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Visualizzazione post con etichetta celebrazioni. Mostra tutti i post
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24 giugno 2013

Tre giorni

(giugno) C'era una volta un mio amico, indossava una bella camicia, parlava con due ragazze. Ho pensato di ucciderle. Non le ho uccise, e dopo qualche mese lui mi ha preso la mano, io poi l'ho baciato - i bidelli portavano fuori la spazzatura.
(aprile) Il Bed & Breakfast era un ex convento. I soffitti erano alti, le pareti spoglie. Dividevamo un letto di ferro, il materasso era molle, l'Emilia taceva. Emettevo un suono con la bocca, una specie di schiocco - un rumore che rimbombava, si amplificava, si appiccicava all'intonaco. Abbiamo iniziato a ridere, alternavamo le risate a quel colpo sordo di labbra. E' stato un istante da niente, un frammento di tempo, di piccolo e scialbo, come quella stanza a venticinque euro a notte. Ho capito, profondamente e definitivamente, di amarlo come non ho mai pensato si potesse amare qualcosa, o qualcuno.

(oggi) Trecentoesessantaecinque giorni - per raccontarli ne sono bastati tre.
(e sempre) Grazie.

25 aprile 2013

Dottore, chiami un dottore


La classe non è acqua.



Lo so, lo so che stiamo parlando di una triennale in Lettere Moderne, mica di un master a Chicago come Giannino. Lo so, lo so che le foto in abito bello, spumante, fiori, corone e cappellini sono nauseanti. Lo so, lo so che la strada è lunga per arrivare a essere, un giorno, un'insegnante delle medie sottopagata e con i calli ai piedi. So tutto, ed è proprio perché penso di sapere tutto che io da sola non ce l'avrei mai fatta: no, non ce l'avrei mai fatta a essere dottoressa, a vivere una giornata come quella di ieri se non avessi accanto una banda di parenti, amici e sopratutto amore a ricordarmi che lo posso fare, che non c'è niente che io non possa fare. Volevo nominarli tutti, e credo non ne nominerò nessuno: credo mi limiterò a dire grazie, perché è solo merito delle persone (tante, e tutte splendide) che ho vicino che sono riuscita ad essere quella che sono, è solo per loro che sono, per una volta, disgustosamente felice. 

Grazie, grazie di cuore dalla dottoressa più fortunata del mondo che non saprà mai, mai come sdebitarsi - perché io sono tante cose, ma non credo riuscirò mai a essere un'amica così meravigliosa come lo siete voi per me. Anche se, lo giuro, farò di tutto per riuscirci - dopotutto sono laureata.

13 marzo 2013

"Vanità che si bagna nell'autocoscienza di sapermi non banale"

Pensavo che la mamma di Berlusconi doveva soffrire di stitichezza, ci ha messo 9 mesi a fare uno stronzo - e in generale io la politica non la sopporto più sapete? Rubano e parlano, parlano e rubano. 
Pensavo al tamarro che in treno ha ascoltato David Guetta a volume altissimo, e mi ha impedito di leggere Dissipatio H.G. di Morselli: ecco, io credo che le persone che leggono Morselli dovrebbero avere più diritti delle persone che ascoltano David Guetta, ma tanto va a finire che è il MIO account Twitter a essere insozzato da milioni di ragazzine isteriche che si comportano come *roie e sembra che sappiano solo piangere sulle foto delle loro popstars preferite. 
Il punto è che io sono una persona strana: perché leggo troppi libri, preferisco una birra tra amici alla discoteca e non seguo i dettami delle riviste di moda. Perché un uomo per conquistarmi non deve regalarmi un gioiello ma sapermi comprendere, perché preferisco sentirmi dire "Sei spiritosa" piuttosto che "Sei bella". Sono una persona strana, stranissima, e sono contenta che abbiate voglia di leggermi nonostante questo. 

Se anche voi ogni tanto vi sentite così, se anche voi siete stanchi di muovervi tra persone superficiali che ascoltano pessima musica e guardano TV spazzatura, se condividete anche solo una parola tra quelle che ho scritto e in questo momento sorridete sereni perché avete finalmente capito di non essere i soli beh... Sappiate che ci siete cascati.

 
Oggi è la Giornata Nazionale del post Banale, e per celebrarla ho riassunto in poche, semplici righe alcune tra le peggiori banalità che mi sia capitato di ascoltare e le ho riscritte ispirandomi al tono con cui di solito vengono pronunciate: sognante e addirittura profetico.
Qui sotto trovate riportato un dialogo realmente avvenuto diversi mesi fa, tra la sottoscritta e un ragazzo che pensavo potesse interessarmi: 

"Beh, io sono un tipo strano", segue sorrisino mesto, mi aspetto che mi dica di collezionare feci umane.
"E come mai?", chiedo già un po' angosciata. 
"Il mio film preferito è "Qualcuno volò sul nido del cuculo"... Non è del tutto normale".
Ah no? Di solito i film che vincono l'Oscar piacciono a parecchia gente, ma probabilmente sbaglio io. 
 
Il punto è che adorare le storie che parlano dei malati di mente, dei pedofili e dei serial killer non fa di voi dei malati di mente, dei pedofili o dei serial killer. Amare i cimiteri non fa di voi dei necrofili, preferire l'inverno all'estate non fa di voi dei depressi, e se davvero volete vestirvi in modo diverso dagli altri perché non provate a girare nudi con un imbuto sulla testa? 

La verità è che di persone realmente "strane e particolari" ne ho incontrate pochissime, e quasi sempre l'hanno pagato a caro prezzo: il più delle volte non si sentivano speciali, solo diverse. 
Non c'è niente di bello nel pensarsi diversi: chiedetelo a qualcuno, che so, con una malattia degenerativa e un'aspettativa di vita di 25 anni se gli piace essere diverso dagli altri, se gli piace avere una sedia che lo differenzia da tutti i compagni di classe perché quella sedia ha le rotelle.
Chiedetelo al bambino che in classe viene sempre scelto per ultimo quando si fanno le squadre per la partita di calcio, chiedetelo alla zitella col fiato pesante e le gambe storte che a quarant'anni non sa più cosa dire ai propri parenti, alle proprie amiche. 
Chiedetelo a chi non ha più un rene, a chi ha avuto un figlio a quindici anni, a chi vive in mezzo a una strada, chiedetelo e fatemi sapere: sicuramente vi diranno che è proprio una figata.

Grazie a Piscu per la segnalazione: vi consiglio una visita al blog Unknown to Milions che di banale non ha proprio niente.

10 marzo 2013

Essere donna è uno schifo

In ritardo di un paio di giorni, giacché virus non meglio identificati hanno contribuito al deperimento del mio corpicino pallido e malaticcio avvicinandomi al concetto di morte...

Andrò controccorente e perderò qualche altro lettore di sinistra: alla manifestazione Se non ora quando? non ci sono andata, perché poi non sono orgogliosa di essere una donna.
E non solo a causa delle stracitate Olgettine, Letterine e Veline, o i vari mignottoni della televisione italiama, o la Binetti, la Santanché e la Mussolini, no, anche e sopratutto perché essere donna, semplicemente, è uno schifo.
E non per il dolore del parto o le mestruazioni o la costante sensazione di colpa e prigionia o l'incapacità di viversi serenamente il sesso fino ai ennemila anni, lo detesto perché sento che siamo noi le principali responsabili del nostro malessere.
Alzi la mano chi non ha mai illuso un amico facendogli credere che avrebbe potuto essere un fidanzato solo per rinfrescarsi l'autostima, chi non ha mai usato il proprio aspetto fisico per ottenere un qualsiasi beneficio, chi non ha mai preteso atteggiamenti di favore soltanto perché femmina, chi non si è mai comportata da vera stronza.
Essere donna è uno schifo, è la nostra condizione stessa di femmine a rendere tutto così schifoso: ecco come la penso sull'8 marzo, e subito dopo però penso anche che c'è un lato positivo: posso avere delle amiche donne, tante, e senza aver voglia di portarmele a letto.
L'amicizia, o comunque la solidarietà tra donne, quando c'è è uno tra i sentimenti più belli che si possano concepire, una specie di Sacra Alleanza, e non mi riferisco alle manifestazioni in cui Concita De Gregorio vorrebbe essere povera e si fa fotografare in compagnia di una pensionata: mi riferisco all'alleanza quotidiana tra donne sconosciute che si siedono vicine sui mezzi pubblici la sera, uno scambio di sguardi al bagno per farti capire che mi sono venute le mestruazioni e tu dovrai cedermi il posto e lo farai e mi terrai la borsa, e le amiche che rispondono al telefono a qualsiasi ora della notte perché il tuo fidanzato ti ha portato i girasoli ma i girasoli ti ricordano il tuo ex così avete litigato e adesso tu non riesci a smettere di piangere, è quella l'alleanza di cui parlo...e non è ora, non è quando, e soprattutto non è se: è ed è sempre stata.
Quindi, essere donne è uno schifo ed è inutile negarlo solo perché siamo all'8 di marzo, ma all'amicizia tra donne non rinunceremmo nemmeno se vi decideste a partorire e a farvi venire le mestruazioni.

Buona vita della donna a tutte.

La mimosa val bene due giorni, il carlino fiore è per sempre.

31 dicembre 2012

Duemilaedodici

Doverosa premessa 
Il post che segue non è un bilancio del 2012, quest'anno è stato molto altro ma di quell'altro io non parlerò. Il post che segue non è un riassunto di ciò che è avvenuto fuori, è ciò che è avvenuto dentro.

Il treno nuovo apre un varco lento e polveroso nella Brianza Occidentale - io ho finito i libri da leggere e il cellulare giace scarico sul fondo della borsa. Schiaccio il naso contro ai vetri, guardo nelle case, cerco gli oggetti personali incastrati tra i capannoni industriali e i boschi che sopravvivono lugubri nello squallore provinciale.

Ogni casa che vedo è una speranza, un simbolo. 
Io sono una di quelle persone sfortunate che non sta bene dove sta, io abito "dove tutto è stato preso".
A volte guardo il mondo da lontano (non è difficile, basta salire in alto, aver voglia di fare le scale, sfidare i balconi) e penso che c'è un posto per me da qualche parte.
Avrò una finestra che da sui binari, e dai binari le persone vedranno qualcosa di mio - le mensole della cucina, un quadro o una fotografia, anche solo un brandello di tenda, e tutto sarà tiepido, pulito e bello. 
Stacco il naso dai finestrini, cancello i segni del mio respiro con la manica della giacca.

Il 2012 è stato fallimenti e dolore. Inutile negarlo, tentare apologie dell'ultimo minuto in cui sciacquare mani che sono sporche di sangue e quel sangue è certamente mio - i mesi che vanno da gennaio a giugno sono nei miei ricordi come mesi di malattia.

I sintomi stavano nella frenesia isterica dei gesti quotidiani, nelle mani sporche dalle unghie deboli che cercavano l'ennesima sigaretta e scavavano stanche il mio viso, e poi l'inappetenza, la fame e la debolezza, e quelle mattine pallide in cui persino schiacciare lo sciacquone del water era un'impresa da affrontare con entrambe le braccia. Facevo un bel respiro, e con due mani racimolavo sufficienti forze per scaricare il cesso, poi mi guardavo nello specchio e a stento mi trattenevo dal sputarmi in faccia.

Ricordo Firenze a febbraio, il vento che tagliava la pelle, i silenzi che tagliavano il vento - ricordo Firenze, l'acqua sporca dell'Arno in cui avrei scaraventato la sua faccia ottusa e sorda alle mie disperazioni, e le grida isteriche per trovare un parcheggio, un posto dove mangiare. E la Pasqua passata a piangere nel bagno di casa sua, il viso schiacciato contro al pavimento, le mani inerti abbandonate lungo i fianchi, una voce che mi chiedeva di uscire e un'altra voce (la mia) che m'intimava di non cedere, di non aprire quella porta e vederlo mentire ancora, e Cristo risorgeva e io morivo e non so cosa si provi a morire in Croce, ma so cosa si prova a morirci sotto.

è un' illusione pronta per l'uso da eterna vittima di un sopruso, 
abuso d' un mondo chiuso e fatalità

Ci siamo amati fino ai denti, io e lui, e quei denti sapevano mordere e ringhiare, erano zanne buone solo a lacerare - l'anno 2012 giunge alla fine e a me piace pensare di essermi perdonata. Certi amori non sono fatti per durare ma per arrivare come uragani e come uragani distruggere, avvicinare alla morte, all'abisso - è stato un amore così il nostro e l'anno 2012 giunge alla fine a me piace pensare di essermi perdonata. Mi piace pensare che un giorno perdonerò anche lui.

In aprile sono morta, e in maggio ero all'inferno. Bruciava e bruciavo anch'io - ricordo quel giorno in banca, rannicchiata nell'angolo più remoto tra trenta persone in attesa.
"Fate passare la signorina, per favore, non vedete che non sta bene?".
Piangevo sempre all'inferno, nel girone delle signorine che non stanno bene: in banca, in università, in mezzo alla strada, sui mezzi pubblici, nel mio letto piccolo in cui il suo odore se ne andava, lento. Piangevo sempre, e forte, e senza ritegno.
Piangevo come piangono i bambini, nascondendosi il viso e sporcandosi tutti di muco, tra la gente.
Ero all'inferno, dove fa caldo e si ha sempre fame e non si può mai dormire perché il corpo intero grida di dolore e non si fa che piangere e piangere e piangere e sporcarsi di muco tra le facce indifferenti degli altri dannati.

Poscia, più che il dolor potè il digiuno. 

E poi non so che giorno fosse, solo il giorno in cui scoprii di non essere all'inferno ma aggrappata con le dita al fango, tra il vuoto e l'abisso. Mi piace pensare che sia stato il sole, e mi piace pensare che sia stato tu. Ritrovai la mia vita in un tuo gesto, nei movimenti che fanno le tue mani quando fumi.
Era giugno, questo lo so. Il giugno più incredibile della mia vita, a metà tra la dannazione e la salvezza, il mondo un inferno e al centro esatto dell'inferno c'eri tu - e io ti volevo più di ogni altra cosa e non facevo che aspettarti, non facevo che camminarti incontro, muovermi nella tua direzione è stata una cosa che ho iniziato a fare quando ancora non sapevo che lo stavo facendo.
Tu eri lì, eri sempre stato lì, solo che dall'inferno brillavi più che mai - e finalmente ti vedevo nella tua interezza e tanto mi è bastato per sapermi ancora viva.

Ed è per questo che la seconda parte del 2012, quella che va da fine a giugno ad adesso sei stato tu. Non sei stato altri che tu. E ti parlo in seconda persona perché è questo che sei, la seconda persona per cui improvvisamente risulta facile, sai, respirare e muoversi, mangiare e dormire. Io e te, esattamente in quest'ordine. E' stato tutto ciò che già sappiamo, è stato trovarsi nel buio e in quel buio vederci, più chiaramente che mai.
Io ti vedo, sai? I segni degli occhiali dopo una giornata di pioggia, il modo che hai di scrivere la lettera D, ogni segno del tempo passato a inciampare in sé stessi nel buio. Tutte cose che conosco già, familiari e nuove - come una canzone dell'infanzia, o il Natale quand'era bello.
Cose dimenticate, eppure sempre sapute - nuove, pulite, concrete.
Ho visto i tuoi occhi dormire sotto le ciglia ad ogni stagione, e ad ogni stagione muoversi per spazi diversi, dimensioni sconosciute dell'essere - mi chiedo come saranno in primavera, mi piace immaginarti senza segni degli occhiali, le ciglia impolverate di pollini.
Il 2012 sei stato tu - che hai preso posto là dove stavano i vuoti di sempre. 


Febbraio 2012

Dicembre 2012


Marzo 2012


Dicembre 2012
Maggio 2012

Non c'è stato molto altro, "è quasi tutto laggiù".
Stacco il naso dai finestrini, cancello i segni del mio respiro con la manica della giacca.
Non faccio i buoni propositi, che poi ci pensa la vita a mandarli a puttane - e ho disimparato a pregare, ma sono diventata brava nel prendermi ciò che mi serve, nel rubare quando si ha fame.
Per il 2013 chiedo poco, quasi niente, solo scudi ed armi nuove.
Per il 2013 chiedo di ricordarmi ogni giorno che si vive per vedere i dolori del presente passati, e che non tutto ciò che amo è lì per essermi portato via.
Per il 2013 chiedo la Fede (rara e preziosa) degli atei, quella che non crede in niente ma pensa valga la pena di battersi per tutto, gli atei che non usano la mancanza di un Dio per fare ciò che vogliono ma per fare agli altri ciò che vorrebbero fosse fatto loro, gli atei che rispettano ogni religione con la stessa positiva indifferenza, gli atei che credono nell'uomo come prodotto stesso dell'uomo, nei secoli dei secoli e questo così sia. 
Per il 2013 chiedo lavoro, doveri, responsabilità - chiedo di sapere cosa significhi il crescere come esperienza positiva, non solo attraverso i dolori ma anche e sopratutto attraverso ciò che di nuovo ti scopri in grado di fare (usare Excel, tagliare 30 centimetri di capelli, amare ancora).

Per il 2013 auguro le stesse cose a ognuno di voi - felice anno nuovo, con tutto il cuore.



14 giugno 2012

Cose che avrei voglia di fare

Farmi offrire una birra, mangiare sushi con le mani e un goccia di salsa di soia che mi scivola sul mento, sbronzarmi e svegliarmi come mio cuggino in un fosso che gli mancava un rene, imparare a giocare a biliardo anche se non ho mai avuto la costanza di imparare niente in vita mia, ingozzarmi alla sagra del fungo e alla festa del fritto senza che mangiare somigli al camminare nuda in Piazza Duomo, senza che mangiare sia una colpa, qualcosa di sporco, da non fare - o da fare di nascosto.
E poi ripulire il giardino dalle erbacce e preparare la tavola in mezzo ai fiori e all'erba e alle lucertole che s'inseguono, ignorare il vicino di casa bestemmiatore, dimostrare il fascino perverso di un infradito con calzino, ridere fino a sentire male alla pancia tra un verso dell'Eneide e l'altro, insultare la madre di Zequila e poi promettere di non farlo mai più, sentirmi ancora spaventata e vulnerabile ma anche divertente, piacevole, empatica, fuori e meglio di me - e vagamente incredula, leggera, prepotentemente viva, e mettere su un altro paio di chili e somigliare a un panzerotto e portare gonne (imputtanirmi?) e affogare in un vasetto di funghi sott'olio e leggere Montale e lasciarmi toccare il mento, la pancia, le vertebre, le orecchie e le caviglie e vedere finalmente Kung Fu Panda, stilare liste, uccidere una per una le psicosi, chiedermi quand'è stata l'ultima volta che mi sono sentita così timida, smetterla di essere sempre frettolosa ingorda impulsiva imparando l'arte suprema dell'attendere e del valutare, del parlare del conoscere dell'avere timore, appoggiarmi a schiene più larghe della mia ma per pietà nessuno si appoggi a me!, contare perifrasi sulle dita - legarle alle falangi come amuleti, cucirle ai capelli come un rasta, sentirle tremare nelle ginocchia.

Cose che avrei voglia di fare, che ho già fatto, che sto facendo, che rifarei.
Cose che mi brillano dentro, cose che indosso, cose che sento sotto le ciglia, cose che mi prendo, cose che non credevo di meritare, cose che in effetti merito eccome, cose che.

5 giugno 2012

Cose che sono stata capace di fare

(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)

Correre in bicicletta, ubriacarmi, ridere, abbracciare un'amica, abbordare una ragazza, imparare parolacce in tedesco, andare a un concerto, comprare sigarette, offrire birre, offendermi a morte, passare finalmente lo scritto di latino, inventare zio Gerberto, ordinare pizze, stappare bottiglie alla sagra del cinghiale, ascoltare 'Certe notti' cantata da una donna e che donna, aspettare mio padre, redarre testi, comprare un biglietto per la Sardegna, leggere poesie, mettermi un vestito, riprendere a mangiare anche se con fatica - e sopratutto sentire ancora qualcosa, qualcosa sul fondo del cuore, come un brivido silenzioso e del tutto inaspettato, che mi terrorizza che mi rende vulnerabile che mi fa gli occhi luminosi, qualcosa che non ha un nome ma c'è, è lì, a ricordarmi che certe cose non possono essermi portate via.

(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)

19 maggio 2012

Un (altro) compleanno

Mi piacciono i compleanni, forse l'avete capito; e mi piacciono anche i sentimentalismi, forse avete capito anche questo. Non piango per i film e non faccio volontariato, ma quando si tratta delle 'persone della mia vita' non conosco vergogna, e appena ho la possibilità di celebrarle, sia un compleanno o una festa canonica, lascio libero spazio ai voli pindarici del cuore e scrivo, scrivo e scrivo, enormi frasi sature d'amore. Oggi è il compleanno di una persona che per me è preziosa, e non dirò che è speciale, è preziosa, proprio come un oggetto lasciato da qualche parte per non essere sprecato, eccessivamente esibito. Questa persona oggi compie settantadue anni che sembrano cinquanta, ha i capelli candidi come la neve e gli occhi chiari, luminosi e intelligenti; si chiama Richi, vive vicino al Lago di Garda ed è il mio migliore amico - sarebbe mio nonno, ma per me è sempre stato il mio migliore amico, figura educativa e compagno di giochi, con cui negli anni ho costruito villaggetti di pongo e scambiato mail forsennate sulla mia vita sentimentale con la stessa intensità.
Ciò che amo di lui, più degli occhi verdi e dei baffi bianchi e l'odore di dopobarba e nicotina, ciò che amo di lui più di ogni altra cosa è l'oggettività che ha sempre avuto nel sapermi giudicare per quella che realmente sono e volermi bene lo stesso, volermi bene tantissimo: Richi non mi ama perché è mio nonno, non mi ama perché qualche vincolo familiare lo ha costretto a farlo, mi ama perché sono io, perché mi ha sempre giudicato come persona e non come nipotina, e crede in me come nessuno ci ha creduto mai.
E' un uomo dalle idee politiche a mio parere discutibili, un po' presuntoso, sicuramente particolare, che vorrebbe tanto mi piacesse la natura, la campagna, un uomo che disapprova il mio tatuaggio, la mia dipendenza da Facebook e non è un fan dei ventenni, ma è un mio fan, e tanto basta a farmi sentire preziosa a mia volta; Richi vive vicino al Lago di Garda, non risponde mai al telefono e io non vado abbastanza spesso a trovarlo.
Richi ha un sito che tratta di arte e che quì vi linko, non solo perché è il suo compleanno o perché gli farebbe piacere, ma perché ne vale veramente la pena - E' brillante, utile e geniale, proprio come lui, settemuse.it.

Richi non sopporta Ligabue, negli ultimi anni ha iniziato forse a tollerarlo un pochino, ma diciamo che su questa mia passione ci siamo sempre amabilmente scannati, eppure è alle parole di Ligabue che penso quando penso a Richi, a tutto quello che ha fatto per me, a tutto quello che abbiamo condiviso insieme...non perché siamo nonno&nipote, ma perché ci andava di farlo.

Grazie per il tempo pieno
Grazie per la te più vera
Grazie per i denti stretti, i difetti
Per le botte
D'allegria
Per la nostra fantasia...
...L'amore conta



L'amore conta, la stima anche, la gratitudine non ne parliamo; buon compleanno Richi, da quella nipotina a cui hai insegnato tanto, tutto, troppo, dalla tua pulce sgangherata che non viene quasi mai a trovarti, che ti pensa ogni giorno, buon compleanno con tutto il cuore.