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27 luglio 2016

Per la commovente tenacia dei ghiacciai

Per la commovente tenacia dei ghiacci
Primavera piovosa e solo appena un po' triste, quanto mi hai dato da pensare. Le cose cambiate, dimenticate, riviste, la maggior parte le ho pensate nei risvegli inquieti e indesiderati o in macchina accanto a lui che guida veloce, che guarda la strada e poi me, distrattamente, mentre mi accarezza un ginocchio, lo fa con occhi strani che non hanno direzione, come non vedessero niente e si muovono insieme alla luce.

La prima volta che un ragazzo mi ha detto Ti amo indossavo la maglietta con la E di Emergency e quei pantaloni larghi e rotti che usavano nel 2005; la prima volta, quella volta eravamo seduti in stazione ed era l'estate quando finiva, era settembre al suo afoso inizio e lui aveva detto così.
Avevo sedici anni e sapevo le figure retoriche. Ossimoro, pensai, ghiaccio bollente.
Ghiaccio, era freddo e cadeva con un tonfo dal cuore allo stomaco e cadendo evaporava nel sangue, bollente. E ghiaccio bollente fu, quella volta, la prima. E tutte le altre volte per sempre.

Occhi strani, asimmetrici, dolci eppure indagatori e spaventosi che sembrano dirigersi alla parete, o al parabrezza, o al cielo e poi ritornano alle mie clavicole e alle pupille, alle labbra, ai capelli. Lui guarda, poi parla, poi guarda di nuovo e fuma e quando dorme io lo tengo, penso alle cose e alle stagioni, a tutto ciò che portano e che portano via: quella di ora, quella di prima.

Quella di prima, quella che non era troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore. Che ci faccio qui? Me lo sono chiesta durante le notti prima fredde poi piovose infine caldissime, le risposte le ho cercate nei ricordi più piccoli, una domenica ancora buia che seguiva un sabato etilico e violento, c'è un muro in questa città dimenticata da Dio che recita PER LA COMMOVENTE TENACIA DEI GHIACCIAI. Ed è stato per i ghiacciai, ma anche per l'albero che c'è nel cortile dell'ufficio in cui lavoro. Un albero enorme, verdissimo e vecchio, fa ombra alle panchine dove mi siedo a fumare e fa ombra alla strada che porta al liceo in cui andava mio padre. Quell'albero era lì quando Mario, piccolo, aveva lo zaino sulle spalle e andava al Manzoni ed è lì adesso a ripararmi dal sole - lo sa, quell'albero, di essere lì a scandire i giorni, in una tra le zone più belle ed autentiche di Milano, lo sa e resta, non cade e non muore, per la commovente bellezza degli alberi, per la commovente tenacia dei ghiacciai, per la commovente ingordigia con cui ho desiderato tutto ciò che lo riguardava, che lo riguarda ancora, che lo riguarderà poi. Quella di ora, Troppo cerebrale, ma fortunatamente non immune. Alla tenacia dei ghiacciai, alla bellezza degli alberi, agli occhi strani che non guardano da nessuna parte forse perché non hanno bisogno di guardare per vedere - non sono immune all'amarlo ed essere amata a mia volta.

Primavera piovosa, muri che parlano, alberi che restano, ragazzi che guidano, guardano, fumano, dormono, parlano, toccano, baciano, gridano, insultano, colpiscono, ridono, piangono, ballano aspettano, comprendono, sanno, vedono e sono e scoprirsi nuovamente capaci di ricordare le cose che hai sempre saputo: che a nullo amato amar perdona e che al cor gentil ratto s'apprende. Lo sapevo, come sapevo le figure retoriche, come sapevo che il ghiaccio può farsi bollente. Non lo so che cosa c'è al di là degli occhi lucenti e solo apparentemente smarriti, quali ricordi, quali storie, io non sono lui ma sono io e io mi sono appena ricordata. Che se succede, dopo che succede, allora è facile e sgorga fuori, se ne sbatte delle verità che nella tua presunzione credevi di aver visto, se ne sbatte di quel che è stato e sei di nuovo malata. Malatissima. D'amore.

Tutto si è rivelato incredibilmente semplice come abbeverarsi o mangiare, qualcosa di ovvio, di ineluttabile e non particolarmente importante: il fatto di averlo incontrato da qualche parte nella mia vita e poi averlo incontrato di nuovo e lasciare che dormisse nel mio letto, che lo riempisse di odore, di capelli, di sudore, di pieghe e mentre si stende ed è esile ma anche forte io mi stendo al suo fianco e penso che lo siamo entrambi. Esili. Ma forti. Il sangue ce l'abbiamo caldo e i nervi ce li abbiamo tesi e i capelli ce li abbiamo folti e le mani ce le abbiamo piccole e le idee ce le abbiamo chiare e la volontà ce l'abbiamo ferrea e il carattere ce lo abbiamo brutto e il cuore, comunque, ce lo abbiamo grande che riempie gli spazi, si prende quello dell'altro e lo rimescola, lo squarcia, lo rimette al proprio posto, spalle al muro. E siamo uguali, speculari, uniti, sporchi, palpitanti e veri. Tenaci come il ghiaccio. Commoventi come il fuoco.

17 marzo 2016

Prossimamente su questi schermi

La vita interiore, Alberto Moravia
Che si appannano ed esibiscono la pochezza delle nostre esistenze, ci proteggono dal cielo latteo, moribondo, sfigurato di polveri sottili. Non vorrei (più) sapere. Non vorrei (più) vedere. Si tornasse alle missive, alle lettere. E al cielo. Ad ogni epoca le sue miserie. Quando ero più giovane di adesso anche mio padre lo era, mi raccontava di quando era più giovane, molto più giovane di adesso e aspettava per lunghissime ore le telefonate dell'amata al bar della stazione. Non si capacitava, lui, della scarsa pazienza di sua figlia quando si trattava di SMS e del fatto che noi, io, la vita ce l'avessi sempre in tasca, o sul fondo della borsa, sugli schermi dei telefoni che negli anni ho consumato e perso, gettato via, lanciato forte contro ai muri, alle persone.

Tutte le cose importanti le abbiamo in tasca e ad oggi si muovono sugli schermi, questioni di giga. Lo sa bene l'operatore della TIM, mi dice, signorina, sono 3 giga e centinaia di minuti, tutti veri. Sì, ma ascoltami: 3 giga al mese, tutti quei minuti (veri!) basteranno a dirsele le cose importanti di una vita intera?
I refusi e poi le libertà nei confronti della consecutio temporum tutti gli anacoluti e poi questo :) e questo :( e in particolar modo, la loro assenza. Le cose importanti si trascinano sui giga e sono le parole, sempre. La fine è qualcosa che arriva, la fase teaser della fine si esibisce tutta nelle interazioni: mi piace, non mi piace più. Segui. Non seguire più. E dal momento che hai già difficoltà a condividere continua a non farlo. La fine è qualcosa che arriva, che letteralmente vedi arrivare, si svela nel dilatarsi dei tempi tra le schermate dove su sfondo verde, bianco, azzurro abbiamo svolto gran parte delle nostre conversazioni. Tutte le cose importanti, moltissime, non so quanti siano 3 giga al mese ma so che non basteranno e pensare che costeranno e io li pagherò.

La rete è quella cosa, quella rete di cose, tutte importanti, che ce le teniamo in tasca e si muovono sui giga, arrivano sempre a destinazione e anche tu stavi andando, mi sembra, sì ce l'avevo una destinazione e la vita si manifesta in ogni istante, e non è altro che una piccola vibrazione. Chiama. E che fai, non rispondi? La rete, di solito ci finisci dentro e ti imprigiona. Vuole la nostra opinione e prevede verbi e simboli, stelle, cuori, condividere, seguire, amare. O non farlo più. Le cose (alcune importantissime, ad esempio condividere, seguire, amare) stanno in tasca per essere lette e subite, passivamente, ti aggrediscono mentre leggi, mentre dormi, mentre baci. E non perdiamoci mai di vista, sia chiaro, persone con cui abbiamo lavorato, scopato, vissuto, fatto dei pezzi - e che pezzi. 
:) questo, o la sua assenza. 

Ti tengo in tasca a te, a te e anche a te, e a te che, ti ricordo, verrà la morte e avrà i tuoi occhi e alle amiche che se ne sono andate; la voce arriva da oltremanica ed anche la voce si consuma sui giga, o erano i mega? Era la rete. Erano soprattutto le labbra sorridenti della mia migliore amica, statiche in una foto su sfondo verde eppure la voce, da oltremanica, era la sua ed era forte e chiara, appartiene da sempre come le cose, quelle più semplici, un’intuizione e una certa pagina in un certo libro, gli affetti, gli oggetti, i rumori. Le cose importanti, ti ci impigli nella rete perché è lì che suonano, vibrano, avvertono, sono. Le hai in tasca, sulla scrivania, in una borsa a Fiumicino. Ti tengo in borsa a te che non mi hai mai regalato fiori ma me ne hai mandati, oh sì, ne hai mandati moltissimi. Tutti graditi. Come fossero veri, e lo sono. Comunque vadano le cose ricorderò per sempre come ti rigiravi nel sonno e come scoppiavi a ridere dapprima con gli occhi, poi esibendo tutti i denti - ricorderò come scopavi, come baciavi, come ballavi e il suono delle tue notifiche e quant'erano belle, quelle notifiche, perché precedevano le tue parole e se le parole non erano belle le notifiche, comunque, lo erano sempre.

La vita è una vibrazione e la vita (da queste parti e anche altre, spero) non è sempre brutta, è anche generosa di cose preziose, di cose di cui essere grati o perché no, felici. Nei treni si piange ma c’è da dire anche, si ride e abbastanza forte tra la provincia e i .jpg oppure si appoggia la fronte al vetro e si guarda lontano, oltre le case, gli alberi, i campi di grano, gli acquedotti, le montagne, quando arrivano le cose importanti, alcune di una vita intera, già dette e sempre sapute e tutte in tasca. Vibrano e sono le parole, pistolets chargés.
Fuori e dentro la rete, saranno le parole che useremo per massacrarci a vicenda e poi chiamare l'uno il nome dell'altra, vieni, ti porto in un posto a sederci sulla terra e leccarci le ferite come fanno gli animali. 3 giga al mese, centinaia di minuti, io non credo possano contenerle le parole d'amore, di rabbia, di amarezza, di consolazione, di fine, sia essa dolce oppure amara - ma sono disposta a crederti, operatore della TIM.
3 giga al mese e centinaia di minuti per dire e sentire tutte le parole che preferivo schivare e che lo sai, costeranno care ma l'offerta, mi dici, è esclusiva e irripetibile, probabilmente inevitabile, e pensata per me. Che sono prodiga e ingorda di parole, di minuti, di refusi, di malintesi, di fiori. Fuori e dentro la rete. Sto per accettare l'offerta e ci vediamo, ci siamo nella rete, tra i malintesi e fiori che, ve lo garantisco, li pagheremo cari, li pagheremo tutti. 

8 novembre 2015

La bella estate dei desideri

Cesare Pavese, La bella estate
La prima goccia di sangue si infrange sulla ceramica con un rumore ben preciso. La prima goccia di sangue ha un odore e scioglie il senso di colpa, le funi che stringono il sacco nero intorno al cuore; rilassa le reni, diffonde nel corpo un dolore sordo e sano, auspicato e giusto. Tutti i vaffanculo che ho elargito con grande magnanimità, l'emicrania, gli incisivi aggrappati alle ginocchia, la fame, che fame, che fame. Segna l'inizio di giornate sfilacciate e lacrimevoli in cui risulterà più facile incolpare il reale di essere esattamente ciò che è. In queste giornate capita, succede, mi ritrovo a pensare che l'amore, se fosse (ma non è) riempirebbe gli spazi tra le cose. La prima goccia di sangue si porta appresso le conseguenze - perché il sangue, si sa, va alla testa. Il sangue, si sa, va dappertutto. L’estate, bella, se l’è portata il sangue.

(L'estate, come il sangue, era dappertutto ed era nelle conseguenze, nei capannoni oltre la ferrovia, in particolar modo l'estate era nei cadaveri delle mosche che si accumulavano sulle insegne dei bar ed era nelle notti che si allargavano fino al mattino.) (L’estate, come sempre, cominciava in giugno. Salivo sul treno e mi paralizzavo nel freddo così detto condizionato, che sa di plastica e che puzza come la plastica - non è l'amore, mi dicevo, il punto - ma gli spazi tra le cose.) 

(Luglio, torrido, era nelle conseguenze.)(Esagerava e si faceva sentire l'estate, bella, dei desideri; ricordi, il silenzio prolungato e senza colori, come l'autostrada che squarcia la pianura. Gli spazi tra le cose, tra le vite, tra noi due. C'era il verde violentissimo del mio bicchiere e il bianco spietato della sua camicia e il bagliore della sua pelle e avevo caldo, avevo sonno, avevo male; tutto si è fatto sangue, che è andato alla testa, che è andato dappertutto, che si porta appresso conseguenze e allora Addio. Ero stanca. Lo ero di tutto, dell'interezza, nell'interezza, la camicia e la pelle. Poi le scadenze, le date, "il sole dei tuoi occhi neri" e tutte le cose che per forza di cose (!) - lasciamo perdere, non sono questi i tempi, i luoghi. Addio, vaffanculo o più modestamente ciao. Arrivederci amore, ciao.)

(Agosto scorreva lentissimo e snocciolava, come doni, i miei ventisei anni e tutti quei bicchieri, la bella estate molto portava, molto portava via. Le cose si svolgevano al di sotto del cielo della vecchia, polverosa provincia ed è stato, anche, sapersi per qualche tempo in quiete, in pace, come i morti a marcire nella canicola, da qualche parte tra la veranda e il bosco, nell'Agosto che scorreva lentissimo.) (L'estate, come la vita, si svolgeva quasi tutta tra le cose più semplici, i binari e i balconi. L'estate bella dei desideri si manifestava nella miseria e nella polvere. I desideri si svelavano piano, mai pensati, nelle forme più imprevedibili: li ho visti nelle rughe precoci di un tossico e nelle sue pupille, diceva “Vi dovete sposare” e i desideri, a volte, sono gli inceneritori che ardono in questi posti dove non accade mai niente, le risse nei bar e la noia, la grazia. I binari, pensavo, nei binari; cristallizzare l'attimo, abbatterlo, incanalarlo in qualcosa che somigliava moltissimo alla Morte e alla Felicità.)

(Agosto scorreva impazzito in tutti quegli aerei in tutte quei respiri in tutte quelle voci, femmine e amiche, sorelle forse, proprie come il sangue, e nelle cose che non avevo mai fatto. Snocciolava ancora, come doni, imprevedibili gesta e avventure che avvenivano in estate, appunto, era la bella estate dei desideri.) 

(Settembre era alle porte e non sarebbe stata estate, non sarebbe stata bella, se fosse stata priva di lividi. Gli spazi tra le cose, le solite cose, si scandivano in geometrie perfette tra i platani e i binari del tram e dov'è che stavo andando? Ad annegare in un caffè e pensavo, se parlassi apertamente sentirei in bocca il sapore amaro delle sillabe e dopo di che finiremmo entrambi all'ospedale con le gambe rotte, schiacciati dal peso di tanta idiozia. A chi hai pensato, se hai pensato, mentre facevi, se facevi? Io ti ho pensato quasi sempre. In tutti quei caffè. E dico quasi perché io so, io ho bisogno di credere (ancora) che l’amore se fosse (ma non è), riempirebbe gli spazi tra le cose, tutte le cose, sempre. Berrei, adesso, un altro caffè. Che sia l’ultimo, invece non lo è mai.)

La bella estate muore nel mio grembo e si infrange sulla ceramica con un rumore ben preciso; scivola con l'acqua, nell'acqua e non avvisa, io ero sotto la doccia e non pensavo a niente se non alla bella estate che è stata, appunto, bellissima. La bella estate è morta e non è importante come e quando sia successo, ne piango e non ne piango il triste lutto perché là dove muore l'estate, anche se bellissima e fatta tutta di desideri, nasce l'autunno, il breve autunno della ragione e quasi sicuramente, un giorno, scriverò anche di quello. Le speranze sono finite ma, se saremo fortunati, ci resteranno le stagioni. 

3 luglio 2015

Quando sarò capace di amare

Avevo ipotizzato dieci, cento, mille premesse. Sarebbe bello se, quando sarò capace di amare, non dovessi più scrivere cose come questa. "Cose come questa" sono un po' una finzione, un po' un mea culpa, un po' un tentativo di celebrare (senza successo) una canzone la cui bellezza mi provoca vertigini; non hanno un destinatario né uno scopo, non riferiscono né celano alcun messaggio. Buona lettura. 


Amore. Se avessi potuto scegliere avrei scelto di essere un maschio per esprimere liberamente la mia natura di persona inaffidabile, insensibile, egoista, bugiarda, vendicativa, irascibile e infedele. Sarei stato un uomo, un uomo come tanti (che non vuol dire tutti, vuol dire tanti), bestiale e volitivo, selvatico e intrattabile. E così, a cazzo ritto, avrei bevuto birra e pisciato per strada e risposto a qualsiasi battuta con "succhiamelo" e fatto a botte con gli altri alfa, alfa come me. Te l'avevo già detto, lo so; tra i tanti pregi, sono anche ripetitiva. Te l'avevo detto e tu mi hai amata comunque, perché tu sei Lui, anzi, Colui. Colui che mi ama "per quella che sono". Di questo devo parlarti, amore. Dell'amore. Forse, se avessi potuto scegliere, avrei scelto di essere una Benedetta diversa, una Vanna in camicia, una di quelle a cui importa qualcosa del packaging e dell’opinione delle beauty guru. Avrei cotto per te biscottini a forma di panda, mi sarei interessata alla situazione pilifera del mio inguine oppure avrei fatto la maestra; la maestra in Romagna. Avrei voluto avere i fianchi larghi e partorire i tuoi figli, occuparmi di loro. Forse avrei persino imparato a coltivare l’amore se avessi ottenuto un po’ di quella dolcezza, di quella morbidezza, di quell'attenzione (per se stessi e per gli altri) che le porta, Loro, quelle che non sono io, a coltivare le cose, realizzarle nel tempo. Quelle ragazze, sono strane. Né migliori né peggiori, solo diverse. Aliene. Sembra che non gli scappi mai di parlare di deeptroath dopo il quinto terzo Martini – non lo fanno e basta, con la stessa spontaneità con cui io non faccio sport. Hai notato, vanno a vedere l’INCI delle cose mentre io mi spalmo il cancro sulla faccia ogni mattina, ecco loro potrebbero attribuire il calo della libido a una qualche infiammazione vaginale dovuta al bagnoschiuma da 2,99€ invece io no. Io non sarei credibile. Le carogne come me non si ammalano mai, i batteri della candida ci odiano.

Perché ti sei accorto, sì, che non ti voglio più? O eri troppo occupato ad essere Colui che mi ama per quella che sono? Ma quale infiammazione. Ma quale INCI. Io non ti voglio più perché mi hai stancata, mi sei venuto a noia. C’è stato un momento, quel momento, quello che arriva sempre, in cui avrei preferito essere da un’altra parte e ci sono andata, ci sto andando ora. Amore, forse non ci sono mai stata. La cura, l'attenzione, la pazienza, la lungimiranza e l'eternità - son cose che non fanno per me. Sono troppo istintiva, troppo immatura, troppo megalomane per saperlo fare, amore, l'amore. Perché l'amore, amore, implica una qualche propensione al concetto più puro dell’impegnarsi e dell’attenersi ai propri doveri. Guardami. Ho 26 anni e non so usare la matita per le sopracciglia. Sono piena di vizi, di nevrosi, di incubi, di pregiudizi. Mi parli di progetti, di felicità, di futuro - io penso ai cimiteri, alle cartine che son quasi finite, all'interfaccia di YouPorn, a Barney Panofsky e alla testa di Jovanotti su un piatto d'argento. E anche se mi reputo capace di slanci, di entusiasmi, di umorismo, di gioia, di lealtà, di affetto, di ragionamento e di comprensione facciamo che l'amore, amore, non mi viene. L'amore si fa in due e tu sei un uomo solo, me ne sono andata, non ci sono mai stata. E la colpa è anche tua. C’è una cosa che ho capito col tempo e te la devo proprio dire: io sono fatta tutta di spigoli e tu questo concetto non l'hai afferrato mai. Gli spigoli esistono e stanno come i morti. Bisognerebbe imparare a evitarli e tu non fai che sbatterci contro. A mia discolpa, ti dico che se avessi potuto scegliere avrei scelto di non farti mai del male, perdonami, perdona me e tutti quanti i miei spigoli. Se avessi potuto scegliere avrei scelto di essere un maschio, un alfa, e avrei spaccato la tua nauseante faccia gentile. Non la sopporto, la tua faccia gentile. Tu non ce li hai, vero, gli spigoli? Certo che no. Tu sei perfetto come una sfera. E dimmi, ce l'hai qualche cazzo di istinto, qualche meschinità, sei capace di gesti violenti, brutti e malvagi o sai solo startene lì, sbalordito e col cuore spezzato, ma sempre aggrappato alla tua pulitissima morale di persona capace d'amore? Capace di fedeltà? Capace di pazienza, di sangue freddo, di devozione e di volontà?

Io te l'avevo detto, che non ero capace. Io te l'avevo detto che avrei mentito, sbagliato, colpito, affondato, bruciato, rovinato, distrutto, sporcato - sporcato tutto, tutto quanto, di polvere e di calcinacci e di merda. Se avessi potuto scegliere avrei scelto di essere un uomo, una donna, capace d'amore - e ti avrei tenuto con me per sempre, avrei compreso la sottile differenza che sta tra il pensare l'amore e farlo e mi sarei tenuta per me i miei gesti, i miei paroloni, i miei giuramenti e ti avrei amato e basta, ogni giorno della nostra vita, e non sarebbe mai arrivato il momento, quel momento, in cui avrei voluto essere da un'altra parte e ci sono andata. Amore, perdonami. Perdonami se non ci sono mai stata.

Giorgio Gaber, Quando sarò capace di amare

18 giugno 2015

Hypocrite écrivain

Carmen Consoli, Non molto lontano da qui
Dicono che sedersi sul fondo della propria doccia e poi piangere sia ciò che fanno le persone quando si arrendono. Dicono che i peccati si pagano - li ho pagati, spero, sedendomi sul fondo della doccia con la pelle assetata, ancora sporca di pioggia e di lui. Di tutti quanti i lui - rivissuti, perduti, amati, ricordati e infine ritrovati, sotto ai platani, dentro Milano, dentro me stessa, da qualche parte tra il 2003 e l'incapacità del mio verbo. Seduta sul piatto della doccia non piango ma lascio che sia Battesimo, lascio che sia purificazione e lascio anche che sia dolore, mentre mi chiedo com'è che è stato, cos'è mancato, quand'è successo che sono diventata così brava a rotolarmi nella mia merda. C'è stato un tempo in cui scrivere era l'atto più sincero, correva l'anno 2003 e il Santo Anonimato ci proteggeva da noi stessi - arranca l'anno 2015 e abbiamo tutti una web reputation da salvare e io sono soltanto io, Benedetta e/o Vanna, basta digitare i miei due nomi affiancati nella barra di Google per trovare dove sono, chi sono, che lavoro faccio, di che cosa mi occupo. "Voglio scrivere qualcosa, qualcosa di vero." - ma come faccio, adesso, a scrivere gli arabeschi delle lenzuola, il ribollire della moka, gli schiaffi, la pazienza, l'inadeguatezza, i nodi, l'acqua, la presunzione e infine le parole che si spaccano a metà, incespicano nell'accento duro, nuovo, si interrompono e infine muoiono, prima che sia stata pronunciata l'ultima vocale. Come te lo racconto, hypocrite lecteur, il terrore agonizzante di chi non vuol morire prima dell'ultima vocale? Al di là della metafora non vi è che lo squallore, l'incapacità del proprio verbo. I platani e il cielo che tuona, io sotto di loro: dolorante e vulnerabile, emaciata e debole, sbattuta come un uovo, fatta di ossa e lividi. Hypocrite lecteur, vorrei farla finita. Farla finita con molte cose, a cominciare dalle metafore. C'è un punto in cui la metafora oltrepassa se stessa e si fa bugia e non sono certa di poterlo tollerare ancora. Non ho sufficiente dimestichezza con le metafore per renderle efficaci, per fare in modo che raccontino come mi sento (se sento) davvero e quello che penso (se penso) davvero. La realtà è spietata, inavvicinabile e indicibile e quando la penso io penso, più che altro, ai platani. I platani a Milano quando piove, quando non sembrano nemmeno alberi. Escrescenze della terra, rampicanti umidi e sporchi, pezzi marci della marcia città che squarciano il cielo e io sotto di loro, rigida e infelice, come un platano. Non sono abbastanza brava per fare fronte all'incapacità del mio verbo e dunque parlarti dei platani vorrebbe essere una metafora. Ma purtroppo è una bugia. 

5 maggio 2015

Tre date

O, "Cose che mi è capitato di scrivere" o, "Fino a qui tutto bene" o, "Perdoname madre por mi vida loca" o "Disperata erotica stomp", o "Il lungo inverno della negazione".


Non ho riti né tradizioni. San Valentino quest’anno non è esattamente la mia Festa, né lo è mai stata. San Valentino è trascorso ed è trascorso in pace, come non fosse mai esistito;  San Valentino è stato un sabato qualsiasi fatto di scadenze e pranzi e impegni. Vissuto tutto quanto, come sempre, in negazione. Se dovessi parlare all'amore gli direi non lo so fare, amore, l’amore. Mi interrogo sulle conseguenze del negare l’amore, negarlo a me. Viverlo come qualcosa di distante, perso, forse mai avuto né concepito. Mi interrogo sulle conseguenze del vivere tutto quanto in negazione. L’inverno mi ha incrostato le ossa fino al midollo e questa è, in effetti, l’unica cosa che non posso negare. Ho già spiegato di come la realtà a volte non sia che una patina grigia, ho già discusso della lunghezza dei minuti e del suicidarsi del sole, ogni giorno, al di là delle finestre. Si sta bene quassù. A volte quassù, al quarto piano, tra le cose più impalpabili e vere, tra la polvere e le pagine, capita che ci si senta soli. Succede al pomeriggio – succede di domenica. La vita è quasi tutta nella domenica. Si sta bene quassù. Anche se si è soli.


Honey, I’m on fire. Sta passando Lana Del Rey. Con quella bocca da puttana e la voce impolverata, stranissima. Nemmeno mi piace, Lana Del Rey. Eppure è uno di quei brandelli di verità; parole, poche e apparentemente semplici, che ti marchiano da qualche parte. Marchiano, appunto, come il fuoco – e restano. Sei arrabbiata? Sei nervosa? Sei arrapata? Sei depressa? No, o forse sì, sì tutte le cose insieme. Honey, I’m on fire. E ci sono da sempre. Arrostisco. Oggi penso al fuoco. Sono belli gli elementi, tutti dovrebbero scriverne, in continuazione. L’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. Nessuno sui blog scrive mai delle giornate che sono fatte di fuoco perché non è possibile fotografare il vento, non è possibile raccontare l’acqua – nemmeno quella delle fontane. Scriviamo di tessuti, di INCI, del Jobs Act, dell’ultimo libro (!!!) di Gramellini, di tech, di lifestyle, del coriandolo e del fatto che sia fondamentale utilizzarlo in tutto assolutamente tutto per prevenire il cancro. Oggi penso al fuoco e se potessi scriverlo su tutti i muri, scriverei qualcosa che riguardi il sole; a volte il fatto che ci sia il sole può bastare e non è perché sono una santa, ma perché sono una stupida. In un mondo in cui la logica ti induce a desiderare di più io mi rendo conto di volere sempre meno, della “rinuncia come atto più nobile dell’uomo”. Ciò che una volta era lavoro di lima adesso è bombardamenti, e terra, e fuoco. Distrugge tutto e lo fa sull'arrampicarsi degli istanti, poi si spegne. E io mi interrogo. Sulle conseguenze del vivere tutto quanto in negazione.


La Festa della Donna è passata e abbiamo avuto le nostre mimose (io non le ho avute, ma ho riletto di Margherita e del Maestro e della celebre giornata che odorava di mimose, quindi so il fatto mio) e il muggire intollerabile della pubblica opinione. Ci ammazzano troppo, ci ammazzano troppo poco, donna & mamma, donna in carriera, se ti piace farti sculacciare farti passare il ghiaccio sulle reni o perché no le orge, cosa sei esattamente, sei una troia, sei una donna emancipata? e il fatto che tu vada in Chiesa fa comunque di te un’ipocrita e volendo, una sfigata, oppure sei una donna virtuosa, così virtuosa che come dice Samantha Jones dovrebbero toglierti “il bastone dal culo e infilartelo nella passera”, mi chiedo ti interesserebbe leggere le 10 regole IMPRESCINDIBILI per essere una brava madre? qui c’è il tuo Cosmopolitan, gustatelo, “5 segreti per farlo impazzire a letto”, sarebbe il caso di dedicare altre due righe alla piccola Yara, chissà cosa ne pensa Gramellini, intanto su Mashable e su Instagram si scatenano guerre femministe insanguinate come le proprie cosce nel proprio letto, proprio l’otto marzo, proprio adesso, proprio a me. Sì, la Festa della Donna è passata. Le mimose, beate loro, sono morte. Io mi interrogo, rassegnata, sulla Festa della Donna e sulle conseguenze del vivere tutto quanto in negazione. Le conseguenze. Che effetto farebbe, che so, scaraventare un corpo (di donna, uno qualsiasi) al di là del quarto piano. Però poi non faccio niente. Mi interrogo e basta, e se proprio ho voglia di emozioni forti mi preparo un caffè e mi infilo una mano nei pantaloni - del pigiama, ça va sans dire.

13 dicembre 2014

Settembre 2014 o "Ai bordi del letto"


Settembre 2014

A tu per tu con lo specchio, con immutato rancore. È così che passerà il suo tempo. Lo passerà a guardarsi; guardarsi male. Le pupille languide, ingrossate e del tutto spente, lei si guarda (male) e vede, è una carcassa incastrata nel sottobosco; contempla il riflesso con attenzione morbosa, ostinatamente nauseata. Non indossa altro che un paio di boxer sgualciti. Siede immobile e pensa secchio di vermi, carcassa nel sottobosco, calcinacci e polvere. Siede a gambe incrociate e lo specchio la ritrae nell'interezza, nella mediocre nudità di un corpo di donna, uno qualsiasi. Non c’è niente di mistico, niente di erotico in questa domenica fiacca in cui semplicemente sta, ai bordi del letto, seminuda e struccata, spettinata e triste. Si è recentemente imposta di non fumare in camera da letto; non ha voglia di alzarsi e quindi si guarda, male. Si biasima per l’imposizione di questa regola. Si biasima altrettanto per aver osato pensare di violarla. Perché è grande, grandissima nemica di se stessa e letteralmente scalpita per gettarsi in pasto alla propria perfidia. Se riusciste a vederla come la vedo io, direste che è stanca. Lo è. 

Concede una tregua agli occhi, serra le palpebre ed offre alla retina qualcosa che non sia il riflesso, carne umana e boxer sgualciti; dimentica secchio di vermi, carcassa nel sottobosco, calcinacci e polvere. Si protegge come può, con l’ignoranza e col buio. Nel buio. Non vede più niente, non pensa più niente. Forse solo alle voci. Tante e gentili. Non dà ascolto alle voci perché sono buone. Più buone di lei. Il suo riflesso la guarda così male perché sta pensando carcassa, calcinacci, cavallo stramazzato. È un delirio insopportabile, una tempesta impazzita di correlativi-oggettivi. Chiude gli occhi. Per non guardarsi mentre si guarda male. Per non pensare. Non pensare che più della testa più delle reni più delle ossa fa male il vivere. Foglia riarsa, statua nel meriggio. Il lamento straziato di una vecchia, al di là delle pareti, nel vicolo stretto e buio che conduce alla stazione. Tutto si rivela sempre all'altezza dello squallore generale ed è ok, è davvero ok, sono anni che fondamentalmente non le importa. Solo che non sempre sa resistere, capita che si lasci andare al dolore. Ogni tanto. Quel che basta per sapersi ancora pancia, sangue, cuore. Viva.

Bella. Sei molto bella. Come sei bella. Bella. Dentro e fuori. Le voci nel buio. Sono voci reali, di persone cosiddette vere. Sono voci di uomo, la prima è quella del Padre. Bella. L’aggettivo si è presentato con frequenza sempre maggiore con il protrarsi degli anni, del tempo passato su questo mondo. Ne accoglie il suono con immutata perplessità, maligno scetticismo. Così è sempre stato, così sarà sempre. Detestarsi è una cosa seria. È un lavoro metodico, faticoso, da svolgere ogni giorno con rinnovata energia. Volersi male è la cosa che le riesce meglio. Non c’è clemenza nei propri confronti che possa accettare. “Clemente con me stessa non lo sono stata mai”, sentenzia, tra il divertimento e la compassione. Tracotante e magnanima sì, a volte, ma clemente proprio mai. Oggi è giornata di boxer sgualciti, di digiuno, di accidia travestita da esistenzialismo ignorante. Oggi non ha niente da fare, non in questo tardo pomeriggio di domenica. Volersi male esige altissima concentrazione, è un’attività impegnativa, a cui dedicarsi quotidianamente in perfetto silenzio, meditando, meglio se in piena luce.

“Ho la faccia di chi ha dormito per vent'anni sotto a un sasso”. Sei così bella. “C’è in me qualcosa di viscido che si contorce su se stesso. Voi non lo vedete ma io sì. Andate a farvi fottere.” Patetica deficiente ai bordi del letto, che si guarda da fuori, si guarda male. Il corpo è pallido, sterile come una pietra. Tutto si rivela sempre all'altezza del proprio squallore, se fosse un albero direste che è una betulla a ridosso della tangenziale. Ha un ematoma sulle gambe, un altro sui glutei. Intravede la peluria bionda delle cosce, le pellicine rosicchiate sulla punta delle dita, le imperfezioni della pelle. Se potesse, e può, pagherebbe qualcuno; un uomo grande e grosso che le spacchi la faccia, quell'intollerabile vuoto. “Rompi le ossa, strappa le braccia, riduci a brandelli il corpo, questo sacco straripante di niente”.

C’è una ragazza nello specchio, che la odia - mentre la ragazza con gli occhi chiusi è da qualche parte, dentro se stessa. Ci sono posti dentro se stessi che sono come negozi abbandonati, immensi magazzini chiusi. Calcinacci e polvere. Luoghi da tempo dimenticati. Non forzerà le serrature e nemmeno voi dovreste. Perché è pericoloso? No. Entrate pure, ma non c’è niente da vedere. Questo è soltanto il posto dove esibiva le cose più belle, la parte più vera. “Non è rimasto molto, qui, di quello che una volta era. È vuoto. È noioso. Non ne vale la pena. Andiamocene. Al parco, ai caffè letterari, agli eventi esclusivi, ai concerti, alle manifestazioni, andiamo a divertirci.”

Ed è pensando agli eventi, al parco, ai caffè letterari, ai concerti e alle manifestazioni che si stende, piano, sul materasso caldo dove si addormenta, immediatamente, accompagnata da un vecchio orso di peluche e un esercito silenzioso di fantasmi. Ed è nel sonno che ritrova tutto, ritrova le cose che servono a tollerare. Tollerare lo specchio. Tollerare la farsa. Tollerare la vita, il male che fa. Ritrova il padre, sei bella, le albe, l’orgoglio, le sue stesse mani che non graffiano né spolpano ma accarezzano, timide, le tempie di un uomo che dorme. Nelle lenzuola ritrova, dopo tanta guerra dopo tanto odio, la quiete  – che è persino meglio della speranza. Perché il sonno è vita. E la domenica è terminata. 

20 agosto 2014

Agosto '14



Milano, 3 Agosto 2014

Questo è l’ultimo giorno dei miei ventiquattro anni e non mi sono presentata all'appuntamento col dovere – crescere, farlo sapere a tutti. Sto lavando i piatti che sono tazze, bicchieri, cucchiaini incrostati di zucchero. Stoviglie. La lavastoviglie è rotta, da mesi. Afferro gli oggetti uno a uno, insapono sciacquo risciacquo insapono sciacquo risciacquo, la tazzina gialla – la mia preferita. Sbeccata. Quel giorno che un’ape è entrata dalla finestra mentre cantavo di Marinella la storia vera, le mani bagnate. Lavo i piatti ed è quiete, automatismo e cura. Quando gli elastici per capelli che porto al polso sinistro si bagnano li sposto con i denti all'altezza del gomito. È fondamentale che gli elastici per capelli siano sempre al loro posto, sul polso sinistro – e tra i capelli, naturalmente. È fondamentale che gli elastici non si abissino tra le lenzuola, che non si perdano negli altrui divani. Gli elastici hanno il diritto e il dovere di tornare a casa. Con me. È fondamentale non lasciare tracce, non lasciare oggetti, non lasciarsi e basta, raccogliere le proprie cose e andarsene, l’anima arrotolata nelle tasche, il vuoto che strilla dentro e fuori nelle vie afose della città. 

Rassetto casa lentamente tocco le superfici, gli oggetti, come non fossero del tutto miei ed effettivamente non lo sono. La casa non è mai cambiata. Sono 25 anni meno un giorno che la casa semplicemente è e io, dentro di lei, sono. Sono me, mentre passeggio a piedi nudi e mi intravedo negli specchi, sempre uguali, sempre gelidi. Rassetto casa, rifaccio il letto. Il talamo. Sprimaccio i cuscini, cuscini al plurale per un corpo solo, un cranio solo, un’unica fronte sudaticcia un unico paio di braccia, di gambe, di labbra. Liscio le federe sotto le dita e penso che di questi 25 anni è lì che riposano le cose più vere. Le cose che si fanno, nei letti. Nei letti si nasce e talvolta, spesso, si muore. Nei letti più di tutto si legge, si dorme, si morde, si piange. Nei letti si ride e ci si stende, si giace, nei letti soprattutto si sta ed è nei letti (come nei cimiteri e in generale nei luoghi dedicati al riposo) che avviene la vita – il fluire, se ci pensate, è quasi tutto tra le lenzuola. Di questi 25 anni ricordo chiaramente i giorni cominciati nel letto e nel letto conclusi e poi qualcosa, ben poco, immagini che sono avvenute fuori mentre, pare, vivevo.

Gli ultimi mesi li ho passati seduta sulla riva di un fiume e aspettando, diligentemente, che passasse il mio cadavere, qualcosa scritto in una bottiglia. Ma sto mentendo. Non ho aspettato né mi sono seduta. Non c’è nessun fiume nessuna riva, eppure c'è il cadavere - sono io. Io, nel consueto letto accanto alla finestra dove si è consumato lo spettacolo dei giorni, uno dopo l'altro ho guardato trascorrere i minuti e così è arrivata, esplosa, prosperata la bella stagione. In un alternarsi di raggi di sole, di luna, di piogge, di fulmini, di venti il mio corpo è rimasto lì dove doveva essere, nel letto vuoto, a rabbrividire di freddo. Esclusi dal torpore non ricordo che pochi istanti: quelli in cui voglio recuperare l’elastico per capelli, afferrandolo appena con le dita o coi denti, e la scritta che leggo ogni giorno ogni sera quando la ragazza (io?) lascia la casa, il cadavere, il letto e va dove la portano i piedi. Sei felice? La domanda la rivolgono un paio di occhi immensi, neri, insanguinati, vacui – del tutto identici ai miei. Quel muro è tutti i muri del mondo e ossessivamente, ogni giorno, lui domanda. Sei felice? Sei felice? Sei felice? Dimmi, Benedetta o Vanna o chi per te, sei felice?

Ci sono cose che devo ancora fare, che avrei dovuto fare. Ma una lavastoviglie o una patente sono poca cosa rispetto al pigiama e ai fogli che ho lasciato marcire sul comò, impossibilitata come sono nello spostarmi, nello spostarli. Dovrei prenderli con queste mani, trovare una scatola che li contenga. Il fatto è che sono cadavere, non è nella mia natura muovermi. Inoltre è delle mani, proprio delle mani che si trattava, capite? Sono state le mani. Che si sono cercate. E poi strette. Con le mani lui sapeva comporre e scolpire piccoli pezzi di carta, erano mani che attraverso la manipolazione degli oggetti comunicavano imbarazzi, concentrazione, talvolta rabbia, quasi sempre amore. Con le mani arrotolava le mie sigarette, riparava i barattoli dello zucchero. Servono mani per muovere e rimuovere gli oggetti, quelli che hai lasciato sparsi per casa, i tuoi libri (non temere) sono al sicuro ma quel pigiama, mi spiace, non ho potuto garantire per lui. Ha preso l’odore di polvere, di quadri, di pagine, l’odore di mio padre e di suo padre prima di lui. Ha preso l’odore della Casa e non è che un cencio abbandonato – solo pochi mesi fa aderiva al tuo corpo che aderiva al tuo odore che aderiva al mio letto che aderiva ai miei mondi, tutti quanti, di cui tu eri signore e prigioniero. Non c’è stato tempo di restituirsi pigiami, non c’è stato tempo per le recriminazioni, il paziente non ha sofferto e se ha sofferto l’ha fatto in silenzio e in quel silenzio io ho potuto addormentarmi.

Ho 25 anni tra poco, a volte penso che la vita per come la conoscevo si sia spenta il giorno in cui ho spostato il suo pigiama dal letto e sul letto mi ci sono stesa io. Tutto ciò che è avvenuto dopo è avvenuto e basta, al di fuori di me, che non ho mai abbandonato il letto né ho smesso di fissare quel pigiama, momentaneamente posto sul comò, sotto le miniature delle prostitute parigine. Qualcosa lo ricordo. Qualcosa appena. Ho perso un elastico per capelli mentre bombardano Gaza e i bambini poveri perdono gli arti. Io perdo un elastico per capelli, bombardano Gaza, piango perché bombardano Gaza piango per tutti gli elastici, gli arti, le cose perse. Gli elastici per capelli, ne sono certa, uno è andato perso e agonizza tra i riccioli di polvere di una casa non mia. Le macerie da niente che infestano gli angoli, è l'agosto del 2014, da qualche parte bombardano. Bombardano Gaza. Il tonfo dello spazzolino da denti quando viene lasciato cadere nel bicchiere, un rumore come di fine, come di bombe, un rumore che fa paura perché legarsi – legarsi fa paura.

I mesi che hanno portato al compimento dei miei primi 25 anni sono tutti tra gli oggetti. I pigiami e gli elastici. Le tazzine del caffè e le federe. Gli accendini e le lenzuola. I ricordi più autentici e veri dei mesi che hanno portato al compimento dei miei 25 anni sono le cose che ho toccato, prestato, perso. Un accendino di nessun colore, dalle mie mani ad altre mani, gli accendini sono oggetti pericolosi. Non ci sono traguardi né date c’è solo il giorno in cui ho sbeccato una tazzina e quello in cui ho perso un elastico e quello in cui ho prestato un accendino e quello in cui ho spostato un pigiama e non sono state solo le mani ma il viso, affondato nella stoffa fredda – gli occhi asciutti, disperatamente neri; sono stati giorni, mesi di brutte lettere d’amore non richieste inchiodate alla porta della Casa come minacce, e quella domanda che mi percuote. Sei felice? Sei felice? Sei felice?

No. Non lo sono. Non lo ero nemmeno prima. Ma ho una valigia ancora aperta dove ho sapientemente impilato i miei vestiti più belli, le scarpe, i profumi, le forbicine, la lima per unghie, la spazzola, i libri. Ho un biglietto per il Messico e domani ci vado. Gli elastici per capelli sono tutti in una scatolina che verrà insieme a me e insieme a me tornerà a casa, tra un paio di settimane. Ad aspettarmi non ci sarà niente, solo l’odore di chiuso. Ad aspettarmi non ci sarà nessuno, gli occhi vacui della faccia davanti alla stazione. Ad aspettarmi ci sarà la Casa, grande e vuota, triste e amata. Ci sarà la mia tazzina preferita quella gialla, quella sbeccata, rotta in un giorno qualsiasi. Ci sarà il letto. E su quel letto non ci sarà nessuno, nemmeno io; perché adesso mi prendo per mano, adesso mi porto via. Non so esattamente dove sono stata ma finalmente io mi vedo, mi vedo, ho prestato accendini recuperato e perduto elastici per capelli sbeccato tazzine e venduto l'anima alle pieghe dei gomiti. Dormivo, come morta, mentre bombardano Gaza. Sono venuta a svegliarmi, sono venuta a prendermi. Sono io, giaccio immobile nel letto di sempre, mi guardo con occhi asciutti. "Vieni" mi dico e arrivo, mi alzo, sono. Sono io, mentre vado incontro ai cieli del Messico. Mentre parto per un'estate diversa, nuova, nella mia vita diversa, nuova. Forse infelice. Ma nuova. Sono io. Integra, insieme a me.

Statemi bene.
Vanna
(da qualche parte, in Messico)

28 giugno 2014

"La verità"


Questo letto è molto grande io sono molto piccola. Questo letto è freddo come una bara io sono fredda come un morto. Questo letto è vuoto. Schiumo rabbia mentre (non) piango di rancore, mi contorco tra le lenzuola come un ragno, affondo la testa nel cuscino e urlo perché a piangere, poco ma sicuro, non ci riesco. Poi taccio. Infine penso. Faccio un'esame di coscienza.

Se cerchi la verità sei sul blog sbagliato. La verità chiedila ad altri, a quelli che hanno un’opinione su tutto e, cosa ancor più straordinaria, sono assolutamente certi che la loro opinione sia quella giusta. E la difendono. Anche quando farebbero bene a stare zitti. Io dal canto mio non so niente, so meno di Socrate che sapeva di non sapere. Io forse so. Più probabilmente non so. Non capisco. Non desidero capire, farmi un’opinione, persuadervi che sia quella giusta.

Non c’è niente, niente che io abbia mai saputo. Perché di niente mi è mai importato. Preferisco non interrogarmi troppo sul passato, sul presente, sul futuro. Preferirei non interrogarmi affatto. La verità non può essere spiegata, la verità sulla mia (e la vostra) sudicia stanca vita mi è oscura e non mi resta niente al di fuori del tangibile. I cimiteri mi piacciono perché lasciano segni evidenti delle vite trascorse ed è nella pietra che sta la verità. Quelle persone sono morte e anche noi moriremo, almeno questo è indiscutibilmente vero. Mi piacciono i cimiteri perché sono luoghi di pace dove il silenzio fa da padrone dove non c’è niente di lugubre perché nulla vi è di lugubre nel riposo. Polvere siamo polvere torneremo e se ci fosse un Regno Dei Cieli, ma non c’è, ce ne occuperemo poi e non sarà compito nostro effettuare una qualche selezione all'ingresso. Noi saremo morti. I morti non giudicano e nemmeno ascoltano. I morti giacciono ed è la cosa che sanno fare meglio. 

Ho preferito i cimiteri alla verità dunque non fidatevi di me. Delle mie parole. Di questo blog che non vale niente, non è niente, non desidera essere niente. Sono troppo occupata, io, per regalarvi un'opinione convincervi che sia quella giusta. Ho molto da fare, lavorare e sezionare il mio tempo tra l’osservarmi i piedi completamente in botta, tener bordone, gironzolare (preferibilmente per cimiteri, ma non solo), specchiarmi nei vetri sui mezzi pubblici. Solo nella noia mortale del viaggio in metropolitana rendersi conto di quanto c*zzo si sono fatte grosse le mie tette, quanto sembra enorme il mio sedere e poi i fianchi, la pancia, persino il viso. Florida come una giovane donna gravida invece no. Indiscutibilmente e del tutto ovviamente no. Perché l'appuntamento con la colpa del proprio sesso è vero. Il sangue è sempre vero. Come vera è la fame. 

Mio Dio, perché ho così tanta fame? Di cose. Di cibo. Del sapore del gelato, quello in vaschetta mangiato col cucchiaino, che scende per la gola. Freddissimo, dolce, pieno, consolante, esplosivo. E poi di quello della pasta, della carne, della frutta, del vino. Ho fame di cose, di tutte le cose. Come una scheggia impazzita come un animaletto schizofrenico vago, sudo e cerco cibo a volte soltanto un rifugio. Lo trovo nei libri, almeno loro. L’unica valida alternativa alle mille voci del quotidiano che invitano a peccare, a spassarsela. I libri funzionano ma non mi salveranno dal partecipare al Party della Vita e dunque non sazieranno la fame né aiuteranno con quell'altra storia della verità. Montale predicava l’arte della rinuncia e poi tradiva le sue donne e le tradiva tutte. Si piagnucolava addosso e non fate finta signori, no non fate che non sia vero. Anche il poeta preferito può rivelarsi un grandissimo minchione ed è più o meno lì che sta la verità.

In metropolitana. Quando sai di non essere incinta così come sai di essere solo ingrassata. E te ne rendi perfettamente conto. E può darsi anche che non te ne freghi (più) niente e non è esattamente una conquista. Nello stesso istante realizzi che Montale altro non era che un talentuoso imbonitore, forse solo un arrogante bastardo che non sapeva tenerselo nei pantaloni, un pusillanime pieno di niente che ti avrebbe certamente fatta soffrire. E anche che non scriverai mai romanzi perché quelli sono per chi crede di sapere la verità. La verità è grottesca e infatti qualcosa di vero c’è, l’avete appena visto, qui elencato: la morte, il sangue, la fame. Dunque è vero e grottesco il tuo corpo, accaldato e fuori forma, che sta rigido e vigile con gli occhi spalancati riflessi nel vetro del metrò. Sono veri i piedi piccoli affaticati doloranti fasciati nei sandali da zingarella; ed è vero anche quel vago bagliore angosciante, la patina di sudore sulle cose del mondo. Sono vere le albe luminose che emergono dalle finestre nelle case degli altri e sono vere le tue gambe nude che si accartocciano su loro stesse nel dormiveglia. Sono vere le bollicine nella birra, gli spasmi e i brividi, i fulmini al di là delle nubi, vera è la pioggia la nicotina il sapore dell'aria. Sono vere infine le lacrime, quelle che in effetti hai prodotto, copiose e irrefrenabili, durante quella serata con le amiche. Piangevi. Dal ridere. Crepare sì, ma dal ridere.

Più di ogni altra cosa sono vere le lenzuola in cui ti stai contorcendo ed è vero questo letto. Grande, freddo, vuoto, ma mio. Ed è altrettanto vero che non mi sono arresa, che non intendo farlo. Perché non sono morta dunque non mi sono ancora specializzata nel giacere, dunque non mi resta che vivere. E sbellicarmi. Perché la (mia) verità è grottesca e fa ridere.

Ma se la stai cercando sei sul blog sbagliato.

Anche stavolta, statemi bene. 

3 maggio 2014

Venticinque anni e dintorni

Eugenio Montale, Quaderno di quattro anni 

Giovane. Ma non troppo. È così che mi sento. È quello che sono. Giovane, perché ho ancora gli sconti per i musei e perché hanno preso a chiamarmi “Signorina” invece che “Ehi tu”. In agosto saranno venticinque. Solo venticinque, come dicono alcuni. Già venticinque? Come dicono altri. Di solito i nonni. Mia nonna a Pasqua ha acceso una sigaretta, mi ha guardata con immenso amore e poi ha detto, orgogliosa ma triste “Sei invecchiata”. Poi ha aggiunto “Sei donna. Ma non esagerare”. Sulla prima affermazione sono quasi contenta, sia io che lei abbiamo infinita stima dell’invecchiare. E sulla seconda beh… è vero, sono donna. Di recente sul treno mi sono seduta tra quattro signore sposate sui quaranta e una classe di quattordicenni. Vero che non somigliavo alle sciure, ma non somigliavo nemmeno alle tuse. Le ragazzine, bruttarelle ma mai quanto me alla loro età, mi guardavano curiose. La loro curiosità era del tutto ricambiata: dieci anni fa non esistevano i leggins. Imbruttivamo i nostri portentosi sederi da adolescenti in jeans sfasciati, larghissimi e a vita molto bassa. Tutti gli adolescenti si vestono male. E anche se loro erano fresche, erano scintillanti, erano giovanissime io sono ben felice di non essere più una (quella) ragazzina e quasi contenta di essere “invecchiata”.

Non siamo più noi i giovanissimi. I giovanissimi sono nati negli anni ’90 e negli “anni zero” (fa strano, vero?). Noi siamo quelli degli ultimissimi anni ’80 primissimi ’90. Quelli che si affacciano al mondo del lavoro, di ‘sti tempi, e sappiamo da soli quant’è deprimente.  Intorno ai venticinque anni. Giovani. Ma non giovanissimi. Degli squallidi ibridi. Come una seconda adolescenza senza crescita sparsa di organi, peli, sudorazioni e sbalzi d’umore. Con qualche lira e, si spera, qualche risorsa in più. Perché venticinque anni e dintorni non sono moltissimi, ma qualcosa abbiamo avuto tempo d’impararlo. Abbiamo avuto tempo d’imparare con Amy Winehouse, inscenando la guerra con le vite degli altri, che “L’amore è un gioco in cui si perde”. Forse stiamo anche imparando a vestirci.

Venticinque anni non sono solo sesso, droga, alcol e rock’n’roll (lo sono solo nei vostri ricordi o nei vostri desideri). Venticinque anni sanno essere anche tristi e soli. Il dolore, come tutto ciò di cui la vita abbonda, è strano e ineluttabile, in venticinque anni ho imparato anche questo. Si presenta sotto forme diverse. Sono sempre stata poco incline al dolore, gli ho preferito la mera rassegnazione che mi tormenta da quando ero bambina. Lo accetto come tutto, come la morte, come la vita. Il dolore cambia a seconda delle età e a venticinque anni hai maggiori difese. Il disincanto nei confronti di cose fallaci come l’amore è già stato superato.  Il distacco, l’allontanamento, i dubbi e il cuore spezzato sono una cosa plausibile, il più delle volte già affrontata o comunque per me è così. Probabilmente è così anche per voi. Mediamente il primo amore lo si conosce intorno ai quindici anni, e ne sono già passati dieci. Abbiamo avuto il nostro tempo per comprenderlo. Sapete di cosa parlo, conoscete la delusione che si prova quando qualcosa finisce.

Almeno a venticinque anni il dolore può essere meschinamente evitato mediante numerosi aperitivi, notti brave e una buona dose di cazzate. A venticinque anni, se si è fortunati, si è abbastanza vecchi da avere un lavoro e forse la diversità sta tutta lì. Quando lavori è come se la tua vita fosse improvvisamente, beh, tua. Io non vivo coi miei genitori dunque dispongo dell’esistenza quasi del tutto liberamente. Oltretutto il lavoro non ti consente di piangere con la testa tra le braccia tutti i giorni come quando andavi a scuola o (non) andavi all’università. Anzi, a mio modestissimo parere è la cura a tutti i mali, banalmente permette di concentrarsi su altro. Ho avuto modo di imparare anche questo. Che risultati (#sarcasmo).

Il fatto è che sono stata molto tempo con la sottoscritta ultimamente, da brava psicopatica. Ho avuto modo di fare lunghissime conversazioni con me medesima, mi sono trovata un po’ pedante ma tutto sommato divertente e mi sono offerta da bere qualche Martini e concessa piacevoli libertà che, lo sento, a breve devasteranno per sempre il mio corpo e la mia anima. No, senza essere drastici: semplicemente a venticinque anni si impara, come dire, a gestire il dolore. E a trovare una strada. Trovando strade, è una prassi, si perdono cose. Forse impari a gestire il dolore ma rinunci, d’un tratto, alla tua parte più morbida e l’amore non lo sai più fare. A differenza del dolore, non lo sai più gestire. O forse non l’hai imparato, anche se ti sembra di averlo sempre saputo. Io l’amore lo so, ma non riesco a scriverlo. Ce n’è stato tanto, tanto davvero in questa giovane vita. C’è stato anche il resto, le solite cose: il dolore la rabbia la cattiveria – soprattutto la mia. Eppure io l’amore lo so, e so anche che finisce. Che è un gioco in cui si perde. Che è un gioco a cui per ora non voglio più partecipare. Amore, Cupido, Eros, Venere chiunque tu sia. Stammi alla larga. Lasciami in pace. Non le voglio più le coccole, le gelosie, il sentirsi completamente responsabili e / o dipendenti da qualcuno che non è nemmeno un nostro parente, difficilmente è amico di vecchia data eccetera. Non voglio. Non è che sono ferita, spaventata o insicura: solo non voglio. Non ora. Perché sono triste. Forse non si vede, perché quando sono triste io faccio di tutto per rendermi felice. E magari ci riesco. Isterica, chiacchierona, con la battuta pronta. “Ciao sì ne ho fatta fallire un’altra, ha-ha ”. Però il dolore non si nega. Il dolore, a differenza dell’amore, quello lo so scrivere. Ma non è del dolore che ho scritto perché quello, come sempre, è soltanto mio.

Sono stata molto tempo con la sottoscritta ultimamente. Ho fatto aperitivi da sola nei bar, al tramonto, senza libri né compagnia. Ho guardato i volti, ascoltato i rumori. E poi ho ripreso a uscire di casa. È inevitabile. Ci ho puntato all’ascetismo cosmico ma L’immane farsa umana mi ha tirata (di nuovo) dentro. E il loro "bla bla bla" (sì Sorrentino) non è più un fastidio ma un sottofondo desiderato, che zittisce le cose. 

Sono stata sola con me stessa e ho passeggiato, lavorato, letto e pensato molto ai miei (e in parte ai vostri) venticinque anni. Poi ho provato a scriverli. 
Statemi bene.

Vanna

24 ottobre 2013

Cuore di cane

Ho dovuto farlo. L'ho lasciata andare. Sono passate poco più di 48 ore, e dovranno passarne molte altre prima che io mi senta bene. Prima che io oltrepassi il lutto. "Era solo un cane". Solo un cane. Non l'avete mai letto, voi, Il Piccolo Principe. 
Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' piu' importante di tutte voi, perche' e' lei che ho innaffiata. Perche' e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche' e' lei che ho riparata col paravento. Perche' su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche' e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche' e' la mia rosa".
Ed è lei che ho accudito, ogni giorno, per diciotto anni. E' lei che ho tenuto sul divano, tra le braccia mentre guardavo la televisione. E' lei che mi svegliava alle quattro di notte perché aveva fame, aveva sete, aveva voglia di uscire. Ed è lei che mi amata, tanto, come gli animali. E i bambini che, del resto, sono cuccioli. Lei mi ha amata incondizionatamente, per quello che ero. E a me bastava darle da mangiare per sentirmi la persona più importante, più magnanima del mondo.

Mi sono presa cura di lei perché era piccola, perché era buona, perché mi faceva ridere. E' stato per le orecchie a sventola, le gambe storte, e gli occhi dolci che aveva, è stato per il suo modo di muoversi, di comunicare, di dormire. Per tutte le ore passate insieme quando ero bambina e figlia unica, e lei era un Pokémon, un dinosauro, un bebé. Era tutto quello che le chiedevo di essere, e mi ha insegnato a stare con gli altri, a prendermi cura di loro, è lei che mi ha accompagnata nei lunghi pomeriggi d'estate, ha leccato le mie ginocchia sbucciate (e papà non ne è stato entusiasta) e mi correva dietro, quando pedalavo forte nei miei 9 anni sulla prima bicicletta, quella da maschio, blu. Abbiamo avuto tempo, ne abbiamo avuto tanto - ma un certo Eugenio mi ha insegnato che quando qualcuno che ami muore il lungo viaggio è sempre breve. E io e lei insieme forse un milione di scale le abbiamo fatte sul serio. Quelle di casa mia, che portano alla mia stanza, per diciotto, lunghi anni. Insieme.

Su quel tavolo di ferro sembrava molto piccola. Negli ultimi anni aveva perso troppi chili, era vecchia, rimbambita, mezza sorda e mezza cieca. Ma c'era. Eccome se c'era. Correva, mangiava, beveva, era autonoma. Acciaccata, ma arrogantemente viva, vitale. Ha avuto un'ischemia dovuta all'età avanzata, l'ho portata dal veterinario e ho fatto la cosa giusta, la cosa che andrebbe fatta. Ma mica solo con i cani. A mio modestissimo parere dovrebbero poterlo fare tutti. Qui lo dico: se il cervello si spegne, vi prego, lasciatemi morire. Il cervello è tutto quello che ho. 

L'ho accarezzata tutto il tempo. Il veterinario è stato professionale e gentile, mi ha lasciata abituare all'idea. Mi ha lasciato tanti minuti, preziosi e indimenticabili, per tenerla vicino. Ho fatto tutto quello che ho potuto. Ho teso ogni nervo affinché lei capisse. Affinché lei vedesse insieme a me, come in un fottuto film, i momenti di una lunga, felice vita insieme. La sua è finita due giorni fa, intorno alle 19, su un tavolo di ferro in cui sembrava molto piccola. E molto stanca. 

Si chiamava Lilli, era il mio cane e io le volevo bene. Era un cane. Solo un cane. Ma no che non la scambierei con un bambino. Con nessun bambino. Nemmeno con il vostro. Forse un giorno la scambierei con il mio, ma ora come ora no. Posso accettare che fosse vecchia, posso accettare che se ne sia andata serenamente, al momento giusto, in pace, senza soffrire, ma non accetterò di sentirmi dire che era solo un cane. Lei si chiamava Lilli, era il mio cane, e io la amavo da impazzire.


Ti auguro un viaggio sereno, bambina mia. E più di tutto mi auguro che tu sia stata felice. E secondo me lo eri. Eri felice quando ti cantavo che "è l'ora della maialina al burro al burro di arachidi di arachidi" e quando ti compravo i tuoi biscotti preferiti, quando ti tenevo al mio fianco e ti accarezzavo la schiena, ed ero felice anch'io. 

29 settembre 2013

Un blog all'antica

Ciao lettore. Per scusarmi del fatto che sono sparita per due mesi mi giustificherò raccontandoti una storia sentenziosa e lacrimevole. Goditela.

La prima volta che ho aperto un blog avevo quattordici anni, era il 2003. Ne sono passati dieci, e mi sono resa conto che internet è cambiato, e io certe cose non so più farle. Non so adattarmi alla filosofia dello smartphone, infatti non ne ho uno. Mi terrorizza l'idea di essere always connected e sebbene io lavori nel digital/social quando stacco mi piace beh... Staccare. Stendermi davanti alla televisione, leggere un libro, affacciarmi alla finestra e spiare nelle case degli altri, pensare ai cimiteri. Insomma, cose normali.

Sulla promozione di sé stessi io non credo di essere del tutto sul pezzo. Mi piace farlo per lavoro, ma io non sono un brand. Io sono una persona, e non voglio che la mia intera vita sia sbattuta su internet. Non è questione di privacy, ma di tempo. Nel mio tempo libero non voglio fare la blogger. Nel tempo libero io voglio fare la Vanna e la Vanna, da che mondo è mondo, un blog ce l'ha sempre avuto.

E poi c'è l'imbarazzo, è più forte di me. Mi imbarazza da morire pubblicizzare i miei post, condividerli a cannone, obbligare tutti voi a considerarmi. L'internet è cambiato, e sono cambiata io. Quando ero un'adolescente ero molto egocentrica, ora penso semplicemente che le persone abbiano di meglio da fare che leggere, ascoltare, considerare me. Non è vittimismo, solo un dato di fatto che accetto serenamente.

Perché non posso scrivere e basta? Perché non posso fare come nel 2003, quando il blog era solo il diario online? Io ci faccio quello che mi pare, non sono qui per piacere a nessuno. E invece dovrei buttare il blog su tutti i social network, sì persino su Linkedin, come fosse una qualifica. E dovrei sfruttare la mia immagine, truccarmi per sessioni di "selfies" davanti alla webcam, farvi vedere quanto sono carina mentre la luce della lampada mi scartavetra i lineamenti. E sono carina, sì, perché del resto mi si vedono solo gli occhi e gli occhi, almeno quelli, ce li ho belli. E truccati. Per fotografarmi davanti alla webcam. Oggi i blog, e i blogger, sono tutti un po' così e io mi rendo conto di non esserne capace.

Io davvero ne ho la bacheca piena di foto degli altri, delle altre sopratutto. Insomma, a volte io passo 40 minuti a torturarmi sul pubblicare o non pubblicare un autoscatto insignificante (vedasi foto), ho sempre come la sensazione di... Di risultare ridicola. E probabilmente lo sono. Poi le pubblico lo stesso perché lo fanno tutti, perché lo facevo anche nel 2003 e non credo che ci sia niente di male, ogni tanto, nell'usare uno strumento di comunicazione come internet per trovare delle conferme. Non ce ne dovrebbe fregare un cazzo dell'opinione degli altri? Può darsi. Io non ci riesco, a me di quello che pensano gli altri, non tutti, gli altri - beh un po' mi interessa. Parecchio. Ma non me la sento di fotografare la mia intera vita e poi farla vedere a tutti, com'è bellissima con il filtro old style. Sinceramente. Mi sono sempre reputata una persona abbastanza "dipendente" da internet e da tutto ciò che è social network, perché dal 2003 non solo apro blog, ma frequento forum, che sono gli antenati di Facebook e compagnia cantante. Eppure la mia idea di internet per quanto riguarda i blog è ferma al 2003. Questo è il mio diario. Ci scrivo quello che mi pare, quando mi pare, non sono qui per piacere a nessuno.

Per fare le blogger di successo è basilare avere una webcam. Io ce l'ho, ma non la uso (quasi) mai. 

Che poi nel 2003 non si stava mica neanche tanto male. Non c'era la crisi, e nemmeno Real Time TV. Non c'era nemmeno Facebook, e quindi io probabilmente non avrei un lavoro. O ne avrei un altro meno bello. O più bello, chi lo sa. Non tornerei nel 2003, perché anche se andavano di moda le gonnelline scozzesi che mi stavano da Dio io sono contenta della vita che ho ora, e di alcune cose che ci sono ora: la legge antifumo nei locali pubblici (e lo dico da fumatrice), X Factor, i jeans elasticizzati. Del 2003 rimpiango i miei quattordici anni, i miei pomeriggi dopo la scuola e il mio blog. E siccome i primi due non torneranno mai più, cerco di recuperare almeno il terzo.

Mi adatterò, ahimè lo sto già facendo. Ci provo anch'io ogni tanto a scrivere qualcosa di intelligente, e infatti mi invitano alle conferenze di SEL, in cui espongo il mio punto di vista sulla questione lavoro e litigo con gli anziani. Ma il più delle volte vorrei non scriverci niente, solo quattro righe disimpegnate come queste, e credo che ricomincerò a farlo - come fossimo nel 2003.

Sto bene, lavoro tanto, vivo serena come posso, rifletto spesso sulle case degli altri, sui cimiteri, sulla morte, leggo libri, vado in palestra, fantastico sulla mia partecipazione a X Factor, e mi guardo i capelli crescere. Vi penso. E tornerò presto, lo prometto.

Ciao amici.

Vanna

28 aprile 2013

Interruzione pubblicitaria

Un post al volo - perché non posso solo prendermela con tutti, devo anche comportarmi da persona seria. E niente, un po' perché mi sono laureata, un po' perché sono precaria (e come sempre le cose vanno a braccetto) ho creato la pagina Facebook di questo blog.

Posto che i miei lettori sono per il 90% anche persone che mi hanno su Facebook mi scuso per la ridodanza, a tutti gli altri (pochi) che non sono amici ma ci tengono a rimanere social-aggiornati a tutte le vicende di fondamentale rilevanza narrate su questo blog, questo è il link: https://www.facebook.com/VannaBanalityFair, che trovate anche nella colonna a destra.

E siete caldamente invitati ad accomodarvi, e fare come se foste a casa vostra.
Buona serata e buona settimana a tutti!

27 aprile 2013

L'ultima cena, con gli Amici di Comunione e Liberazione

Comunione e Liberazione, un adepto a caso.
Innanzitutto ci tengo a precisare che sarò politicamente scorretta e non è assolutamente vero che non ho nulla contro Comunione e Liberazione, io ho un'enciclopedia di cose contro Comunione e Liberazione, prima delle quali il fatto che pochi anni fa hanno cercato di ammettermi nel loro club, tutto quanto a mia insaputa. E le palle mi sono girate parecchio, perché all'insaputa di Scajola gli regalano una casa, all'insaputa mia mi ritrovo invischiata nella mia setta preferita, la Massoneria degli sfigati.
Ma procediamo con ordine.
A diciannove anni ero un filo più cretina e molto più bella di adesso: credo che le cose andassero di pari passo, e forse è per questo che è successo ciò che è successo, forse Dio ha voluto punirmi per la mia superbia e la mia ingenuità, e gliene sono grata perché ho imparato la lezione.
Era l'inizio di settembre di qualche anno fa, l'inchiostro si stava asciugando del mio diploma e io cazzeggiavo da sola davanti alla Statale, fumavo sigarette e mi mettevo in pose plastiche nella speranza che qualche universitario di bell'aspetto e dal portafogli gonfio mi portasse a cena sui Navigli - insomma stavo lì nella mia mise da signorinella (non che girassi nuda, ma a 19 anni esibivo con maggiore entusiasmo la mia femminilità di quanto non faccia ora) e fantasticavo sul futuro scintillante che mi attendeva alla facoltà di Lettere Moderne.
In quel momento sono stata avvicinata da due ragazzi: avevano un volantino in mano ed erano molto brutti. Più che altro erano molto scialbi: con questi pantaloni color besciamella, la camicia a maniche corte, la fronte lievemente sudata e i lineamenti male assortiti, uno dei due avrebbe dovuto perdere qualche chilo, l'altro avrebbe dovuto mangiare un panino con la mortadella a colazione per i prossimi dieci anni. Però dai, io ero e sono una cazzara ipersocievole di buoni sentimenti, e quando questi due si sono proposti di darmi qualche consiglio sulle scelte accademiche e la vita universitaria ho accettato di buon cuore, ho pensato che lo facessero sia perché ero una bella ragazza sia perché magari all'università le persone imparano a fare cose buone per gli altri in cambio di niente.
Certo, non credevo saremmo diventati amiconi, ma ho comunque accettato di conoscere il resto della banda che presidiava un gazebo lì vicino. Era tutto molto bizzarro, perché mi sono subito accorta che erano tutti uguali: le ragazze mediamente molto carine e molto insipide, capelli lunghi, gioielli poco appariscenti, abiti castigati. Gli uomini tutti orrendi: un tripudio di brufoli, panze, calvizie incipienti, baffetti da terza media, ascelle sudate e scarpe e camicie che mettevano a disagio per la loro indescrivibile tristezza. 

Ma sì, pensai, questi sono quelli che al liceo invece che passare l'intervallo a fumare e fare casino organizzavano il concerto di Natale, magari un po' sfigati ma certamente non cattivi, e sopratutto disinteressati, quasi ammirevoli. Come no Vanna, al solito ci hai proprio preso!

Ad ogni modo io e gli sfigatini diventiamo subito amici, amicissimi, al punto che prima che il pomeriggio si interrompa accetto un invito a cena in una pizzeria dalle parti del Duomo, "Una cosa organizzata per le matricole", ed eccomi un paio di giorni dopo a rassicurare mio padre sul fatto che qualcuno di loro mi avrebbe portata a casa evitandomi quindi il treno, e mi sarebbe stato utile per capirci qualcosa di più su tutte le questioni burocratiche che non sarei riuscita ad affrontare da sola.

Arrivata al maledetto ristorante ricordo di aver pensato "Non ci staremo mai", perché vi sto parlando di almeno almeno almeno ottanta persone - ottanta persone tutte perfettamente simili a quelle già incontrate, io ero l'unica, per dire, che avesse il primo bottone della camicia slacciato. Entriamo nel ristorante, pizzeria o quel che era e subito ci servono pizza e, noto, niente alcolici, nemmeno una birra. Comunque, complice la Fanta, finalmente la serata si anima e si inizia a fare conversazione: fingo di non aver sentito parlare di aborto, religione e nozze omosessuali in una maniera che non mi piace affatto, fingo di non sentirmi tremendamente a disagio, fingo persino di divertirmi e di voler partecipare la prossima volta, ma comunque per ora niente di grave. Niente di grave finché non finiamo di mangiare, perché è a quel punto che inizia l'incubo.

Uno dei due ragazzi che avevo conosciuto (quello che mi aveva invitata, lui e la sua sicumera) a cena finita si mette con gli altri a spostare i tavoli, tira fuori da non so dove un paio di spartiti e forse persino una chitarra (la mia memoria inizia a vacillare) e in men che non si dica, mentre io smanio per poter uscire a fumare una sigaretta e levarmi di dosso l'odore di gente sudata e malvestita, ecco che tutti cominciano a cantare. Il repertorio è notevole: si passa da Daghel'avanti un passo delizia del mio cuor a Romagna mia in un battibaleno, qualcuno azzarda anche un Pane del cielo e i più coraggiosi intonano addirittura La vie en rose. Oltretutto erano perfettamente organizzati: le ragazze da una parte, gli uomini da un'altra, e sapevano tutti i testi a memoria e anche quando attaccare, io li guardavo attonita cercando di non vomitarmi addosso e cercando, sopratutto, di non ammazzare a mani nude tutti quelli che arrivavano da me e con occhi invasati, gravidi d'entusiasmo, mi invitavano ad unirmi al coro. A quel punto mi sono ripresa dalla paralisi e con una scusa sono uscita all'aperto per fumare una sigaretta, e lì ho incontrato due persone: il titolare del ristorante che era pallido di vergogna e un ragazzo che sembrava quasi normale. Mi faccio prestare una accendino, mi siedo insieme a loro e riprendendoci dallo shock arriviamo alla conclusione che le ottanta persone che dentro stanno facendo tremare le pareti cantando e ballando (male) tutte le canzoni più imbarazzanti dell'ultimo secolo non sono, purtroppo, Bestie di Satana ma sono tutti di Comunione e Liberazione.

Ricordo di aver passato il resto della serata a fissare il pavimento in stato di shock, nella speranza che finisse il prima possibile, e giunto il momento dei saluti vado a cercare i due amichetti che hanno cercato di introdurmi nel gruppo senza dirmi che tipo di gruppo fosse. Uno dei due si defila con una scusa, ma riesco ad afferrare l'altro per la camicia e chiedergli sibilando se la cena avesse qualcosa a che fare con CL. A quel punto lui sgrana gli occhioni, si guarda intorno come se non conoscesse nessuno, fa un bel respiro e prendendomi le mani nelle mani mi dice: "Vanna, devo essere sincero, io sono di Comunione e Liberazione... Ma gli altri non saprei". Allora, tu mi stai dicendo che queste persone che tu chiami per nome, con cui ti scambi pacche sulle spalle e battute cameratesche, persone che conoscono a memoria testo e coreografia di tutto lo squallido spettacolo a cui ho appena assistito, tu mi stai dicendo che non le conosci e che non lo sai. Non ricordo bene cos'ho fatto in quel momento, probabilmente l'ho semplicemente invitato a non insultare la mia intelligenza e cancellare il mio numero, in tutto questo ho provato a parlare anche con altre persone ma nessuno sembrava disposto ad ammettere che quella fosse una cena di tipo, diciamo, "associativo", così mi sono accoccolata tra le braccia fredde della rassegnazione e sono andata in cerca del tizio che avrebbe dovuto accompagnarmi a casa (sarei tornata volentieri in treno, ma dubito che mio padre avrebbe apprezzato, anche se a conti fatti un viaggio in treno all'una di notte sarebbe stato meno spaventoso).

Sì, perché il tizio che mi diede il passaggio risultò essere il più invasato di tutti: a parte che aveva tanta di quella forfora che arrivata a casa ho dovuto bruciare i miei vestiti, ha cercato di convincermi a partecipare alla loro Amicizia (e nella sua bocca, di notte al buio questa parola metteva i brividi) sostenendo che Dante Alighieri in persona avrebbe apprezzato e che evitando di unirmi al loro club gli avrei procurato un grosso dispiacere - sì, stiamo ancora parlando del defunto Alighieri.
E niente, non so come sono riuscita ad arrivare a casa sana e salva e con l'anima intatta, ma sta di fatto che non dimenticherò mai quest'esperienza che è tutt'ora la più imbarazzante, offensiva e ridicola che io abbia mai vissuto. Quindi, amici cari, se mai vi dovesse capitare di essere avvicinati da gente che risponde alle caratteristiche di cui sopra fatevi furbi e non pensate mai, mai che le persone facciano qualcosa per niente - a maggior ragione se indossano delle brutte camicie.

Post Scriptum: credo inoltre che ogni club avrebbe il dovere di far sapere che è un club. Nel senso, non c'è mica niente di male nel fare gruppo, nell'associarsi per ragioni sociali e politiche, ma è bene che gli altri lo sappiano, altrimenti si rischia di passare per una setta... O addirittura per una mafia, e sappiamo bene che Comunione e Liberazione non è né l'una né l'altra cosa. Lo sappiamo benissimo. 

14 aprile 2013

Ho visto umani che voi umani non potete neanche immaginare

Tipo che ho visto uomini grassi, calvi e brutti accanirsi contro le donne che preferiscono gli stronzi - dicono sempre così, e io penso che non mi piacciono gli stronzi ma nemmeno quelli che sono grassi, calvi e brutti e hanno i denti marci, la forfora, e sembra che non si siano mai dico mai cambiati la maglietta. E invece eccoli lì che tirano fuori il più bieco e gretto dei sessismi: il sessismo di chi non ha nemmeno la decenza di lavarsi le ascelle ma pretende comunque una fidanzata che sia bella e porca quanto quelle dei porno giapponesi con cui sono cresciuti, invecchiati, marciti ma non del tutto morti - e puzzano, materia cerebrale in avanzato stato di decomposizione. Omicidio-suicidio.

Ho visto la sicumera - ho visto lo snobismo nell'outsider al liceo, quello che dice che i compagni di classe lo prendono in giro perché è diverso e ascolta musica che nessuno conosce ma proprio nessuno, tipo David Bowie ma e non è mai diverso, è solo più stronzo degli altri, anzi è stronzo come loro - tale e quale a loro, il segreto sta nella mera uguaglianza perché il di più è sempre sempre ben accetto. E li ho visti affrontare seriamente la questione del bullismo appena dopo aver passato il pomeriggio a trollare i dodicenni su Twitter.

E li ho visti abusare del concetto di orrore, gente orrenda che parla di orrore commuoversi per l'Olocausto e dall'altra parte della barricata li ho sentiti gridare "E allora le foibe?" e tra le barricate a cavalcioni coi coglioni dolenti ho visto quello che li fotte tutti e cita il genocidio degli Armeni, degli Indiani d'America, dell'ennesimo popolo sterminato di cui non importa a nessuno. Perché la verità è che non importa a nessuno e il vero orrore è non riuscire ad ammetterlo - non rassegnarsi al fatto che non sentiamo niente, non vediamo niente, e che l'unico orrore di cui ci importi realmente è la nonna che muore, perché ho anche visto che in ogni vita difficile c'è qualche nonno che muore.
E non venite a parlarmi di rispetto, non ditemi che è questione di rispetto e di forma perché fingere, sì fingere che ci importi qualcosa dei genocidi degli altri e giocare la carta di chi conosce la storia insanguinata che sia più di nicchia: ecco quella è la vergogna, quello è cagare in faccia ai morti e i morti, tutti, non fanno mica del male a nessuno e gradirebbero non essere ricordati. E vorrei che li lasciassero stare, vorrei che i morti riposassero in pace - e non è da Dio che dipende, ma dagli uomini.
E li ho visti dedicarsi alla cultura, fare cultura, sbrodolare arte - e subito dopo li ho visti accanirsi a un buffet, li ho sentiti puzzare di vino rosso e formaggio, affondare le mani nel pane e le mani nella bocca, li ho visti erano uomini e donne di tutte le età, sudavano e si accanivano sul cibo in un'orgia infernale di germi, briciole, dita appiccicose.

Ho partecipato a ogni riunione sono entrata in ogni circolo ho assunto un cipiglio interessato ad ogni iniziativa ad ogni evento - ho fatto le scuole e l'università ho manifestato contro la riforma Moratti e ho smesso ai tempi di quelle contro la riforma Gelmini. Perché io non so esattamente come e quando sia successo ma so che a un certo punto ho capito ed è lì che ho iniziato a ciondolare tra la solitudine e la collera - e più le persone esibivano presunte similitudini col mio carattere e i miei gusti più le disprezzavo, perché le guardavo e facevano schifo eppure si ostinavano a parlare delle cose che amo, delle cose che per me sono importanti, trattandole come fossero roba loro senza mai averle comprese, perché troppo imbecilli per farlo, si ostinavano ad associarsi a me, definirsi miei simili. E' il motivo per cui tra una festa a Casa Pound e un 25 aprile in Piazza Duomo io scelgo la festa a Casa Pound: perché dovete costringermi a vedere di nuovo, schiumare bile di nuovo sulla pochezza della gente allora preferisco che sia gente con cui almeno non ho nulla in comune - perché tu sì proprio tu che su Facebook non fai che parlare di quanto ti piacciono libri e ti fotografi nei prati bella coi capelli al vento e i libri, sempre i libri, ecco non hai niente di diverso da quella che si fotografa nel bagno con le tette di fuori perché desiderate la stessa cosa (e ne volete almeno 20 e non sono i centimetri ma i like su Facebook) ma no, no voi siete diverse la verità è che siete solo più bugiarde perché usate un libro per vendervi, ma è proprio la stessa cosa che affonda le radici nella stessa bugia.

*

Ma la cosa importante che volevo scrivere è che ho visto tutte queste cose ma non ho visto te, e sei stato il primo a cui le ho raccontate e il primo che ha compreso perché aveva compreso prima di me. Ho visto tutte queste cose e non ti ho visto, non eri alle manifestazioni e non eri tra le barricate, non hai mai imparato a gridare, non hai mai voluto emergere, farti spazio, accaparrarti un pezzo di pane, mischiare la tua carne a quella degli altri. Credo di esserti inciampata addosso mentre non facevi niente, impegnato a essere vero e dignitoso nel silenzio pulito degli assenti. Ho amato immediatamente il nulla che ti portavi appiccicato addosso, il perfetto anonimato che consiste nel non appartenere a nessun gruppo, nell'appartenere effettivamente e soltanto al proprio nome, essere il singolo tra gli altri - essere diverso, probabilmente migliore ed è prendendoti le mani che è scesa la sera e ho potuto fermarmi, accostare la mia carne alla tua, trovare concretezze su cui appoggiare le ossa mentre ciondolavo tra la solitudine e la collera. 

Insomma ho chiuso gli occhi, e finalmente ho visto te.