmente la serata si anima e si inizia a fare conversazione: fingo di non aver sentito parlare di aborto, religione e nozze omosessuali in una maniera che non mi piace affatto, fingo di non sentirmi tremendamente a disagio, fingo persino di divertirmi e di voler partecipare la prossima volta, ma comunque per ora niente di grave. Niente di grave finché non finiamo di mangiare, perché è a quel punto che inizia l'incubo.

Uno dei due ragazzi che avevo conosciuto (quello che mi aveva invitata, lui e la sua sicumera) a cena finita si mette con gli altri a spostare i tavoli, tira fuori da non so dove un paio di spartiti e forse persino una chitarra (la mia memoria inizia a vacillare) e in men che non si dica, mentre io smanio per poter uscire a fumare una sigaretta e levarmi di dosso l'odore di gente sudata e malvestita, ecco che tutti cominciano a cantare. Il repertorio è notevole: si passa da Daghel'avanti un passo delizia del mio cuor a Romagna mia in un battibaleno, qualcuno azzarda anche un Pane del cielo e i più coraggiosi intonano addirittura La vie en rose. Oltretutto erano perfettamente organizzati: le ragazze da una parte, gli uomini da un'altra, e sapevano tutti i testi a memoria e anche quando attaccare, io li guardavo attonita cercando di non vomitarmi addosso e cercando, sopratutto, di non ammazzare a mani nude tutti quelli che arrivavano da me e con occhi invasati, gravidi d'entusiasmo, mi invitavano ad unirmi al coro. A quel punto mi sono ripresa dalla paralisi e con una scusa sono uscita all'aperto per fumare una sigaretta, e lì ho incontrato due persone: il titolare del ristorante che era pallido di vergogna e un ragazzo che sembrava quasi normale. Mi faccio prestare una accendino, mi siedo insieme a loro e riprendendoci dallo shock arriviamo alla conclusione che le ottanta persone che dentro stanno facendo tremare le pareti cantando e ballando (male) tutte le canzoni più imbarazzanti dell'ultimo secolo non sono, purtroppo, Bestie di Satana ma sono tutti di Comunione e Liberazione.

Ricordo di aver passato il resto della serata a fissare il pavimento in stato di shock, nella speranza che finisse il prima possibile, e giunto il momento dei saluti vado a cercare i due amichetti che hanno cercato di introdurmi nel gruppo senza dirmi che tipo di gruppo fosse. Uno dei due si defila con una scusa, ma riesco ad afferrare l'altro per la camicia e chiedergli sibilando se la cena avesse qualcosa a che fare con CL. A quel punto lui sgrana gli occhioni, si guarda intorno come se non conoscesse nessuno, fa un bel respiro e prendendomi le mani nelle mani mi dice: "Vanna, devo essere sincero, io sono di Comunione e Liberazione... Ma gli altri non saprei". Allora, tu mi stai dicendo che queste persone che tu chiami per nome, con cui ti scambi pacche sulle spalle e battute cameratesche, persone che conoscono a memoria testo e coreografia di tutto lo squallido spettacolo a cui ho appena assistito, tu mi stai dicendo che non le conosci e che non lo sai. Non ricordo bene cos'ho fatto in quel momento, probabilmente l'ho semplicemente invitato a non insultare la mia intelligenza e cancellare il mio numero, in tutto questo ho provato a parlare anche con altre persone ma nessuno sembrava disposto ad ammettere che quella fosse una cena di tipo, diciamo, "associativo", così mi sono accoccolata tra le braccia fredde della rassegnazione e sono andata in cerca del tizio che avrebbe dovuto accompagnarmi a casa (sarei tornata volentieri in treno, ma dubito che mio padre avrebbe apprezzato, anche se a conti fatti un viaggio in treno all'una di notte sarebbe stato meno spaventoso).

Sì, perché il tizio che mi diede il passaggio risultò essere il più invasato di tutti: a parte che aveva tanta di quella forfora che arrivata a casa ho dovuto bruciare i miei vestiti, ha cercato di convincermi a partecipare alla loro Amicizia (e nella sua bocca, di notte al buio questa parola metteva i brividi) sostenendo che Dante Alighieri in persona avrebbe apprezzato e che evitando di unirmi al loro club gli avrei procurato un grosso dispiacere - sì, stiamo ancora parlando del defunto Alighieri.
E niente, non so come sono riuscita ad arrivare a casa sana e salva e con l'anima intatta, ma sta di fatto che non dimenticherò mai quest'esperienza che è tutt'ora la più imbarazzante, offensiva e ridicola che io abbia mai vissuto. Quindi, amici cari, se mai vi dovesse capitare di essere avvicinati da gente che risponde alle caratteristiche di cui sopra fatevi furbi e non pensate mai, mai che le persone facciano qualcosa per niente - a maggior ragione se indossano delle brutte camicie.

Post Scriptum: credo inoltre che ogni club avrebbe il dovere di far sapere che è un club. Nel senso, non c'è mica niente di male nel fare gruppo, nell'associarsi per ragioni sociali e politiche, ma è bene che gli altri lo sappiano, altrimenti si rischia di passare per una setta... O addirittura per una mafia, e sappiamo bene che Comunione e Liberazione non è né l'una né l'altra cosa. Lo sappiamo benissimo. 

20 aprile 2013

Libertà (non) è partecipazione

Mi è stato fatto notare che potrei far la fine della Fallaci: che non significa che farò i milioni vendendo libri, ma che passerò gli anni della vecchiaia a credere che il kebabbaro sotto casa mia sia un terrorista. Beh, può darsi. Credo che il problema dell'Oriana (scrittrice, donna e giornalista che io stimo moltissimo, ci tengo a precisarlo) fosse che si sentiva arrabbiata e sola, e certo quando si invecchia e ci si ammala è facile cedere ai propri rancori e al proprio odio. Io la fine dell'Oriana non vorrei farla, ma è che proprio non ci riesco, perché sono già arrabbiata e sola.

E' che proprio non ci riesco a tifare per una o per l'altra squadra, e tantomeno in questi giorni che a leggere i giornali c'è da farsi venire una colite - e a leggere i social network invece vien proprio da auspicare la morte, sopratutto quella altrui. Perché io ho un problema con la politica che coi politici non ha niente a che vedere. Dei politici a me sinceramente non importa, perché alla fine chi li conosce? E sopratutto, alla fine, chi è che permette loro di fare il loro mestiere? Perché che cosa sono i politici se non lo specchio di una società? E' troppo facile prendersela col Bersani o col Berlusconi di turno, dimenticando che sì siamo in democrazia e la democrazia implica che chiunque stia lì ce l'abbiamo messo noi, noi italiani, noi elettori - che siamo un popolo di deficienti, e l'unica gara che ci compete è insultare quelli che pensiamo siano più deficienti di noi. E allora gioco anch'io, e allora partecipo anch'io e mi spiace, mi spiace ma proprio non assolvo nessuno. 

I Berlusconiani e i Leghisti non li nomino nemmeno, è come sparare sulla Croce Rossa e poi che m'importa, chi ci ha mai mangiato assieme? E i Grillini beh, i Grillini non li voglio proprio sentire nominare: ignoranti, pazzi e pericolosi, tali e quali al loro leader. Il mio problema è con quelli che dovrebbero stare dalla mia parte, con quelli del PD e anche con quelli di SeL, quella è tutta gente con cui io non voglio avere nulla in comune, ma proprio nulla, tantomeno il partito. Ho votato SeL, l'ho deciso all'ultimo minuto entrando in cabina elettorale (e lo so, lo so che "è la stessa cosa che votar PD" ma per me, per me non è mai la stessa cosa, perché io voto col sangue - il mio, e quello di chi è morto per concedermi un diritto che allo stato attuale delle cose mi vergogno di avere, e tutti gli italiani dovrebbero vergognarsi altrettanto) e ne sono stata contenta. A meno di due mesi già ne detesto gli elettori: che sono forse un filo meno viscidi di quelli del PD, ma sempre della stessa gente si tratta. Gente che si riempie la bocca di bellissime frasi sull'immigrazione, i bambini poveri, gli omosessuali - e poi non fanno nessuna fatica a parlare con l'amico dell'amico e fregarti un lavoro che, guarda caso, implica l'essere ammanicati con questo o quell'altro circolo ARCI. Una mafia, l'ennesima: la mafia manifesta della sinistra più radicale, che vorrebbe essere pulita e invece è solo piccola, ma se fosse grande sarebbe comunque qualcosa di disgustoso perché i suoi elettori lo sono, e i suoi elettori sono quelli che alle elezioni finiscono sempre, non si sa come, a fare gli scrutatori e sono sempre quelli, al mio paese ad esempio non cambiano mai, ad ogni elezione sempre le stesse facce e ad ogni elezione io che mi chiedo "perché?". Forse perché non facendo parte di nessun circolo io non sono nessuno, non valgo niente: se non vai alle loro manifestazioni pseudoculturali in cui vengono citati a voce alta i soliti noti, da Celestini a Gino Strada e se non indossi la maglietta di Emergency non sei proprio nessuno. Gli elettori di SeL, privi di senso dell'umorismo, buonisti fino alla nausea - e io che cos'ho da dirmi con loro? Mi piacciono le barzellette razziste e non credo sinceramente che al mondo siamo tutti uguali, perché ho votato il loro partito? Perché ho creduto, stupidamente e per un secondo, di aver finalmente trovato un simbolo su cui segnare una X senza aver voglia di vomitare? Predicano l'uguaglianza e poi sorridono spietati appena si imbattono in qualcuno che vota qualcosa di diverso.
E poi io non me lo dimentico Vendola dopo la vittoria di Pisapia, sudato e con la pelle grassa che urla come Mussolini di abbracciare i nostri fratelli Rom: io non abbraccio nessuno, perché i Rom sanno anche rompere i coglioni e tu che vieni dalla Puglia e non lo sai forse dovresti solo tacere, darti una calmata. Io non abbraccio nessuno perché al contrario dell'elettore di SeL io diffido di tutti, io detesto tutti, e i Rom non fanno certo eccezione.

Ma lasciamo perdere SeL che davvero è il male minore (ed è per questo che l'ho votato) e veniamo a loro, ai miei preferiti, al Partito Democratico di cui sono sempre stata un'accanita sostenitrice, difendendoli anche quando erano indifendibili. Qualcuno ha sentito parlare di #occupypd? Il nuovo hashtag dei Giovani Democratici, beh ve lo spiego io: praticamente questi hanno improvvisamente capito che la dirigenza del partito non li ascolta, e adesso occupano le sedi del PD, dopo aver passato i mesi della campagna elettorale ad ammazzarsi tra di loro per finire sulla copertina Facebook della pagina del partito abbracciati a Bersani che ama tanto i giovani (pagina Facebook che è gestita in maniera semplicemente patetica: i social media specialist che ci stanno dietro erano ad esempio troppo occupati a farsi venire ideone ironiche e sagaci per prendere in giro Monti e si dimenticavano di cancellare da ogni post i commenti dei vari Grillini e Berlusconiani che giustamente si davano al flame; gli stessi amministratori si sono anche dimenticati di rispondere alla sottoscritta che li implorava di rimuovere quei commenti e di smetterla con la propaganda da terza media, "vi prego faccio il tifo per voi, così finisce male" ed è finita anche peggio, CVD - ma non perché sono un genio, un qualsiasi imbecille se ne sarebbe accorto, un qualsiasi imbecille tranne loro).
Occupano, capito? Occupano le sedi di cui hanno già le chiavi, per una giornata via la camicia, via le Clarks, e giochiamo a fare i piccoli rivoluzionari arrabbiati e pericolosi, tali e quali ai facinorosi dei centri sociali che sì, mi fanno schifo, ma almeno portano avanti le stesse battaglie da sempre e hanno una loro integrità - perché tutti i delinquenti ne hanno una, ed è per questo che preferisco i delinquenti ai Giovani Democratici. 
Giovani Democratici che a mio parere danno il meglio nelle università: fanno la lobby di intellettuali di sinistra, fanno quelli che portano la cultura, e la verità è che sfruttano la visibilità della politica per rimorchiare uomini, donne e bambini, per accaparrarsi un bicchiere di vino rosso all'ennesima iniziativa di sinistra mentre con aria malinconica citano Gramsci, perché loro citano sempre Gramsci. I Giovani Democratici amano il popolo, pensano che il popolo sia composto da operai che leggono Kafka, operai che sono contenti di fare gli operai e non aspettano altro che un leader illuminato che li guidi verso il benessere - mentre gli operai aspettano la busta paga e guardano, giustamente, il Grande Fratello e Amici. Parlano di popolo, loro, e il popolo non sanno nemmeno che cosa sia: avulsi dalla realtà, malvestiti, tutti uguali, eccoli i Giovani Democratici.

E io dove mi metto? Io che giovane e che sono di sinistra, che sono sempre stata di sinistra e una volta ne ero pure fiera adesso mi vergogno, perché non ho nulla a che spartire né con gli uni né con gli altri. Io che vado a votare da sola, che mi incazzo da sola, che leggo i giornali da sola, io che forse non comprendo la scienza politica ma comprendo la gente, comprendo l'umanità e lo sporco: che cosa mi rimane? Che cosa mi rimane a parte la rabbia e l'odio? A me non resta che dire no: e dico no ai vostri concerti in piazza e alle manifestazioni del 25 aprile in cui fingiamo di essere tutti una grande famiglia, dico no a Gino Strada che mi pareva facesse il chirurgo invece è diventato una soubrette e sta sempre in televisione a ricordarci quanto è buono e bravo con la sua antipatia da borghesia intellettuale, e dico no a Battiato che mi fa venire il vomito, e dico no alle strumentalizzazioni su Ruby Rubacuori che aveva 17 anni e meriterebbe un po' di rispetto, perché se Ruby non può fare la puttana allora perché abbiamo fatto il femminismo? Dico no al femminismo, sopratutto, alle manifestazioni Se non ora quando? in cui facciamo credere di non aver mai utilizzato una scollatura o un sorriso per farci dare un cocktail al Magnolia prima degli altri, e dico no a tutti i film di nicchia, alla faccia flaccida e vecchia di Dario Fo, dico no a Macao, a tutti i circoli ARCI. Dico no perché io non voglio partecipare, non voglio esserci, non voglio esserci mentre lentamente salite le scale di quella cultura preimpostata e sterile che è sempre la stessa da cinquant'anni, e dico no alle nostalgie degli anni '60 e degli anni '70 e a tutto quello che la Giovane Sinistra dice di amare senza comprendere.

E io dove mi metto? Mi metto dalla parte di quelli che sono soli, senza bandiera e senza fiducia, di quelli che sognano una sinistra che con gente come Majorino non ha niente a che vedere - e rifiuto tutto ciò che è comunità e condivisione, perché è un club a cui non ho nessuna intenzione di appartenere. Me ne sto sola, e l'unica azione politica che ancora mi sento di fare è cercare di farli riflettere, tentare di dare il buon esempio con tutte le mie forze e detestarli e assolverli tutti con sguardo lucido e distante, o almeno provarci.
Mi metto dalla parte di quelli che come Oriana Fallaci muoiono matti e soli, ma con la coscienza pulita.

Non lo so perché dico e penso tutto questo, e la verità è che preferirei non essere così: la verità è che preferirei essere come loro, mandare giù tutto, preferirei chiudermi nel mio piccolo mondo di bandiere rosse e persone che ancora si chiamano "compagno" e dimenticano che la parola "compagno" ne ha uccisi tanti quanti la parola "camerata" - dimenticano che di ismi la gente muore, e io non voglio partecipare. Gaber non aveva ragione, libertà non è partecipazione e io non sono nemmeno sicura di volerla la libertà: io preferisco essere incatenata al mio disprezzo, incatenata al mio rancore, senza punti di riferimento e posti dove andare, persone a cui rivolgermi per trovare un lavoro in qualche ufficio stampa, per scrivere articoli sottopagati a qualche giornale di paese. E continuerò ad ascoltare le vostre stesse canzoni, a leggere i vostri stessi libri, continuerò a essere associata a voi e continuerò a gridare, a gridare sempre più forte che io non sono una di voi - che io non sono una di nessuno, che io sono io e basta e io non dimentico. Non dimentico le facce sbalordite di quando avevo vent'anni e un fidanzato di destra, e venivo trattata nel migliore dei casi come una strana e nel peggiore come una traditrice: perché predicate l'uguaglianza e abbracciate i Rom, ma di amare i Rom vi è stato detto, l'avete letto da qualche parte che bisogna amare il diverso quando il diverso è povero e magari extracomunitario. Invece a me di amare gente che non la pensa nel mio stesso modo non l'ha detto nessuno, e se il prezzo da pagare per essere libera da ogni preconcetto è il rancore e l'odio ogni volta che vi vedo parlare di qualcosa che per me conta, ogni volta che vi sento ascoltare la mia stessa musica, leggere i miei stessi libri, guardare i miei stessi film beh, allora sono contenta di pagarla cara, di pagarla tutta.

Avrete, forse, il mio voto ma non avrete mai il mio rispetto e tantomeno il mio pensiero, che forse non è un gran pensiero ma certamente, almeno quello, è libero.