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27 luglio 2016

Per la commovente tenacia dei ghiacciai

Per la commovente tenacia dei ghiacci
Primavera piovosa e solo appena un po' triste, quanto mi hai dato da pensare. Le cose cambiate, dimenticate, riviste, la maggior parte le ho pensate nei risvegli inquieti e indesiderati o in macchina accanto a lui che guida veloce, che guarda la strada e poi me, distrattamente, mentre mi accarezza un ginocchio, lo fa con occhi strani che non hanno direzione, come non vedessero niente e si muovono insieme alla luce.

La prima volta che un ragazzo mi ha detto Ti amo indossavo la maglietta con la E di Emergency e quei pantaloni larghi e rotti che usavano nel 2005; la prima volta, quella volta eravamo seduti in stazione ed era l'estate quando finiva, era settembre al suo afoso inizio e lui aveva detto così.
Avevo sedici anni e sapevo le figure retoriche. Ossimoro, pensai, ghiaccio bollente.
Ghiaccio, era freddo e cadeva con un tonfo dal cuore allo stomaco e cadendo evaporava nel sangue, bollente. E ghiaccio bollente fu, quella volta, la prima. E tutte le altre volte per sempre.

Occhi strani, asimmetrici, dolci eppure indagatori e spaventosi che sembrano dirigersi alla parete, o al parabrezza, o al cielo e poi ritornano alle mie clavicole e alle pupille, alle labbra, ai capelli. Lui guarda, poi parla, poi guarda di nuovo e fuma e quando dorme io lo tengo, penso alle cose e alle stagioni, a tutto ciò che portano e che portano via: quella di ora, quella di prima.

Quella di prima, quella che non era troppo cerebrale per capire che si può star bene senza calpestare il cuore. Che ci faccio qui? Me lo sono chiesta durante le notti prima fredde poi piovose infine caldissime, le risposte le ho cercate nei ricordi più piccoli, una domenica ancora buia che seguiva un sabato etilico e violento, c'è un muro in questa città dimenticata da Dio che recita PER LA COMMOVENTE TENACIA DEI GHIACCIAI. Ed è stato per i ghiacciai, ma anche per l'albero che c'è nel cortile dell'ufficio in cui lavoro. Un albero enorme, verdissimo e vecchio, fa ombra alle panchine dove mi siedo a fumare e fa ombra alla strada che porta al liceo in cui andava mio padre. Quell'albero era lì quando Mario, piccolo, aveva lo zaino sulle spalle e andava al Manzoni ed è lì adesso a ripararmi dal sole - lo sa, quell'albero, di essere lì a scandire i giorni, in una tra le zone più belle ed autentiche di Milano, lo sa e resta, non cade e non muore, per la commovente bellezza degli alberi, per la commovente tenacia dei ghiacciai, per la commovente ingordigia con cui ho desiderato tutto ciò che lo riguardava, che lo riguarda ancora, che lo riguarderà poi. Quella di ora, Troppo cerebrale, ma fortunatamente non immune. Alla tenacia dei ghiacciai, alla bellezza degli alberi, agli occhi strani che non guardano da nessuna parte forse perché non hanno bisogno di guardare per vedere - non sono immune all'amarlo ed essere amata a mia volta.

Primavera piovosa, muri che parlano, alberi che restano, ragazzi che guidano, guardano, fumano, dormono, parlano, toccano, baciano, gridano, insultano, colpiscono, ridono, piangono, ballano aspettano, comprendono, sanno, vedono e sono e scoprirsi nuovamente capaci di ricordare le cose che hai sempre saputo: che a nullo amato amar perdona e che al cor gentil ratto s'apprende. Lo sapevo, come sapevo le figure retoriche, come sapevo che il ghiaccio può farsi bollente. Non lo so che cosa c'è al di là degli occhi lucenti e solo apparentemente smarriti, quali ricordi, quali storie, io non sono lui ma sono io e io mi sono appena ricordata. Che se succede, dopo che succede, allora è facile e sgorga fuori, se ne sbatte delle verità che nella tua presunzione credevi di aver visto, se ne sbatte di quel che è stato e sei di nuovo malata. Malatissima. D'amore.

Tutto si è rivelato incredibilmente semplice come abbeverarsi o mangiare, qualcosa di ovvio, di ineluttabile e non particolarmente importante: il fatto di averlo incontrato da qualche parte nella mia vita e poi averlo incontrato di nuovo e lasciare che dormisse nel mio letto, che lo riempisse di odore, di capelli, di sudore, di pieghe e mentre si stende ed è esile ma anche forte io mi stendo al suo fianco e penso che lo siamo entrambi. Esili. Ma forti. Il sangue ce l'abbiamo caldo e i nervi ce li abbiamo tesi e i capelli ce li abbiamo folti e le mani ce le abbiamo piccole e le idee ce le abbiamo chiare e la volontà ce l'abbiamo ferrea e il carattere ce lo abbiamo brutto e il cuore, comunque, ce lo abbiamo grande che riempie gli spazi, si prende quello dell'altro e lo rimescola, lo squarcia, lo rimette al proprio posto, spalle al muro. E siamo uguali, speculari, uniti, sporchi, palpitanti e veri. Tenaci come il ghiaccio. Commoventi come il fuoco.

3 luglio 2015

Quando sarò capace di amare

Avevo ipotizzato dieci, cento, mille premesse. Sarebbe bello se, quando sarò capace di amare, non dovessi più scrivere cose come questa. "Cose come questa" sono un po' una finzione, un po' un mea culpa, un po' un tentativo di celebrare (senza successo) una canzone la cui bellezza mi provoca vertigini; non hanno un destinatario né uno scopo, non riferiscono né celano alcun messaggio. Buona lettura. 


Amore. Se avessi potuto scegliere avrei scelto di essere un maschio per esprimere liberamente la mia natura di persona inaffidabile, insensibile, egoista, bugiarda, vendicativa, irascibile e infedele. Sarei stato un uomo, un uomo come tanti (che non vuol dire tutti, vuol dire tanti), bestiale e volitivo, selvatico e intrattabile. E così, a cazzo ritto, avrei bevuto birra e pisciato per strada e risposto a qualsiasi battuta con "succhiamelo" e fatto a botte con gli altri alfa, alfa come me. Te l'avevo già detto, lo so; tra i tanti pregi, sono anche ripetitiva. Te l'avevo detto e tu mi hai amata comunque, perché tu sei Lui, anzi, Colui. Colui che mi ama "per quella che sono". Di questo devo parlarti, amore. Dell'amore. Forse, se avessi potuto scegliere, avrei scelto di essere una Benedetta diversa, una Vanna in camicia, una di quelle a cui importa qualcosa del packaging e dell’opinione delle beauty guru. Avrei cotto per te biscottini a forma di panda, mi sarei interessata alla situazione pilifera del mio inguine oppure avrei fatto la maestra; la maestra in Romagna. Avrei voluto avere i fianchi larghi e partorire i tuoi figli, occuparmi di loro. Forse avrei persino imparato a coltivare l’amore se avessi ottenuto un po’ di quella dolcezza, di quella morbidezza, di quell'attenzione (per se stessi e per gli altri) che le porta, Loro, quelle che non sono io, a coltivare le cose, realizzarle nel tempo. Quelle ragazze, sono strane. Né migliori né peggiori, solo diverse. Aliene. Sembra che non gli scappi mai di parlare di deeptroath dopo il quinto terzo Martini – non lo fanno e basta, con la stessa spontaneità con cui io non faccio sport. Hai notato, vanno a vedere l’INCI delle cose mentre io mi spalmo il cancro sulla faccia ogni mattina, ecco loro potrebbero attribuire il calo della libido a una qualche infiammazione vaginale dovuta al bagnoschiuma da 2,99€ invece io no. Io non sarei credibile. Le carogne come me non si ammalano mai, i batteri della candida ci odiano.

Perché ti sei accorto, sì, che non ti voglio più? O eri troppo occupato ad essere Colui che mi ama per quella che sono? Ma quale infiammazione. Ma quale INCI. Io non ti voglio più perché mi hai stancata, mi sei venuto a noia. C’è stato un momento, quel momento, quello che arriva sempre, in cui avrei preferito essere da un’altra parte e ci sono andata, ci sto andando ora. Amore, forse non ci sono mai stata. La cura, l'attenzione, la pazienza, la lungimiranza e l'eternità - son cose che non fanno per me. Sono troppo istintiva, troppo immatura, troppo megalomane per saperlo fare, amore, l'amore. Perché l'amore, amore, implica una qualche propensione al concetto più puro dell’impegnarsi e dell’attenersi ai propri doveri. Guardami. Ho 26 anni e non so usare la matita per le sopracciglia. Sono piena di vizi, di nevrosi, di incubi, di pregiudizi. Mi parli di progetti, di felicità, di futuro - io penso ai cimiteri, alle cartine che son quasi finite, all'interfaccia di YouPorn, a Barney Panofsky e alla testa di Jovanotti su un piatto d'argento. E anche se mi reputo capace di slanci, di entusiasmi, di umorismo, di gioia, di lealtà, di affetto, di ragionamento e di comprensione facciamo che l'amore, amore, non mi viene. L'amore si fa in due e tu sei un uomo solo, me ne sono andata, non ci sono mai stata. E la colpa è anche tua. C’è una cosa che ho capito col tempo e te la devo proprio dire: io sono fatta tutta di spigoli e tu questo concetto non l'hai afferrato mai. Gli spigoli esistono e stanno come i morti. Bisognerebbe imparare a evitarli e tu non fai che sbatterci contro. A mia discolpa, ti dico che se avessi potuto scegliere avrei scelto di non farti mai del male, perdonami, perdona me e tutti quanti i miei spigoli. Se avessi potuto scegliere avrei scelto di essere un maschio, un alfa, e avrei spaccato la tua nauseante faccia gentile. Non la sopporto, la tua faccia gentile. Tu non ce li hai, vero, gli spigoli? Certo che no. Tu sei perfetto come una sfera. E dimmi, ce l'hai qualche cazzo di istinto, qualche meschinità, sei capace di gesti violenti, brutti e malvagi o sai solo startene lì, sbalordito e col cuore spezzato, ma sempre aggrappato alla tua pulitissima morale di persona capace d'amore? Capace di fedeltà? Capace di pazienza, di sangue freddo, di devozione e di volontà?

Io te l'avevo detto, che non ero capace. Io te l'avevo detto che avrei mentito, sbagliato, colpito, affondato, bruciato, rovinato, distrutto, sporcato - sporcato tutto, tutto quanto, di polvere e di calcinacci e di merda. Se avessi potuto scegliere avrei scelto di essere un uomo, una donna, capace d'amore - e ti avrei tenuto con me per sempre, avrei compreso la sottile differenza che sta tra il pensare l'amore e farlo e mi sarei tenuta per me i miei gesti, i miei paroloni, i miei giuramenti e ti avrei amato e basta, ogni giorno della nostra vita, e non sarebbe mai arrivato il momento, quel momento, in cui avrei voluto essere da un'altra parte e ci sono andata. Amore, perdonami. Perdonami se non ci sono mai stata.

Giorgio Gaber, Quando sarò capace di amare

20 gennaio 2015

Un anno lungo un secolo


Life is bigger. La canzone dei REM suona forte. Io sono in Messico e sulla mia nuca stanno tatuando un cubo. Avvegna ch'io mi senta ben tetragono ai colpi di ventura. Anche Dante suona forte, ma lo fa nella testa. Non la pensavano poi così diversamente: sii tetragono, solido e fermo, al cospetto del Fato che ti attende. Il Fato, cioè l'esistenza, la vita. Che è grande e imprevedibile. Life is bigger. Se ho imparato qualcosa nel 2014 quel qualcosa è tutto qui. E me lo sono tatuato addosso, in agosto, sotto al cielo immenso, letteralmente inenarrabile del Messico. Il 2014 è stato un anno molto lungo. E all'insegna delle contraddizioni.

Ci sono stati momenti in cui era come essere Carrie Bradshaw sebbene io non sia così fru-fru né così in forma né così ben dotata di naso. Di Carrie non ho il denaro, non ho il carisma, non ho il mestiere, non ho l'età, non ho lo stile. Di Carrie ho le amiche, ho le gambette corte e molto magre che si aggrovigliano mentre scrivo al computer, fumo sigarette e i capelli mi sparacchiano da tutte le parti. Ci sono stati momenti in cui altro che Carrie Bradshaw. L'esistenza sembrava solo il peggior romanzo mai scritto, fatto tutto di malintesi, di meschinità e squallore. Ho avuto l’impressione che gli istanti più reali fossero quelli impercettibili; mi sono procurata una cicatrice sul dorso della mano con la serpentina del forno che resterà lì, a prova imperitura della mia imbecillità. Quella cicatrice, a volte, sembra la cosa più onesta e vera che mi sia capitata da qualche mese a questa parte. La più commovente. La più tangibile. Perché il 2014 è stato un anno molto lungo e tutto avvolto nella nebbia.

Ne ho combinate delle belle. Ne ho combinate "delle mie". Ho messo fine a un Amore, per cominciare. Non è una tragedia e lo so. Ma chi se ne frega, del resto non ho nessuna pretesa di fare letteratura. Né il web. Io faccio quel che posso e non è molto, credo di averlo ampiamente dimostrato. Era, il nostro, un Amore qualsiasi, giovane e affatto eroico. Si componeva di giorni brevi, di momenti normali. È stato un Amore puro, umile ma vero, che mi ha resa nella sua semplicità incredibilmente felice, ed è finito. L’ho fatto saltare in aria con le bombe, sissignori, sono stata io. Ci siamo lasciati nel giardino della casa in cui non vivo più, accanto alle rose dove ho pianto tanto, per l’ultima volta. Era la primavera agli inizi, il sole filtrava tra le sue ciglia e andava ad adagiarsi in quegli occhi buoni, infiniti, eterni e verdi come smeraldi. Siamo stati cortesi fino all'ultimo, dediti al rispettarci l'un l'altra. Sapevo che era la cosa giusta e sono ancora convinta che sia così, ma questo non ha impedito alla luce di brillare, alle piante di fiorire, a me di sentirmi scorticata ed esposta. Quel mattino il giardiniere mi aveva dato una rosa, recisa per sbaglio da suo figlio. Con quella rosa mi sono punta i polpastrelli e mentre osservavo il mio stesso sangue quell'uomo stanco, vecchio, sentenziò così: "Non c'è rosa senza spine, non c'è amore senza fine". Perché Life is bigger. E funny. E cruel. Suona viscido e mediocre ma non so come altro dirlo: ho sentito il cuore (o quel che è) farsi pietra, creparsi tutto. Qualcosa si faceva deserto ed ero io.

Mi sono scoperta più dura, più inaccessibile. Più forte, ed arida. Era il deserto ed ero io. Ho badato molto a me stessa e ho imparato il valore della solitudine, della noia, dell'assenza. Ho trovato sufficienti ore vuote per contare i miei libri uno a uno e riordinare le carte da gioco secondo colore, seme e numero. Ho allungato il giro dei tram perché mi andava lo spettacolo delle facce e delle vie. Ho letto tanti libri, la maggior parte dei quali buoni. Anno all'insegna delle contraddizioni, e infatti il 2014 è stato anche l'anno in cui mi sono gettata in pasto alla vita. Ho fatto cose che non avevo mai fatto prima, cose pazze, cose hardcore: ho tenuto la giacca aperta nel freddo, ho detto "sì" più volte di quante abbia detto "no", ho messo in mostra le gambe, ho ucciso insetti, ho fatto tardi, ho sghignazzato, ho commesso peccati di piccola / media entità ("bere, fumare, far casini"), ho compreso che non sempre è giusto, né furbo, farsi degli scrupoli. Sono stata più indulgente, più estroversa, più determinata e più attiva. Mi sono divertita. Ed è stato divertente. 

Ma il 2014 non è stato solo sofferenza, contemplazione e "per me un Martini Bianco, grazie". Il 2014 è stato anche sacrificio e, di conseguenza, risultato. Quando il sole dell'inverno, gelido ma bello, letteralmente si schianta contro le finestre della mia sala da pranzo io mi sento decisamente meglio. Questo bilocale ("impazzito di luce") è la cosa più gentile che potessi farmi e di tutti i risultati è il più felice. Le altre cose sono rimaste pressoché invariate e giuste, così come sono. I miei ritmi, le mie persone, il mio lavoro. Il 2014 è appena terminato e tutto è andato bene. Comunque, è andato.

Nel 2015 vorrei quanto già ho e anche qualcosa in meno. Meno facili opinioni, meno smanie di vendetta, meno deliri di onnipotenza; meno giustificazioni e, al tempo stesso, meno severità nel giudicare e giudicarsi. Vorrei meno stimoli e più approfondimenti, vorrei viaggiare ma per tornare nei posti dove sono già stata per avere il tempo di amarli fino in fondo, un'altra volta. Vorrei evitare le eccitanti novità e propendere per i consueti eccitamenti. Vorrei più contenuti, nelle cose negli altri e in me, vorrei riposare, mangiare carboidrati e zuccheri, dedicarmi ai miei vizi, stare in buona compagnia, leggere qualcosa di bello. Vorrei sentirmi sempre a casa anche quando non sono a casa, bere il caffè con le mie amiche, abbracciare mio padre, sentire la coscienza al proprio posto dopo una giornata di lavoro. Vorrei incontri, tanti, di quelli che ti cambiano e ti formano e anche quando non durano restano, incisi da qualche parte nella carne - il 2014 è quasi tutto nelle cicatrici, negli elastici per capelli, nelle scritte sui muri, nei gatti per le strade, nelle passeggiate al cimitero, negli accendini e negli incontri. E alla luce di questo non chiedo altro che l'anno nuovo ne sia all'altezza. Perché per il 2015, io ho deciso, mantengo un profilo basso e mi accontento di poco. Perché quel poco riempie tutti i vuoti, e li fa miei.

E qualsiasi sia il 2015 che vogliate voi io ve lo auguro, con tutto quanto il cuore.
Vanna

28 giugno 2014

"La verità"


Questo letto è molto grande io sono molto piccola. Questo letto è freddo come una bara io sono fredda come un morto. Questo letto è vuoto. Schiumo rabbia mentre (non) piango di rancore, mi contorco tra le lenzuola come un ragno, affondo la testa nel cuscino e urlo perché a piangere, poco ma sicuro, non ci riesco. Poi taccio. Infine penso. Faccio un'esame di coscienza.

Se cerchi la verità sei sul blog sbagliato. La verità chiedila ad altri, a quelli che hanno un’opinione su tutto e, cosa ancor più straordinaria, sono assolutamente certi che la loro opinione sia quella giusta. E la difendono. Anche quando farebbero bene a stare zitti. Io dal canto mio non so niente, so meno di Socrate che sapeva di non sapere. Io forse so. Più probabilmente non so. Non capisco. Non desidero capire, farmi un’opinione, persuadervi che sia quella giusta.

Non c’è niente, niente che io abbia mai saputo. Perché di niente mi è mai importato. Preferisco non interrogarmi troppo sul passato, sul presente, sul futuro. Preferirei non interrogarmi affatto. La verità non può essere spiegata, la verità sulla mia (e la vostra) sudicia stanca vita mi è oscura e non mi resta niente al di fuori del tangibile. I cimiteri mi piacciono perché lasciano segni evidenti delle vite trascorse ed è nella pietra che sta la verità. Quelle persone sono morte e anche noi moriremo, almeno questo è indiscutibilmente vero. Mi piacciono i cimiteri perché sono luoghi di pace dove il silenzio fa da padrone dove non c’è niente di lugubre perché nulla vi è di lugubre nel riposo. Polvere siamo polvere torneremo e se ci fosse un Regno Dei Cieli, ma non c’è, ce ne occuperemo poi e non sarà compito nostro effettuare una qualche selezione all'ingresso. Noi saremo morti. I morti non giudicano e nemmeno ascoltano. I morti giacciono ed è la cosa che sanno fare meglio. 

Ho preferito i cimiteri alla verità dunque non fidatevi di me. Delle mie parole. Di questo blog che non vale niente, non è niente, non desidera essere niente. Sono troppo occupata, io, per regalarvi un'opinione convincervi che sia quella giusta. Ho molto da fare, lavorare e sezionare il mio tempo tra l’osservarmi i piedi completamente in botta, tener bordone, gironzolare (preferibilmente per cimiteri, ma non solo), specchiarmi nei vetri sui mezzi pubblici. Solo nella noia mortale del viaggio in metropolitana rendersi conto di quanto c*zzo si sono fatte grosse le mie tette, quanto sembra enorme il mio sedere e poi i fianchi, la pancia, persino il viso. Florida come una giovane donna gravida invece no. Indiscutibilmente e del tutto ovviamente no. Perché l'appuntamento con la colpa del proprio sesso è vero. Il sangue è sempre vero. Come vera è la fame. 

Mio Dio, perché ho così tanta fame? Di cose. Di cibo. Del sapore del gelato, quello in vaschetta mangiato col cucchiaino, che scende per la gola. Freddissimo, dolce, pieno, consolante, esplosivo. E poi di quello della pasta, della carne, della frutta, del vino. Ho fame di cose, di tutte le cose. Come una scheggia impazzita come un animaletto schizofrenico vago, sudo e cerco cibo a volte soltanto un rifugio. Lo trovo nei libri, almeno loro. L’unica valida alternativa alle mille voci del quotidiano che invitano a peccare, a spassarsela. I libri funzionano ma non mi salveranno dal partecipare al Party della Vita e dunque non sazieranno la fame né aiuteranno con quell'altra storia della verità. Montale predicava l’arte della rinuncia e poi tradiva le sue donne e le tradiva tutte. Si piagnucolava addosso e non fate finta signori, no non fate che non sia vero. Anche il poeta preferito può rivelarsi un grandissimo minchione ed è più o meno lì che sta la verità.

In metropolitana. Quando sai di non essere incinta così come sai di essere solo ingrassata. E te ne rendi perfettamente conto. E può darsi anche che non te ne freghi (più) niente e non è esattamente una conquista. Nello stesso istante realizzi che Montale altro non era che un talentuoso imbonitore, forse solo un arrogante bastardo che non sapeva tenerselo nei pantaloni, un pusillanime pieno di niente che ti avrebbe certamente fatta soffrire. E anche che non scriverai mai romanzi perché quelli sono per chi crede di sapere la verità. La verità è grottesca e infatti qualcosa di vero c’è, l’avete appena visto, qui elencato: la morte, il sangue, la fame. Dunque è vero e grottesco il tuo corpo, accaldato e fuori forma, che sta rigido e vigile con gli occhi spalancati riflessi nel vetro del metrò. Sono veri i piedi piccoli affaticati doloranti fasciati nei sandali da zingarella; ed è vero anche quel vago bagliore angosciante, la patina di sudore sulle cose del mondo. Sono vere le albe luminose che emergono dalle finestre nelle case degli altri e sono vere le tue gambe nude che si accartocciano su loro stesse nel dormiveglia. Sono vere le bollicine nella birra, gli spasmi e i brividi, i fulmini al di là delle nubi, vera è la pioggia la nicotina il sapore dell'aria. Sono vere infine le lacrime, quelle che in effetti hai prodotto, copiose e irrefrenabili, durante quella serata con le amiche. Piangevi. Dal ridere. Crepare sì, ma dal ridere.

Più di ogni altra cosa sono vere le lenzuola in cui ti stai contorcendo ed è vero questo letto. Grande, freddo, vuoto, ma mio. Ed è altrettanto vero che non mi sono arresa, che non intendo farlo. Perché non sono morta dunque non mi sono ancora specializzata nel giacere, dunque non mi resta che vivere. E sbellicarmi. Perché la (mia) verità è grottesca e fa ridere.

Ma se la stai cercando sei sul blog sbagliato.

Anche stavolta, statemi bene. 

24 ottobre 2013

Cuore di cane

Ho dovuto farlo. L'ho lasciata andare. Sono passate poco più di 48 ore, e dovranno passarne molte altre prima che io mi senta bene. Prima che io oltrepassi il lutto. "Era solo un cane". Solo un cane. Non l'avete mai letto, voi, Il Piccolo Principe. 
Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e' piu' importante di tutte voi, perche' e' lei che ho innaffiata. Perche' e' lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche' e' lei che ho riparata col paravento. Perche' su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche' e' lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche' e' la mia rosa".
Ed è lei che ho accudito, ogni giorno, per diciotto anni. E' lei che ho tenuto sul divano, tra le braccia mentre guardavo la televisione. E' lei che mi svegliava alle quattro di notte perché aveva fame, aveva sete, aveva voglia di uscire. Ed è lei che mi amata, tanto, come gli animali. E i bambini che, del resto, sono cuccioli. Lei mi ha amata incondizionatamente, per quello che ero. E a me bastava darle da mangiare per sentirmi la persona più importante, più magnanima del mondo.

Mi sono presa cura di lei perché era piccola, perché era buona, perché mi faceva ridere. E' stato per le orecchie a sventola, le gambe storte, e gli occhi dolci che aveva, è stato per il suo modo di muoversi, di comunicare, di dormire. Per tutte le ore passate insieme quando ero bambina e figlia unica, e lei era un Pokémon, un dinosauro, un bebé. Era tutto quello che le chiedevo di essere, e mi ha insegnato a stare con gli altri, a prendermi cura di loro, è lei che mi ha accompagnata nei lunghi pomeriggi d'estate, ha leccato le mie ginocchia sbucciate (e papà non ne è stato entusiasta) e mi correva dietro, quando pedalavo forte nei miei 9 anni sulla prima bicicletta, quella da maschio, blu. Abbiamo avuto tempo, ne abbiamo avuto tanto - ma un certo Eugenio mi ha insegnato che quando qualcuno che ami muore il lungo viaggio è sempre breve. E io e lei insieme forse un milione di scale le abbiamo fatte sul serio. Quelle di casa mia, che portano alla mia stanza, per diciotto, lunghi anni. Insieme.

Su quel tavolo di ferro sembrava molto piccola. Negli ultimi anni aveva perso troppi chili, era vecchia, rimbambita, mezza sorda e mezza cieca. Ma c'era. Eccome se c'era. Correva, mangiava, beveva, era autonoma. Acciaccata, ma arrogantemente viva, vitale. Ha avuto un'ischemia dovuta all'età avanzata, l'ho portata dal veterinario e ho fatto la cosa giusta, la cosa che andrebbe fatta. Ma mica solo con i cani. A mio modestissimo parere dovrebbero poterlo fare tutti. Qui lo dico: se il cervello si spegne, vi prego, lasciatemi morire. Il cervello è tutto quello che ho. 

L'ho accarezzata tutto il tempo. Il veterinario è stato professionale e gentile, mi ha lasciata abituare all'idea. Mi ha lasciato tanti minuti, preziosi e indimenticabili, per tenerla vicino. Ho fatto tutto quello che ho potuto. Ho teso ogni nervo affinché lei capisse. Affinché lei vedesse insieme a me, come in un fottuto film, i momenti di una lunga, felice vita insieme. La sua è finita due giorni fa, intorno alle 19, su un tavolo di ferro in cui sembrava molto piccola. E molto stanca. 

Si chiamava Lilli, era il mio cane e io le volevo bene. Era un cane. Solo un cane. Ma no che non la scambierei con un bambino. Con nessun bambino. Nemmeno con il vostro. Forse un giorno la scambierei con il mio, ma ora come ora no. Posso accettare che fosse vecchia, posso accettare che se ne sia andata serenamente, al momento giusto, in pace, senza soffrire, ma non accetterò di sentirmi dire che era solo un cane. Lei si chiamava Lilli, era il mio cane, e io la amavo da impazzire.


Ti auguro un viaggio sereno, bambina mia. E più di tutto mi auguro che tu sia stata felice. E secondo me lo eri. Eri felice quando ti cantavo che "è l'ora della maialina al burro al burro di arachidi di arachidi" e quando ti compravo i tuoi biscotti preferiti, quando ti tenevo al mio fianco e ti accarezzavo la schiena, ed ero felice anch'io. 

24 giugno 2013

Tre giorni

(giugno) C'era una volta un mio amico, indossava una bella camicia, parlava con due ragazze. Ho pensato di ucciderle. Non le ho uccise, e dopo qualche mese lui mi ha preso la mano, io poi l'ho baciato - i bidelli portavano fuori la spazzatura.
(aprile) Il Bed & Breakfast era un ex convento. I soffitti erano alti, le pareti spoglie. Dividevamo un letto di ferro, il materasso era molle, l'Emilia taceva. Emettevo un suono con la bocca, una specie di schiocco - un rumore che rimbombava, si amplificava, si appiccicava all'intonaco. Abbiamo iniziato a ridere, alternavamo le risate a quel colpo sordo di labbra. E' stato un istante da niente, un frammento di tempo, di piccolo e scialbo, come quella stanza a venticinque euro a notte. Ho capito, profondamente e definitivamente, di amarlo come non ho mai pensato si potesse amare qualcosa, o qualcuno.

(oggi) Trecentoesessantaecinque giorni - per raccontarli ne sono bastati tre.
(e sempre) Grazie.