Farmi offrire una birra, mangiare sushi con le mani e un goccia di salsa di soia che mi scivola sul mento, sbronzarmi e svegliarmi come mio cuggino in un fosso che gli mancava un rene, imparare a giocare a biliardo anche se non ho mai avuto la costanza di imparare niente in vita mia, ingozzarmi alla sagra del fungo e alla festa del fritto senza che mangiare somigli al camminare nuda in Piazza Duomo, senza che mangiare sia una colpa, qualcosa di sporco, da non fare - o da fare di nascosto.
E poi ripulire il giardino dalle erbacce e preparare la tavola in mezzo ai fiori e all'erba e alle lucertole che s'inseguono, ignorare il vicino di casa bestemmiatore, dimostrare il fascino perverso di un infradito con calzino, ridere fino a sentire male alla pancia tra un verso dell'Eneide e l'altro, insultare la madre di Zequila e poi promettere di non farlo mai più, sentirmi ancora spaventata e vulnerabile ma anche divertente, piacevole, empatica, fuori e meglio di me - e vagamente incredula, leggera, prepotentemente viva, e mettere su un altro paio di chili e somigliare a un panzerotto e portare gonne (imputtanirmi?) e affogare in un vasetto di funghi sott'olio e leggere Montale e lasciarmi toccare il mento, la pancia, le vertebre, le orecchie e le caviglie e vedere finalmente Kung Fu Panda, stilare liste, uccidere una per una le psicosi, chiedermi quand'è stata l'ultima volta che mi sono sentita così timida, smetterla di essere sempre frettolosa ingorda impulsiva imparando l'arte suprema dell'attendere e del valutare, del parlare del conoscere dell'avere timore, appoggiarmi a schiene più larghe della mia ma per pietà nessuno si appoggi a me!, contare perifrasi sulle dita - legarle alle falangi come amuleti, cucirle ai capelli come un rasta, sentirle tremare nelle ginocchia.
Cose che avrei voglia di fare, che ho già fatto, che sto facendo, che rifarei.
Cose che mi brillano dentro, cose che indosso, cose che sento sotto le ciglia, cose che mi prendo, cose che non credevo di meritare, cose che in effetti merito eccome, cose che.
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14 giugno 2012
10 giugno 2012
La doccia della domenica
Si comincia con l'accendere la luce crudele dello specchio in bagno tenendo a portata di mano non una bensì due pinzette per sopracciglia: una di forma squadrata per togliere il grosso, una appuntita per rifinire - le hai lasciate un po' perdere ultimamente, è ora di cambiarne la forma, rendile più sottili, più dure.
La pelle dell'arcata sopraccigliare è come se non fosse più tua, negli anni è diventata insensibile al dolore e si arrossa appena; a lavoro finito, e ci vogliono sempre quindici minuti circa, sciacquati il viso con acqua tiepida e sapone neutro, lentamente, godendo della schiuma tra le dita.
E' il momento della maschera per il viso agli agrumi, spremila sulle mani e poi accarezzati il volto e il collo, piano, con movimenti circolari - cela i lineamenti, abbonda col prodotto, non essere avara, e ora guardati, la faccia è bianca e solo gli occhi sono neri, immensi, medita se farti una foto da postare su facebook per recitare la parte che preferisci, quella della 'tipa alla mano che sa prendersi in giro'.
Lascia stare, la vasca è quasi piena d'acqua bollente e profumata, hai versato un quantitativo generoso di bagnoschiuma al muschio bianco, la schiuma invoca il tuo nome, sei già nuda e immergi il piede destro, poi quello sinistro, e ti siedi, t'inabissi fino alle scapole e chiudi gli occhi, lasciando che la maschera di bellezza faccia effetto - la senti penetrare nei pori, rassicurante e fresca, quando inizierà a bruciare potrai sciacquarla via di prepotenza, il getto della doccia ben puntato sulla fronte, e aspettare che scivoli tutta nell'acqua che si sta intorbidendo.
E' giunto il momento d'insaponarsi con calma, si comincia dalle braccia, poi le spalle, il seno, la pancia, l'inguine, le cosce e i polpacci - i polpacci hanno bisogno di una passata lieve di rasoio, il rasoio è una carezza ruvida che fa la pelle levigata, i tuoi piedi sono appoggiati al bordo della vasca, li guardi e sono piccoli e perfettamente rosa, sono piedi di bambina che piacciono agli uomini, che piacciono a te, li insaponi piano canticchiando un melodico De Andrè.
Riprendi tra le mani il doccino, lo passi tra i capelli, e poi riempi le mani di shampo alla camomilla per rendere le chiome più chiare - rimpiangi quei giorni in cui un flacone durava forse due settimane, avevi i capelli lunghissimi, ora basta una goccia delle dimensioni di una moneta, frizioni lentamente il cranio, insisti sulla nuca e dietro alle orecchie, emulsioni con acqua e guardi la schiuma cadere in larghe goccie bianche e concentriche.
Risciacqui, senza fretta, che non rimanga nulla, e quando non c'è più rischio che tu possa ingoiare lo shampo ti riempi la bocca d'acqua, la sputi in aria, fingi di essere una fontana - togli il tappo, guardi il tuo corpo riemergere lentamente dai flutti domestici, lo risciacqui, ti alzi in piedi: sei nuda, bagnata e vulnerabile, sgoccioli a ogni movimento.
Ti avvolgi nell'accappatoio, nell'unica tasca disponibile infili la crema per il viso, quella per il corpo, il deodorante - resti nuda in piedi in camera tua, avvolgi la testa in un asciugamano, prima il viso.
Immergi un polpastrello nella crema al cetriolo, generosamente pattini con le dita sul volto, a occhi chiusi, e poi infili i pantaloncini, la maglietta del pigiama, passi il deodorante stick sotto le ascelle, i polpacci iniziano a pruderti - il prezzo da pagare per la passata di rasoio; la crema per il corpo è quella da grande occasione, quella di Chanel, la spalmi con calma dalle ginocchia alle dita dei piedi ascoltando colonne sonore della Disney, ti soffermi a godere dell'acuto di Megara (io sento dentro 'puoi fidarti', mentre la testa mia 'non lo fare') e sorridi tuo malgrado.
Sei pronta.
Idratata, profumata, pulita - per qualche ora, solo qualche ora...senza peccato.
La pelle dell'arcata sopraccigliare è come se non fosse più tua, negli anni è diventata insensibile al dolore e si arrossa appena; a lavoro finito, e ci vogliono sempre quindici minuti circa, sciacquati il viso con acqua tiepida e sapone neutro, lentamente, godendo della schiuma tra le dita.
E' il momento della maschera per il viso agli agrumi, spremila sulle mani e poi accarezzati il volto e il collo, piano, con movimenti circolari - cela i lineamenti, abbonda col prodotto, non essere avara, e ora guardati, la faccia è bianca e solo gli occhi sono neri, immensi, medita se farti una foto da postare su facebook per recitare la parte che preferisci, quella della 'tipa alla mano che sa prendersi in giro'.
Lascia stare, la vasca è quasi piena d'acqua bollente e profumata, hai versato un quantitativo generoso di bagnoschiuma al muschio bianco, la schiuma invoca il tuo nome, sei già nuda e immergi il piede destro, poi quello sinistro, e ti siedi, t'inabissi fino alle scapole e chiudi gli occhi, lasciando che la maschera di bellezza faccia effetto - la senti penetrare nei pori, rassicurante e fresca, quando inizierà a bruciare potrai sciacquarla via di prepotenza, il getto della doccia ben puntato sulla fronte, e aspettare che scivoli tutta nell'acqua che si sta intorbidendo.
E' giunto il momento d'insaponarsi con calma, si comincia dalle braccia, poi le spalle, il seno, la pancia, l'inguine, le cosce e i polpacci - i polpacci hanno bisogno di una passata lieve di rasoio, il rasoio è una carezza ruvida che fa la pelle levigata, i tuoi piedi sono appoggiati al bordo della vasca, li guardi e sono piccoli e perfettamente rosa, sono piedi di bambina che piacciono agli uomini, che piacciono a te, li insaponi piano canticchiando un melodico De Andrè.
Riprendi tra le mani il doccino, lo passi tra i capelli, e poi riempi le mani di shampo alla camomilla per rendere le chiome più chiare - rimpiangi quei giorni in cui un flacone durava forse due settimane, avevi i capelli lunghissimi, ora basta una goccia delle dimensioni di una moneta, frizioni lentamente il cranio, insisti sulla nuca e dietro alle orecchie, emulsioni con acqua e guardi la schiuma cadere in larghe goccie bianche e concentriche.
Risciacqui, senza fretta, che non rimanga nulla, e quando non c'è più rischio che tu possa ingoiare lo shampo ti riempi la bocca d'acqua, la sputi in aria, fingi di essere una fontana - togli il tappo, guardi il tuo corpo riemergere lentamente dai flutti domestici, lo risciacqui, ti alzi in piedi: sei nuda, bagnata e vulnerabile, sgoccioli a ogni movimento.
Ti avvolgi nell'accappatoio, nell'unica tasca disponibile infili la crema per il viso, quella per il corpo, il deodorante - resti nuda in piedi in camera tua, avvolgi la testa in un asciugamano, prima il viso.
Immergi un polpastrello nella crema al cetriolo, generosamente pattini con le dita sul volto, a occhi chiusi, e poi infili i pantaloncini, la maglietta del pigiama, passi il deodorante stick sotto le ascelle, i polpacci iniziano a pruderti - il prezzo da pagare per la passata di rasoio; la crema per il corpo è quella da grande occasione, quella di Chanel, la spalmi con calma dalle ginocchia alle dita dei piedi ascoltando colonne sonore della Disney, ti soffermi a godere dell'acuto di Megara (io sento dentro 'puoi fidarti', mentre la testa mia 'non lo fare') e sorridi tuo malgrado.
Sei pronta.
Idratata, profumata, pulita - per qualche ora, solo qualche ora...senza peccato.
Dio non mi ha concesso il dono della Fede, in questo giorno che è un giorno santo io non sono invitata alla sua mensa, non ho modo di liberarmi dai miei peccati, e non ci sono parole di Cristo che possano salvarmi - ciò che mi rimane, l'unico Rito che ancora mi concedo è la doccia della domenica, che lavi via tutto quanto accumulato nella settimana appena trascorsa (smog, nicotina, alcolici, bestemmie, delusioni, risultati, battiti di cuore, battiti di ciglia, spaventi e rivelazioni) e aiuti ad affrontare degnamente quella che invece è in arrivo.
E buona settimana a tutti.
5 giugno 2012
Cose che sono stata capace di fare
(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)
Correre in bicicletta, ubriacarmi, ridere, abbracciare un'amica, abbordare una ragazza, imparare parolacce in tedesco, andare a un concerto, comprare sigarette, offrire birre, offendermi a morte, passare finalmente lo scritto di latino, inventare zio Gerberto, ordinare pizze, stappare bottiglie alla sagra del cinghiale, ascoltare 'Certe notti' cantata da una donna e che donna, aspettare mio padre, redarre testi, comprare un biglietto per la Sardegna, leggere poesie, mettermi un vestito, riprendere a mangiare anche se con fatica - e sopratutto sentire ancora qualcosa, qualcosa sul fondo del cuore, come un brivido silenzioso e del tutto inaspettato, che mi terrorizza che mi rende vulnerabile che mi fa gli occhi luminosi, qualcosa che non ha un nome ma c'è, è lì, a ricordarmi che certe cose non possono essermi portate via.
(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)
Correre in bicicletta, ubriacarmi, ridere, abbracciare un'amica, abbordare una ragazza, imparare parolacce in tedesco, andare a un concerto, comprare sigarette, offrire birre, offendermi a morte, passare finalmente lo scritto di latino, inventare zio Gerberto, ordinare pizze, stappare bottiglie alla sagra del cinghiale, ascoltare 'Certe notti' cantata da una donna e che donna, aspettare mio padre, redarre testi, comprare un biglietto per la Sardegna, leggere poesie, mettermi un vestito, riprendere a mangiare anche se con fatica - e sopratutto sentire ancora qualcosa, qualcosa sul fondo del cuore, come un brivido silenzioso e del tutto inaspettato, che mi terrorizza che mi rende vulnerabile che mi fa gli occhi luminosi, qualcosa che non ha un nome ma c'è, è lì, a ricordarmi che certe cose non possono essermi portate via.
(Ora che ci penso, la verità è che non ti penso)
31 maggio 2012
Le donne normali, parte II
Ebbene sì, è successo di nuovo. Per chi non lo sapesse, l'argomento mi sta a cuore e ne parlai in questo post, forse meno di un mese fa. Di nuovo, una bonazza patinata in copertina che ci dice che le donne vere non portano la 38, e francamente ne ho abbastanza le palle piene. No, non ho intenzione di ripetermi, fare un'altra polemica inutile su quanto sia offensivo leggere le parole della strafiga di turno (e in questo caso stiamo parlando di una strafiga che mi piace moltissimo, come attrice e come donna) che viene a spiegarci dall'alto dei suoi miliardi e del suo successo cosa sia 'vero' e cosa no, cosa sia 'normale' e cosa invece sia irrimediabilmente sbagliato e sgradevole.
Ma voi avete idea di quanto io possa essermi sentita offesa?
Santocielo, credevo ci fossimo evoluti, credevo che i luoghi comuni sulle bionde cretine, le rosse puttane e le magroline poco autentiche fossero ormai storia passata - invece no, invece di nuovo a sparare puttanate su come dovrebbe essere una donna per essere bella, vera, normale o salcazzochecosa.
Quindi, siccome ancora non mi sono iscritta a qualche corso intensivo di yoga per risolvere i miei problemini di collera e in questo momento ho le vene del collo che mi pulsano tipo Adriano Pappalardo quando sbraitava 'Ricominciamo', vi dimostrerò una cosa, e per farlo dovrò sacrificare quel poco che rimane della mia dignità e del mio pudore...nella speranza che ne valga la pena, in caso contrario lapidatemi pure.
Ciao a tutti, mi chiamo Vanna e guarda caso porto una 38, mi faccio gli autoscatti appena sveglia e completamente struccata, non mi vergogno delle mie costole né dei miei capelli privi di senso, non ho una troupe di fotografi e truccatori professionisti nascosta nell'armadio, e Vanity Fair non mi metterebbe in copertina neanche quandi farà freddo all'inferno.
Sono Vanna, sono vera e normale e porto una 38 e a volte mi cola il trucco e se percaso dimentico di depilarmi vengo scambiata per un orsetto marsicano, sono Vanna , sono vera e normale e imperfetta e proprio per questo motivo non verrò a raccontare a voi quale taglia debba portare una donna vera e normale e imperfetta, perché non lo so nemmeno io, e anche lo sapessi non sarebbero affari miei.
Sono Vanna, porto una 38 e alla faccia di Kate Winslet non solo sono irrimediabilmente vera, sono anche bellissima, bellissima così - e sono certa che lo siate anche voi, lo siamo tutte quando ci sforziamo di crederlo, fidatevi di chi l'ha voluto imparare a ogni costo per non soccombere, fidatevi di me.
Ma voi avete idea di quanto io possa essermi sentita offesa?
Santocielo, credevo ci fossimo evoluti, credevo che i luoghi comuni sulle bionde cretine, le rosse puttane e le magroline poco autentiche fossero ormai storia passata - invece no, invece di nuovo a sparare puttanate su come dovrebbe essere una donna per essere bella, vera, normale o salcazzochecosa.
Quindi, siccome ancora non mi sono iscritta a qualche corso intensivo di yoga per risolvere i miei problemini di collera e in questo momento ho le vene del collo che mi pulsano tipo Adriano Pappalardo quando sbraitava 'Ricominciamo', vi dimostrerò una cosa, e per farlo dovrò sacrificare quel poco che rimane della mia dignità e del mio pudore...nella speranza che ne valga la pena, in caso contrario lapidatemi pure.
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| Foto odierna: ancora a letto, il ritorno di Gesù Cristo. |
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| Foto odierna: sveglia da pochi minuti, senza nemmeno essermi lavata la faccia. |
Sono Vanna, sono vera e normale e porto una 38 e a volte mi cola il trucco e se percaso dimentico di depilarmi vengo scambiata per un orsetto marsicano, sono Vanna , sono vera e normale e imperfetta e proprio per questo motivo non verrò a raccontare a voi quale taglia debba portare una donna vera e normale e imperfetta, perché non lo so nemmeno io, e anche lo sapessi non sarebbero affari miei.
Sono Vanna, porto una 38 e alla faccia di Kate Winslet non solo sono irrimediabilmente vera, sono anche bellissima, bellissima così - e sono certa che lo siate anche voi, lo siamo tutte quando ci sforziamo di crederlo, fidatevi di chi l'ha voluto imparare a ogni costo per non soccombere, fidatevi di me.
22 maggio 2012
E poi ci siamo noi, dove, di preciso, non si sa
'Regalare la vita', è questo a cui ho pensato, stanotte, appena prima di dormire, Alfonso stretto sotto al braccio sinistro e le gambe appoggiate al petto, il respiro sommesso del mio cane, il rumore del vento tra gli alberi del giardino. 'Regalare la vita', io penso si possa farlo, se lo si vuole, se ci si conosce così profondamente e bene da sapere che cosa realmente serve - e ieri sera ci siamo regalate la vita. Non so le altre due, ma so che io e te non ce la passiamo tanto bene di recente, per motivazioni diverse, e sicuramente incomparabili, abbiamo visto giorni migliori, eppure è la Vita che abbiamo voluto regalarti e regalarci: 5 luglio, Heineken Jammin' Festival, quattro biglietti per quattro amiche all'avventura.
Io a parlare delle mie amiche mi sento sempre come una di quelle ragazze superinnamorate che non sanno fare a meno di sciorinare frasi e canzoni e lacrime e immagini su quanto sia bello e buono il loro fidanzato; le ragazze così non le ho mai potute sopportare, forse perché quando si tratta di 'amore in una coppia' io mi chiudo in me stessa e non sono capace di parlarne, di scriverne, forse perché l'amore, l'amore in una coppia, è un sentimento che sovrasta e intimidisce e sopratutto un po' rimbambisce, siamo seri.
Ma quando parlo, o scrivo, o racconto delle mie amiche gli argini della timidezza si sfasciano davanti ai miei occhi e una sensazione di amore piena e prepotente semplicemente m'invade, sale dallo stomaco come un'indigestione e si arrampica sull'esofago e poi in gola e riempie la bocca, gli spazi, il mondo intero, un nuovo post, l'ennesima nota di Facebook, una lettera a un parente lontano. Quando ci siamo conosciute l'avevamo capito che era speciale, e tutto attorno a noi ci diceva invece che non lo sarebbe stato: che a quattordici anni è normale prendersi una cotta pazzesca per le persone che hai attorno, ma che sono rapporti che col tempo semplicemente si logorano, si rivelano per la loro caducità, finiscono nel dimenticatoio assieme alle scarpe imbarazzanti della prima adolescenza, a volte ne rimane una cicatrice come quella della varicella, ma nient'altro. Io ne ho avute di amicizie così, di cotte così, per maschi e femmine che per qualche mese ho considerato parte integrante del mio universo e che poi sono semplicemente andate, per tacita ma consensuale scelta di entrambi i fattori, io e lei, io e lui. Voi invece ci siete sempre state, e non perché fosse giusto, o scritto nelle stelle, e non perché non c'era alternativa, ma perché vi andava di farlo, esattamente come a me è andata di rimanere, e tra un mese e l'altro, una vacanza e una gita, una confessione e una litigata, son passati così tanti anni che non riesco più a contarli e nemmeno m'interessa - perché siete parte integrante della mia realtà, della mia vita, della mia persona, e mi emozionate ogni giorno come nessun amore è mai riuscito a fare. Mi piace raccontare alla mia psicologa che la sensazione d'inadeguatezza che avverto in ogni mia storia è forse data dal fatto che io con voi ho avuto e ho tutto, che tutto l'amore di cui sono capace ha già un nome sopra, ed è il vostro.
L'impressione bruciante del 'non bastare', le insicurezze, le paure, l'incapacità di amarmi veramente, quella feroce ansia del non essere accettata, la sensazione di non poter essere mai abbastanza brava, bella, giusta, in gamba, divertente, comprensiva, sexy e intelligente, con voi semplicemente evapora. Io vi voglio così bene perché in mezzo a voi sono riuscita a voler bene a me stessa, profondamente e senza remore, e la persona che sono con voi è qualcosa che accetto, amo, come se io stessa potessi essere per un po', solo per un po', la mia migliore amica - qualcuno con cui mi va di condividere l'esistenza, una faccia che mi piace, un corpo che sento come mio, una personalità che non avverto ingombrante, fastidiosa, sbagliata. La gioia placida di chi è amata incondizionatamente, e con tutto il cuore, in ogni sbaglio; telefonarvi alle sei del mattino, dire che ho ucciso un uomo, sentirvi rispondere assonnate 'porto la pala?', ecco cos'è, tutto questo Amore, tutta questa Sazietà del corpo e dello spirito.
Sapere, averlo scritto addosso, che come dice Ligabue 'quella che non sono a voi basterà', e basterà a me, finché sarete al mio fianco - e su questo non ho dubbi, che al mio fianco ci sarete sempre, e mi sembra un'ottima motivazione per sentirmi fortunata e orgogliosa, raccontare ai parenti sul letto di morte che qualcosa di buono, qualcosina che si chiama come voi, almeno quello l'ho combinato.
Io a parlare delle mie amiche mi sento sempre come una di quelle ragazze superinnamorate che non sanno fare a meno di sciorinare frasi e canzoni e lacrime e immagini su quanto sia bello e buono il loro fidanzato; le ragazze così non le ho mai potute sopportare, forse perché quando si tratta di 'amore in una coppia' io mi chiudo in me stessa e non sono capace di parlarne, di scriverne, forse perché l'amore, l'amore in una coppia, è un sentimento che sovrasta e intimidisce e sopratutto un po' rimbambisce, siamo seri.
Ma quando parlo, o scrivo, o racconto delle mie amiche gli argini della timidezza si sfasciano davanti ai miei occhi e una sensazione di amore piena e prepotente semplicemente m'invade, sale dallo stomaco come un'indigestione e si arrampica sull'esofago e poi in gola e riempie la bocca, gli spazi, il mondo intero, un nuovo post, l'ennesima nota di Facebook, una lettera a un parente lontano. Quando ci siamo conosciute l'avevamo capito che era speciale, e tutto attorno a noi ci diceva invece che non lo sarebbe stato: che a quattordici anni è normale prendersi una cotta pazzesca per le persone che hai attorno, ma che sono rapporti che col tempo semplicemente si logorano, si rivelano per la loro caducità, finiscono nel dimenticatoio assieme alle scarpe imbarazzanti della prima adolescenza, a volte ne rimane una cicatrice come quella della varicella, ma nient'altro. Io ne ho avute di amicizie così, di cotte così, per maschi e femmine che per qualche mese ho considerato parte integrante del mio universo e che poi sono semplicemente andate, per tacita ma consensuale scelta di entrambi i fattori, io e lei, io e lui. Voi invece ci siete sempre state, e non perché fosse giusto, o scritto nelle stelle, e non perché non c'era alternativa, ma perché vi andava di farlo, esattamente come a me è andata di rimanere, e tra un mese e l'altro, una vacanza e una gita, una confessione e una litigata, son passati così tanti anni che non riesco più a contarli e nemmeno m'interessa - perché siete parte integrante della mia realtà, della mia vita, della mia persona, e mi emozionate ogni giorno come nessun amore è mai riuscito a fare. Mi piace raccontare alla mia psicologa che la sensazione d'inadeguatezza che avverto in ogni mia storia è forse data dal fatto che io con voi ho avuto e ho tutto, che tutto l'amore di cui sono capace ha già un nome sopra, ed è il vostro.
L'impressione bruciante del 'non bastare', le insicurezze, le paure, l'incapacità di amarmi veramente, quella feroce ansia del non essere accettata, la sensazione di non poter essere mai abbastanza brava, bella, giusta, in gamba, divertente, comprensiva, sexy e intelligente, con voi semplicemente evapora. Io vi voglio così bene perché in mezzo a voi sono riuscita a voler bene a me stessa, profondamente e senza remore, e la persona che sono con voi è qualcosa che accetto, amo, come se io stessa potessi essere per un po', solo per un po', la mia migliore amica - qualcuno con cui mi va di condividere l'esistenza, una faccia che mi piace, un corpo che sento come mio, una personalità che non avverto ingombrante, fastidiosa, sbagliata. La gioia placida di chi è amata incondizionatamente, e con tutto il cuore, in ogni sbaglio; telefonarvi alle sei del mattino, dire che ho ucciso un uomo, sentirvi rispondere assonnate 'porto la pala?', ecco cos'è, tutto questo Amore, tutta questa Sazietà del corpo e dello spirito.
Sapere, averlo scritto addosso, che come dice Ligabue 'quella che non sono a voi basterà', e basterà a me, finché sarete al mio fianco - e su questo non ho dubbi, che al mio fianco ci sarete sempre, e mi sembra un'ottima motivazione per sentirmi fortunata e orgogliosa, raccontare ai parenti sul letto di morte che qualcosa di buono, qualcosina che si chiama come voi, almeno quello l'ho combinato.
7 maggio 2012
Caro C.
Il nostro non è un rapporto equilibrato; certo, poteva andarci peggio, ma sono consapevole del fatto che non sempre mi sono presa cura di te come avrei dovuto, ma del resto nemmeno tu hai soddisfatto del tutto le mie aspettative. Ho fatto centinaia e centinaia di volte l'elenco delle cose che odio di te, l'ho fatto nuda davanti allo specchio avvolta solo in un asciugamano, ti ho guardato per lunghissime ore, quasi mai ti ho amato intensamente interamente con tutta me stessa; il più delle volte ti ho tristemente accettato per com'eri, ma criticandoti a gran voce. Ho cercato di mascherarti, di cambiarti, di celarti, altre volte invece ti ho esposto impunemente agli occhi della gente ma non sembrava che tu ne soffrissi; ho camminato seminuda su spiagge neanche troppo deserte, ho inflitto ferite, fumato sigarette e sigarette che fan ridere, bevuto alcolici, raramente ho mangiato a dovere, con te. Non ti ho amato né trattato come un tempio ma solo come un involucro scialbo che speravo e spero chiudesse e chiuda qualcosa d'altro, di più bello, di meno effimero.
Forse ho imparato ad amare e coltivare così tanto me stessa, la me stessa che sta dentro, perché io e te non siamo mai andati troppo d'accordo, perché non mi hai mai soddisfatta del tutto, non mi hai convinta, non mi sei piaciuto, e se con gli anni ho imparato ad accettarti per come sei dubito che saremo mai grandissimi amici, ti cambierei volentieri con qualcos'altro anche immediatamente, fidati.
Di te ho sempre detestato la rotondità e la sfuggevolezza del mento, quel mento che sicuramente con gli anni cadrà e somiglierà alla pelle flaccida di un animale ormai morto; e raramente ho potuto sopportare la sottigliezza eccessiva delle caviglie, il sorriso un po' storto, la pelle opaca e malaticcia e grigiastra, le ossa sporgenti tra un seno e l'altro, i fianchi morbidi, la pancia rotonda e dura, le sopracciglia quasi mai in ordine, i lineamenti troppo sottili accartocciati tra loro in un viso infantile e banale.
Non mi permetti quasi mai d'indossare la gonna, lo capisci questo? O di andare in giro struccata - che poi, andrei in giro struccata tanto quanto andrei in piazza Duomo senza mutande, e persino le scollature eccessive ti turbano, ti infastidiscono, e quando mi sono tagliata i capelli ho sentito lamentarti e stridere e impormi una dieta che non era una dieta ma un'autopunizione, perché d'improvviso t'era venuto in mente che la mia faccia era un po' troppo esposta, troppo rotonda, meglio affilarla un pochino mangiando una mela per pranzo, un pacchetto di crackers per cena.
Tu mi comandi, da sempre, e io per ripicca ti tratto un po' più male del solito; no, non è un rapporto equilibrato ma poteva andarci peggio, c'è chi c'è morto per mancanza di equilibratezza con tipini tosti come te, come tutti quelli come te, che pretendete di fare il bello e il cattivo tempo ma di fatto siete voi ad essere così disgustosamente imperfetti, siete sempre voi la causa di tutto quanto.
Ma ora basta con le cattiverie, non per sempre, solo per un po'.
Vorrei essere dolce, quest'oggi; non perché lo voglia davvero ma perché mi è stato chiesto, mi è stato chiesto di scriverti con la massima obiettività possibile e io vorrei trovare il coraggio per dirti anche qualcosa di bello; e qualcosa di bello c'è, di sicuro, è che m'imbarazzo a morte a parlarne, a scriverne, rivolgendomi a te in seconda persona come fossi un estraneo, quando in realtà sono ventitré anni che ci conosciamo e malgrado tutto abbiamo anche saputo volerci bene.
Ecco, da quì forse dovrei cominciare: dal fatto che ti ho voluto bene, te ne voglio ancora, con tutti i tuoi limiti e i miei, diciamo pure che io ti amo; ed è per questo che ho comprato una bicicletta, che mangio un sacco di banane, di yogurt, che ti porto dappertutto e con la bella stagione ti faccio vedere agli altri e quasi sono orgogliosa che tu sia roba mia, sai?
Di te mi piacciono le ossa, tantissimo.
Sottili, un po' sporgenti, ben fatte; e le gambe, che sono snelle e toniche, e i piedi piccoli e perfettamente rosa, le mani femminili un po' da strega, le unghie forti che non si spezzano mai, mi piacciono le labbra che sono sempre rosse, e i capelli che sono soffici, biondi e disordinati; mi piace il tuo seno che è piccolo, bianchissimo, discreto, e gli zigomi alti, le clavicole.
Ma di te, sopratutto, mi piacciono gli occhi; quanto ti guardo negli occhi io quasi riesco a perdonarti tutto il resto, ti guardo negli occhi e vedo che sono grandi, profondi e scuri, che brillano sempre di piccole luci, e le ciglia sono nere e lunghissime, così lunghe che un filo di rimmel le rende semplicemente sensazionali.
I tuoi occhi sono la cosa più bella che hai, quella che più felicemente fai vedere alle persone, quella che da sempre ti rende un po' diverso, migliore, attraente nonostante tutto - quegli occhi sono tali e quali a quelli del corpo che ti ha generato, e sono belli, bellissimi, ed è in quegli occhi che io ti amo più che mai.
Forse dovrei scriverti più spesso, pensarti più spesso, e più spesso coccolarti; forse dovremmo prenderci un pomeriggio alla settimana almeno per stare solo io e te, fare un bagno, accarezzarci, metterci ogni volta una crema nuova, e inutile negarlo anche fare l'amore.
Dovremmo andare in palestra, mangiare insieme, smettere di fumare, correre nell'erba.
Dovrei concentrarmi suoi tuoi occhi quando vedo che la pelle o le caviglie o i lineamenti mi hanno fatto di nuovo arrabbiare, essere più indulgente, rispettarti di più, sei ancora tanto giovane ma è tempo di diventare più responsabili, di crescere insieme, di invecchiare anche - e almeno questo non ci fa paura.
Ed è una cosa che devo fare da sola, perché tu non sei altro che un piccolo corpo vuoto, e senza di me saresti perduto, un giorno lo sarai; la smetterò di ignorarti, criticarti, nasconderti, imparerò ad amare quello che di te ho sempre odiato, e comincerò a prendermi cura di te, anche e sopratutto quando farai i capricci, mio piccolo corpo vuoto, involucro fragile e in cui trasportare la vita - per ora 'soltanto' la mia, magari un giorno anche quella di qualcun altro, chissà, che importa.
Tu dammi una mano, cerca di non tradirmi, o di farlo il più tardi possibile - al resto penserò io, è ora che ci pensi io.
Forse ho imparato ad amare e coltivare così tanto me stessa, la me stessa che sta dentro, perché io e te non siamo mai andati troppo d'accordo, perché non mi hai mai soddisfatta del tutto, non mi hai convinta, non mi sei piaciuto, e se con gli anni ho imparato ad accettarti per come sei dubito che saremo mai grandissimi amici, ti cambierei volentieri con qualcos'altro anche immediatamente, fidati.
Di te ho sempre detestato la rotondità e la sfuggevolezza del mento, quel mento che sicuramente con gli anni cadrà e somiglierà alla pelle flaccida di un animale ormai morto; e raramente ho potuto sopportare la sottigliezza eccessiva delle caviglie, il sorriso un po' storto, la pelle opaca e malaticcia e grigiastra, le ossa sporgenti tra un seno e l'altro, i fianchi morbidi, la pancia rotonda e dura, le sopracciglia quasi mai in ordine, i lineamenti troppo sottili accartocciati tra loro in un viso infantile e banale.
Non mi permetti quasi mai d'indossare la gonna, lo capisci questo? O di andare in giro struccata - che poi, andrei in giro struccata tanto quanto andrei in piazza Duomo senza mutande, e persino le scollature eccessive ti turbano, ti infastidiscono, e quando mi sono tagliata i capelli ho sentito lamentarti e stridere e impormi una dieta che non era una dieta ma un'autopunizione, perché d'improvviso t'era venuto in mente che la mia faccia era un po' troppo esposta, troppo rotonda, meglio affilarla un pochino mangiando una mela per pranzo, un pacchetto di crackers per cena.
Tu mi comandi, da sempre, e io per ripicca ti tratto un po' più male del solito; no, non è un rapporto equilibrato ma poteva andarci peggio, c'è chi c'è morto per mancanza di equilibratezza con tipini tosti come te, come tutti quelli come te, che pretendete di fare il bello e il cattivo tempo ma di fatto siete voi ad essere così disgustosamente imperfetti, siete sempre voi la causa di tutto quanto.
Ma ora basta con le cattiverie, non per sempre, solo per un po'.
Vorrei essere dolce, quest'oggi; non perché lo voglia davvero ma perché mi è stato chiesto, mi è stato chiesto di scriverti con la massima obiettività possibile e io vorrei trovare il coraggio per dirti anche qualcosa di bello; e qualcosa di bello c'è, di sicuro, è che m'imbarazzo a morte a parlarne, a scriverne, rivolgendomi a te in seconda persona come fossi un estraneo, quando in realtà sono ventitré anni che ci conosciamo e malgrado tutto abbiamo anche saputo volerci bene.
Ecco, da quì forse dovrei cominciare: dal fatto che ti ho voluto bene, te ne voglio ancora, con tutti i tuoi limiti e i miei, diciamo pure che io ti amo; ed è per questo che ho comprato una bicicletta, che mangio un sacco di banane, di yogurt, che ti porto dappertutto e con la bella stagione ti faccio vedere agli altri e quasi sono orgogliosa che tu sia roba mia, sai?
Di te mi piacciono le ossa, tantissimo.
Sottili, un po' sporgenti, ben fatte; e le gambe, che sono snelle e toniche, e i piedi piccoli e perfettamente rosa, le mani femminili un po' da strega, le unghie forti che non si spezzano mai, mi piacciono le labbra che sono sempre rosse, e i capelli che sono soffici, biondi e disordinati; mi piace il tuo seno che è piccolo, bianchissimo, discreto, e gli zigomi alti, le clavicole.
Ma di te, sopratutto, mi piacciono gli occhi; quanto ti guardo negli occhi io quasi riesco a perdonarti tutto il resto, ti guardo negli occhi e vedo che sono grandi, profondi e scuri, che brillano sempre di piccole luci, e le ciglia sono nere e lunghissime, così lunghe che un filo di rimmel le rende semplicemente sensazionali.
I tuoi occhi sono la cosa più bella che hai, quella che più felicemente fai vedere alle persone, quella che da sempre ti rende un po' diverso, migliore, attraente nonostante tutto - quegli occhi sono tali e quali a quelli del corpo che ti ha generato, e sono belli, bellissimi, ed è in quegli occhi che io ti amo più che mai.
Forse dovrei scriverti più spesso, pensarti più spesso, e più spesso coccolarti; forse dovremmo prenderci un pomeriggio alla settimana almeno per stare solo io e te, fare un bagno, accarezzarci, metterci ogni volta una crema nuova, e inutile negarlo anche fare l'amore.
Dovremmo andare in palestra, mangiare insieme, smettere di fumare, correre nell'erba.
Dovrei concentrarmi suoi tuoi occhi quando vedo che la pelle o le caviglie o i lineamenti mi hanno fatto di nuovo arrabbiare, essere più indulgente, rispettarti di più, sei ancora tanto giovane ma è tempo di diventare più responsabili, di crescere insieme, di invecchiare anche - e almeno questo non ci fa paura.
Ed è una cosa che devo fare da sola, perché tu non sei altro che un piccolo corpo vuoto, e senza di me saresti perduto, un giorno lo sarai; la smetterò di ignorarti, criticarti, nasconderti, imparerò ad amare quello che di te ho sempre odiato, e comincerò a prendermi cura di te, anche e sopratutto quando farai i capricci, mio piccolo corpo vuoto, involucro fragile e in cui trasportare la vita - per ora 'soltanto' la mia, magari un giorno anche quella di qualcun altro, chissà, che importa.
Tu dammi una mano, cerca di non tradirmi, o di farlo il più tardi possibile - al resto penserò io, è ora che ci pensi io.
Doverosa postilla: Non sono impazzita, oggi la mia dottoressa mi ha chiesto di scrivere una lettera al mio corpo, dopo una lunga ora in cui abbiamo parlato di tante tantissime cose; le è venuta quest'idea, e mi è sembrata una cosa carina. Poi, avendo io un disturbo istrionico della personalità autodiagnosticatomi ho deciso di pubblicare ciò che ho scritto, nella speranza di non sembrare affetta da bipolarismo isterico, ciò che avete appena letto altri non è che una Lettera al mio Corpo, saluti e baci.
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