Sto cambiando, me lo sento nella pelle - e spero mi venga perdonato il monotematismo degli ultimi giorni, ma questo è un blog senza pretese, un 'caro diario' e scrivere per me non è mai stata un'arte quanto piuttosto un modo per fare ordine tra le cose, per spolverare superfici e guardarle nella loro interezza.
Sto cambiando, me lo sento nella pelle - mi è stato detto da A alla sagra del cinghiale, stappando una bottiglia di vino e facendo confessioni pericolose, i suoi occhi erano preoccupati e limpidi e i miei erano nascosti dalle ciglia e spaventati, ma il fatto che io stia cambiando per una volta (la prima?) non mi fa paura.
Sono giorni che tento di scrivere un post, ne avrò scritti forse una dozzina, uno diverso dall'altro eppure tutti per dire la stessa cosa: che sto bene, fondamentalmente non c'è altro.
Non è un 'bene' che abbraccia la totalità della mia esistenza, studio e lavoro e sto con mio padre e faccio le pulizie e faccio la spesa e sono sempre un po' troppo magra e bisticcio coi miei capelli, non ho vinto all'enalotto nè ho trovato un nuovo fidanzato che abbia tutto ciò che desidero in un uomo (che legga e che scriva, che sappia cucinare, che mi faccia ridere, che si prenda cura di me - così, a titolo informativo!), Vanity Fair ancora non mi ha assunta come direttrice e nessuno mi ha regalato un carlino.
Quindi sì, sto bene nei limiti e coi limiti - i miei.
Sto bene, ed è questa la cosa più straordinaria, è questo il cambiamento che sento il bisogno di celebrare, che racconto alle persone: sto imparando a stare bene malgrado la perdita, nella perdita, e sto bene senza palliativi, senza placebo che di solito avevano un nome, un cognome, un odore, una carezza per me.
La verità è che per tutta la vita non ho fatto che passare da una storia all'altra e non per paura di rimanere sola, ma per evitare di affrontare a viso aperto il dolore che quell'addio avrebbe procurato, e ora che di quel dolore ci ho riempito le notti, le ore, gli sms tra amiche mi accorgo che non era, non è nulla di così impensabile, intollerabile.
E' un dolore come un altro, sordo e costante, ma scivola via, e avrei dovuto impararlo - l'ho imparato per cose che sono peggiori di questa, peggiori di una storia che finisce semplicemente perché non è mai andata, eppure so nuotare a braccia larghe in oceani di merda e perdermi in bicchieri limpidi di acqua vischiosa come tutte le lacrime che ho (giustamente) versato negli ultimi mesi.
Il mio letto è vuoto, e non mi è mai sembrato così accogliente.
Il mio letto è vuoto, posso dirlo, sono sola.
Lo sono totalmente, senza storielle di una notte, senza intrallazzi vari ed eventuali, senza nessun desiderio o esigenza di averne; il mio letto è vuoto, e non ho proprio voglia di dovermi sforzare per riempirlo, e non è nausea da uomini o da sesso o da sentimenti, non è paura di essere ferita, non è femminismo improvvisato, è un'esigenza, un imperativo categorico a cui per anni mi sono sottratta coprendomi le orecchie con le mani e strizzando forte gli occhi.
Sola, per fare quello che mi pare.
Sola, per riflettere sulle cose.
Sola, per ridere e scherzare con gli amici, o fermarmi a bere una birra dopo l'università senza stare sempre attaccata al cellulare, raccontare a qualcuno dove sono, cosa sto facendo e con chi.
Sola, per capire ciò che voglio e in effetti lo so già: voglio un amore che sia diverso, che nasca in modo diverso, voglio un amore che non si erga prepotente dalle macerie di una storia appena conclusa, ma che arrivi silenzioso e quieto senza sbattere le porte, inaspettato eppure educato, consapevole, che non abbia la forza di una cannonata in pieno petto ma il rumore invariato e potente di pioggia, tantissima, che cade, che pulisce le cose, che pulisce il mondo - che pulisca me.
Voglio un amore, e lo avrò quando saprò riconoscerlo, che faccia frullare il cuore e chiudere lo stomaco ma senza romperli entrambi - voglio conoscere, conoscere bene, la prossima persona con cui deciderò di condividere tempo, sesso e percorsi, voglio essere scelta e voglio scegliere un amore che sia grande e che sia vero, che nasca dal desiderio e non dalla paura.
Voglio un amore che sia desiderio, che faccia attrito rendendo i capelli elettrici.
Voglio un amore che squarci il buio, che squarci il velo, che squarci me.
9 giugno 2012
5 giugno 2012
Cose che sono stata capace di fare
(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)
Correre in bicicletta, ubriacarmi, ridere, abbracciare un'amica, abbordare una ragazza, imparare parolacce in tedesco, andare a un concerto, comprare sigarette, offrire birre, offendermi a morte, passare finalmente lo scritto di latino, inventare zio Gerberto, ordinare pizze, stappare bottiglie alla sagra del cinghiale, ascoltare 'Certe notti' cantata da una donna e che donna, aspettare mio padre, redarre testi, comprare un biglietto per la Sardegna, leggere poesie, mettermi un vestito, riprendere a mangiare anche se con fatica - e sopratutto sentire ancora qualcosa, qualcosa sul fondo del cuore, come un brivido silenzioso e del tutto inaspettato, che mi terrorizza che mi rende vulnerabile che mi fa gli occhi luminosi, qualcosa che non ha un nome ma c'è, è lì, a ricordarmi che certe cose non possono essermi portate via.
(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)
Correre in bicicletta, ubriacarmi, ridere, abbracciare un'amica, abbordare una ragazza, imparare parolacce in tedesco, andare a un concerto, comprare sigarette, offrire birre, offendermi a morte, passare finalmente lo scritto di latino, inventare zio Gerberto, ordinare pizze, stappare bottiglie alla sagra del cinghiale, ascoltare 'Certe notti' cantata da una donna e che donna, aspettare mio padre, redarre testi, comprare un biglietto per la Sardegna, leggere poesie, mettermi un vestito, riprendere a mangiare anche se con fatica - e sopratutto sentire ancora qualcosa, qualcosa sul fondo del cuore, come un brivido silenzioso e del tutto inaspettato, che mi terrorizza che mi rende vulnerabile che mi fa gli occhi luminosi, qualcosa che non ha un nome ma c'è, è lì, a ricordarmi che certe cose non possono essermi portate via.
(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)
2 giugno 2012
Di foglie e di colpe
Crudele Amore, a che cosa non forzi i cuori degli uomini.
A scendere ancora alle lagrime, ancora a tentar le preghiere
è costretta, a piegare l'orgoglio, supplicando, all'amore,
per non lasciar nulla intentato, per non vanamente morire.
(Eneide, Libro IV)
E quelle altre volte in cui mi sono sentita puttana pesante esigente antipatica infedele odiosa arrogante prepotente insensibile e sopratutto puttana, puttana e ancora puttana, così mi sono sentita e l'ho accettato sospirando forte perché per te avrei accettato qualsiasi cosa - mi guardo indietro, so di averlo fatto.
Ti ho amato più di tutto e tu hai amato me, e non parlerò delle cose bellissime perché quelle sono mie, mie e di nessun altro, non parlerò dei tuoi occhi che sono sempre stati color dell'oro o della realtà che sembrava farsi più densa e concreta quasi volesse scoperchiare il mondo ogni volta che facevamo l'amore (e ti mordevo le spalle, soffocavo in un grido il tuo nome, vedevo lampi di luce bianca, e avevo crampi alle dita dei piedi e brividi di ghiaccio ghiaccio bollente lungo la schiena) o dei weekend in campagna cullata dal canto delle cicale e dal tuo respiro profondo e maschio e ingombrante , non racconterò di istanti in cui ho creduto di essere in paradiso solamente perché mi stavi tenendo la mano; tutto questo ora non mi serve - ci sarà tempo per ricordare che bello è stato, ma ora devo riprendermi e stringermi forte da farmi male e per riuscirci ho bisogno di provare rancore e odio e veleno e poi sputarli fuori, guardarli morire sull'asfalto lentamente.
Avrei fatto qualsiasi cosa - l'ho fatta - non ci sono riuscita.
E' questo a ferirmi di più, è questo che mi sta lentamente ma inesorabilmente rendendo arida e sterile, nemica giurata di un sesso che ho sempre amato, intollerante agli uomini ai loro egoismi ai loro mondi in cui è difficile entrare alle loro violenze alle loro parole a quella capacità amara che hanno di farti sempre sentire una donna e come tale colpevole, colpevole fino a prova contraria e quella prova contraria non arriva mai, e anche arrivasse io donna riuscirei a ignorarla mettendomi le mani sulle orecchie e cavandomi gli occhi.
Ti ho amato ti amo e ti amerò sempre per un'infinità di cose che non starò a elencare; ti ho odiato ti odio e ti odierò sempre per come mi hai lasciata andare, per i pretesti che hai saputo afferrare, per quelle sere etiliche in cui volevo essere una ragazza, la tua, sorridente e felice e invece sono stata lapidata da silenzi densi e gravidi di offese malcelate con l'unica colpa eterna e immutabile dell'essere me.
La colpa.
La colpa che non c'è, ma che non riesco a levarmi di dosso - Eva mangiò la mela e io mangiai la foglia per giorni per mesi per anni per ore che sembravano lunghe un secolo, spossanti come un viaggio a piedi nudi, mangiai la foglia e non mi accorsi che era avvelenata, all'ora non lo sapevo e adesso lo so.
Lo so di non esserti mai piaciuta del tutto, di me hai amato un qualcosa che non c'era, che avrebbe potuto essere e non è stato perché io per prima non volevo che fosse; la persona che hai amato non c'era e se c'era non mi piaceva, la persona che sono forse non è mai stata all'altezza ma fidati fidati ci ha provato a camminare sui trampoli per assomigliare almeno un po' a qualcosa che andasse bene a entrambi.
Non ci sono riuscita, non ci sei riuscito, non ci siamo riusciti.
E per quanto riguarda le tue, di colpe, come si fa? - le conosco, le elenco alle amiche, le dico a me stessa ogni giorno, le scrivo persino, eppure sono parole vuote, bolle di sapone che scoppiano bruciandomi gli occhi quando tento di afferrarle.
Colpa mia della mia parlantina rapace delle mie parolacce al vento dei miei aneddoti surrealisti della mia ossessione per gli odori altrui della mia estenuante ricerca di piacere sempre a tutti dei miei abiti a volte troppo discinti dei miei abbracci dei miei momenti di gloria della mia persona così pateticamente esposta e vulnerabile e nuda agli occhi della gente - amo la gente e la gente mi ama e questa non è una colpa, eppure per te lo era e la cosa peggiore è che mi sono convinta lo fosse sul serio, e ora lo penso, e ora mi guardo e mi accorgo che è per questo che ti ho perso: non ho saputo liberarmi di me stessa, non sono riuscita a sacrificarmi sul tuo nome, non ho pensato valessi abbastanza.
Ho dovuto scegliere e ho scelto me - e se un giorno mi dirò che è sano, se un giorno mi dirò che è giusto, se un giorno dimenticherò che cosa si prova nel sentire sulle proprie spalle il peso di una colpa così grande, appiccicosa, asfissiante e sgradevole allora forse capirò che è stato meglio così.
Fino a quel giorno qualcosa di me continuerà a detestarsi e volersi far male, raschiare gli zigomi contro a un muro e spezzarsi le dita nel tentativo di afferrare il mostro che ho dentro, scarnificarlo e sputargli addosso mentre muore solo per poterti guardare in faccia e dirti orgogliosa che sì, ora sono come tu mi vuoi.
Fino a quel giorno che sarà un giorno bellissimo io sentirò la colpa, e quando non la sentirò più vorrà dire che il fantasma di questo amore conclusosi nel modo più brutto se ne sarà andato, portandosi appresso ciò che era di me la parte più vera - e se crescere vuol dire anche limarsi e rinunciare io lo accetto, posso accettarlo, solo avrei preferito non doverlo scoprire mai, non così, non con te.
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