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5 maggio 2015

Tre date

O, "Cose che mi è capitato di scrivere" o, "Fino a qui tutto bene" o, "Perdoname madre por mi vida loca" o "Disperata erotica stomp", o "Il lungo inverno della negazione".


Non ho riti né tradizioni. San Valentino quest’anno non è esattamente la mia Festa, né lo è mai stata. San Valentino è trascorso ed è trascorso in pace, come non fosse mai esistito;  San Valentino è stato un sabato qualsiasi fatto di scadenze e pranzi e impegni. Vissuto tutto quanto, come sempre, in negazione. Se dovessi parlare all'amore gli direi non lo so fare, amore, l’amore. Mi interrogo sulle conseguenze del negare l’amore, negarlo a me. Viverlo come qualcosa di distante, perso, forse mai avuto né concepito. Mi interrogo sulle conseguenze del vivere tutto quanto in negazione. L’inverno mi ha incrostato le ossa fino al midollo e questa è, in effetti, l’unica cosa che non posso negare. Ho già spiegato di come la realtà a volte non sia che una patina grigia, ho già discusso della lunghezza dei minuti e del suicidarsi del sole, ogni giorno, al di là delle finestre. Si sta bene quassù. A volte quassù, al quarto piano, tra le cose più impalpabili e vere, tra la polvere e le pagine, capita che ci si senta soli. Succede al pomeriggio – succede di domenica. La vita è quasi tutta nella domenica. Si sta bene quassù. Anche se si è soli.


Honey, I’m on fire. Sta passando Lana Del Rey. Con quella bocca da puttana e la voce impolverata, stranissima. Nemmeno mi piace, Lana Del Rey. Eppure è uno di quei brandelli di verità; parole, poche e apparentemente semplici, che ti marchiano da qualche parte. Marchiano, appunto, come il fuoco – e restano. Sei arrabbiata? Sei nervosa? Sei arrapata? Sei depressa? No, o forse sì, sì tutte le cose insieme. Honey, I’m on fire. E ci sono da sempre. Arrostisco. Oggi penso al fuoco. Sono belli gli elementi, tutti dovrebbero scriverne, in continuazione. L’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. Nessuno sui blog scrive mai delle giornate che sono fatte di fuoco perché non è possibile fotografare il vento, non è possibile raccontare l’acqua – nemmeno quella delle fontane. Scriviamo di tessuti, di INCI, del Jobs Act, dell’ultimo libro (!!!) di Gramellini, di tech, di lifestyle, del coriandolo e del fatto che sia fondamentale utilizzarlo in tutto assolutamente tutto per prevenire il cancro. Oggi penso al fuoco e se potessi scriverlo su tutti i muri, scriverei qualcosa che riguardi il sole; a volte il fatto che ci sia il sole può bastare e non è perché sono una santa, ma perché sono una stupida. In un mondo in cui la logica ti induce a desiderare di più io mi rendo conto di volere sempre meno, della “rinuncia come atto più nobile dell’uomo”. Ciò che una volta era lavoro di lima adesso è bombardamenti, e terra, e fuoco. Distrugge tutto e lo fa sull'arrampicarsi degli istanti, poi si spegne. E io mi interrogo. Sulle conseguenze del vivere tutto quanto in negazione.


La Festa della Donna è passata e abbiamo avuto le nostre mimose (io non le ho avute, ma ho riletto di Margherita e del Maestro e della celebre giornata che odorava di mimose, quindi so il fatto mio) e il muggire intollerabile della pubblica opinione. Ci ammazzano troppo, ci ammazzano troppo poco, donna & mamma, donna in carriera, se ti piace farti sculacciare farti passare il ghiaccio sulle reni o perché no le orge, cosa sei esattamente, sei una troia, sei una donna emancipata? e il fatto che tu vada in Chiesa fa comunque di te un’ipocrita e volendo, una sfigata, oppure sei una donna virtuosa, così virtuosa che come dice Samantha Jones dovrebbero toglierti “il bastone dal culo e infilartelo nella passera”, mi chiedo ti interesserebbe leggere le 10 regole IMPRESCINDIBILI per essere una brava madre? qui c’è il tuo Cosmopolitan, gustatelo, “5 segreti per farlo impazzire a letto”, sarebbe il caso di dedicare altre due righe alla piccola Yara, chissà cosa ne pensa Gramellini, intanto su Mashable e su Instagram si scatenano guerre femministe insanguinate come le proprie cosce nel proprio letto, proprio l’otto marzo, proprio adesso, proprio a me. Sì, la Festa della Donna è passata. Le mimose, beate loro, sono morte. Io mi interrogo, rassegnata, sulla Festa della Donna e sulle conseguenze del vivere tutto quanto in negazione. Le conseguenze. Che effetto farebbe, che so, scaraventare un corpo (di donna, uno qualsiasi) al di là del quarto piano. Però poi non faccio niente. Mi interrogo e basta, e se proprio ho voglia di emozioni forti mi preparo un caffè e mi infilo una mano nei pantaloni - del pigiama, ça va sans dire.

20 gennaio 2015

Un anno lungo un secolo


Life is bigger. La canzone dei REM suona forte. Io sono in Messico e sulla mia nuca stanno tatuando un cubo. Avvegna ch'io mi senta ben tetragono ai colpi di ventura. Anche Dante suona forte, ma lo fa nella testa. Non la pensavano poi così diversamente: sii tetragono, solido e fermo, al cospetto del Fato che ti attende. Il Fato, cioè l'esistenza, la vita. Che è grande e imprevedibile. Life is bigger. Se ho imparato qualcosa nel 2014 quel qualcosa è tutto qui. E me lo sono tatuato addosso, in agosto, sotto al cielo immenso, letteralmente inenarrabile del Messico. Il 2014 è stato un anno molto lungo. E all'insegna delle contraddizioni.

Ci sono stati momenti in cui era come essere Carrie Bradshaw sebbene io non sia così fru-fru né così in forma né così ben dotata di naso. Di Carrie non ho il denaro, non ho il carisma, non ho il mestiere, non ho l'età, non ho lo stile. Di Carrie ho le amiche, ho le gambette corte e molto magre che si aggrovigliano mentre scrivo al computer, fumo sigarette e i capelli mi sparacchiano da tutte le parti. Ci sono stati momenti in cui altro che Carrie Bradshaw. L'esistenza sembrava solo il peggior romanzo mai scritto, fatto tutto di malintesi, di meschinità e squallore. Ho avuto l’impressione che gli istanti più reali fossero quelli impercettibili; mi sono procurata una cicatrice sul dorso della mano con la serpentina del forno che resterà lì, a prova imperitura della mia imbecillità. Quella cicatrice, a volte, sembra la cosa più onesta e vera che mi sia capitata da qualche mese a questa parte. La più commovente. La più tangibile. Perché il 2014 è stato un anno molto lungo e tutto avvolto nella nebbia.

Ne ho combinate delle belle. Ne ho combinate "delle mie". Ho messo fine a un Amore, per cominciare. Non è una tragedia e lo so. Ma chi se ne frega, del resto non ho nessuna pretesa di fare letteratura. Né il web. Io faccio quel che posso e non è molto, credo di averlo ampiamente dimostrato. Era, il nostro, un Amore qualsiasi, giovane e affatto eroico. Si componeva di giorni brevi, di momenti normali. È stato un Amore puro, umile ma vero, che mi ha resa nella sua semplicità incredibilmente felice, ed è finito. L’ho fatto saltare in aria con le bombe, sissignori, sono stata io. Ci siamo lasciati nel giardino della casa in cui non vivo più, accanto alle rose dove ho pianto tanto, per l’ultima volta. Era la primavera agli inizi, il sole filtrava tra le sue ciglia e andava ad adagiarsi in quegli occhi buoni, infiniti, eterni e verdi come smeraldi. Siamo stati cortesi fino all'ultimo, dediti al rispettarci l'un l'altra. Sapevo che era la cosa giusta e sono ancora convinta che sia così, ma questo non ha impedito alla luce di brillare, alle piante di fiorire, a me di sentirmi scorticata ed esposta. Quel mattino il giardiniere mi aveva dato una rosa, recisa per sbaglio da suo figlio. Con quella rosa mi sono punta i polpastrelli e mentre osservavo il mio stesso sangue quell'uomo stanco, vecchio, sentenziò così: "Non c'è rosa senza spine, non c'è amore senza fine". Perché Life is bigger. E funny. E cruel. Suona viscido e mediocre ma non so come altro dirlo: ho sentito il cuore (o quel che è) farsi pietra, creparsi tutto. Qualcosa si faceva deserto ed ero io.

Mi sono scoperta più dura, più inaccessibile. Più forte, ed arida. Era il deserto ed ero io. Ho badato molto a me stessa e ho imparato il valore della solitudine, della noia, dell'assenza. Ho trovato sufficienti ore vuote per contare i miei libri uno a uno e riordinare le carte da gioco secondo colore, seme e numero. Ho allungato il giro dei tram perché mi andava lo spettacolo delle facce e delle vie. Ho letto tanti libri, la maggior parte dei quali buoni. Anno all'insegna delle contraddizioni, e infatti il 2014 è stato anche l'anno in cui mi sono gettata in pasto alla vita. Ho fatto cose che non avevo mai fatto prima, cose pazze, cose hardcore: ho tenuto la giacca aperta nel freddo, ho detto "sì" più volte di quante abbia detto "no", ho messo in mostra le gambe, ho ucciso insetti, ho fatto tardi, ho sghignazzato, ho commesso peccati di piccola / media entità ("bere, fumare, far casini"), ho compreso che non sempre è giusto, né furbo, farsi degli scrupoli. Sono stata più indulgente, più estroversa, più determinata e più attiva. Mi sono divertita. Ed è stato divertente. 

Ma il 2014 non è stato solo sofferenza, contemplazione e "per me un Martini Bianco, grazie". Il 2014 è stato anche sacrificio e, di conseguenza, risultato. Quando il sole dell'inverno, gelido ma bello, letteralmente si schianta contro le finestre della mia sala da pranzo io mi sento decisamente meglio. Questo bilocale ("impazzito di luce") è la cosa più gentile che potessi farmi e di tutti i risultati è il più felice. Le altre cose sono rimaste pressoché invariate e giuste, così come sono. I miei ritmi, le mie persone, il mio lavoro. Il 2014 è appena terminato e tutto è andato bene. Comunque, è andato.

Nel 2015 vorrei quanto già ho e anche qualcosa in meno. Meno facili opinioni, meno smanie di vendetta, meno deliri di onnipotenza; meno giustificazioni e, al tempo stesso, meno severità nel giudicare e giudicarsi. Vorrei meno stimoli e più approfondimenti, vorrei viaggiare ma per tornare nei posti dove sono già stata per avere il tempo di amarli fino in fondo, un'altra volta. Vorrei evitare le eccitanti novità e propendere per i consueti eccitamenti. Vorrei più contenuti, nelle cose negli altri e in me, vorrei riposare, mangiare carboidrati e zuccheri, dedicarmi ai miei vizi, stare in buona compagnia, leggere qualcosa di bello. Vorrei sentirmi sempre a casa anche quando non sono a casa, bere il caffè con le mie amiche, abbracciare mio padre, sentire la coscienza al proprio posto dopo una giornata di lavoro. Vorrei incontri, tanti, di quelli che ti cambiano e ti formano e anche quando non durano restano, incisi da qualche parte nella carne - il 2014 è quasi tutto nelle cicatrici, negli elastici per capelli, nelle scritte sui muri, nei gatti per le strade, nelle passeggiate al cimitero, negli accendini e negli incontri. E alla luce di questo non chiedo altro che l'anno nuovo ne sia all'altezza. Perché per il 2015, io ho deciso, mantengo un profilo basso e mi accontento di poco. Perché quel poco riempie tutti i vuoti, e li fa miei.

E qualsiasi sia il 2015 che vogliate voi io ve lo auguro, con tutto quanto il cuore.
Vanna

13 dicembre 2014

Settembre 2014 o "Ai bordi del letto"


Settembre 2014

A tu per tu con lo specchio, con immutato rancore. È così che passerà il suo tempo. Lo passerà a guardarsi; guardarsi male. Le pupille languide, ingrossate e del tutto spente, lei si guarda (male) e vede, è una carcassa incastrata nel sottobosco; contempla il riflesso con attenzione morbosa, ostinatamente nauseata. Non indossa altro che un paio di boxer sgualciti. Siede immobile e pensa secchio di vermi, carcassa nel sottobosco, calcinacci e polvere. Siede a gambe incrociate e lo specchio la ritrae nell'interezza, nella mediocre nudità di un corpo di donna, uno qualsiasi. Non c’è niente di mistico, niente di erotico in questa domenica fiacca in cui semplicemente sta, ai bordi del letto, seminuda e struccata, spettinata e triste. Si è recentemente imposta di non fumare in camera da letto; non ha voglia di alzarsi e quindi si guarda, male. Si biasima per l’imposizione di questa regola. Si biasima altrettanto per aver osato pensare di violarla. Perché è grande, grandissima nemica di se stessa e letteralmente scalpita per gettarsi in pasto alla propria perfidia. Se riusciste a vederla come la vedo io, direste che è stanca. Lo è. 

Concede una tregua agli occhi, serra le palpebre ed offre alla retina qualcosa che non sia il riflesso, carne umana e boxer sgualciti; dimentica secchio di vermi, carcassa nel sottobosco, calcinacci e polvere. Si protegge come può, con l’ignoranza e col buio. Nel buio. Non vede più niente, non pensa più niente. Forse solo alle voci. Tante e gentili. Non dà ascolto alle voci perché sono buone. Più buone di lei. Il suo riflesso la guarda così male perché sta pensando carcassa, calcinacci, cavallo stramazzato. È un delirio insopportabile, una tempesta impazzita di correlativi-oggettivi. Chiude gli occhi. Per non guardarsi mentre si guarda male. Per non pensare. Non pensare che più della testa più delle reni più delle ossa fa male il vivere. Foglia riarsa, statua nel meriggio. Il lamento straziato di una vecchia, al di là delle pareti, nel vicolo stretto e buio che conduce alla stazione. Tutto si rivela sempre all'altezza dello squallore generale ed è ok, è davvero ok, sono anni che fondamentalmente non le importa. Solo che non sempre sa resistere, capita che si lasci andare al dolore. Ogni tanto. Quel che basta per sapersi ancora pancia, sangue, cuore. Viva.

Bella. Sei molto bella. Come sei bella. Bella. Dentro e fuori. Le voci nel buio. Sono voci reali, di persone cosiddette vere. Sono voci di uomo, la prima è quella del Padre. Bella. L’aggettivo si è presentato con frequenza sempre maggiore con il protrarsi degli anni, del tempo passato su questo mondo. Ne accoglie il suono con immutata perplessità, maligno scetticismo. Così è sempre stato, così sarà sempre. Detestarsi è una cosa seria. È un lavoro metodico, faticoso, da svolgere ogni giorno con rinnovata energia. Volersi male è la cosa che le riesce meglio. Non c’è clemenza nei propri confronti che possa accettare. “Clemente con me stessa non lo sono stata mai”, sentenzia, tra il divertimento e la compassione. Tracotante e magnanima sì, a volte, ma clemente proprio mai. Oggi è giornata di boxer sgualciti, di digiuno, di accidia travestita da esistenzialismo ignorante. Oggi non ha niente da fare, non in questo tardo pomeriggio di domenica. Volersi male esige altissima concentrazione, è un’attività impegnativa, a cui dedicarsi quotidianamente in perfetto silenzio, meditando, meglio se in piena luce.

“Ho la faccia di chi ha dormito per vent'anni sotto a un sasso”. Sei così bella. “C’è in me qualcosa di viscido che si contorce su se stesso. Voi non lo vedete ma io sì. Andate a farvi fottere.” Patetica deficiente ai bordi del letto, che si guarda da fuori, si guarda male. Il corpo è pallido, sterile come una pietra. Tutto si rivela sempre all'altezza del proprio squallore, se fosse un albero direste che è una betulla a ridosso della tangenziale. Ha un ematoma sulle gambe, un altro sui glutei. Intravede la peluria bionda delle cosce, le pellicine rosicchiate sulla punta delle dita, le imperfezioni della pelle. Se potesse, e può, pagherebbe qualcuno; un uomo grande e grosso che le spacchi la faccia, quell'intollerabile vuoto. “Rompi le ossa, strappa le braccia, riduci a brandelli il corpo, questo sacco straripante di niente”.

C’è una ragazza nello specchio, che la odia - mentre la ragazza con gli occhi chiusi è da qualche parte, dentro se stessa. Ci sono posti dentro se stessi che sono come negozi abbandonati, immensi magazzini chiusi. Calcinacci e polvere. Luoghi da tempo dimenticati. Non forzerà le serrature e nemmeno voi dovreste. Perché è pericoloso? No. Entrate pure, ma non c’è niente da vedere. Questo è soltanto il posto dove esibiva le cose più belle, la parte più vera. “Non è rimasto molto, qui, di quello che una volta era. È vuoto. È noioso. Non ne vale la pena. Andiamocene. Al parco, ai caffè letterari, agli eventi esclusivi, ai concerti, alle manifestazioni, andiamo a divertirci.”

Ed è pensando agli eventi, al parco, ai caffè letterari, ai concerti e alle manifestazioni che si stende, piano, sul materasso caldo dove si addormenta, immediatamente, accompagnata da un vecchio orso di peluche e un esercito silenzioso di fantasmi. Ed è nel sonno che ritrova tutto, ritrova le cose che servono a tollerare. Tollerare lo specchio. Tollerare la farsa. Tollerare la vita, il male che fa. Ritrova il padre, sei bella, le albe, l’orgoglio, le sue stesse mani che non graffiano né spolpano ma accarezzano, timide, le tempie di un uomo che dorme. Nelle lenzuola ritrova, dopo tanta guerra dopo tanto odio, la quiete  – che è persino meglio della speranza. Perché il sonno è vita. E la domenica è terminata.