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13 dicembre 2014

Settembre 2014 o "Ai bordi del letto"


Settembre 2014

A tu per tu con lo specchio, con immutato rancore. È così che passerà il suo tempo. Lo passerà a guardarsi; guardarsi male. Le pupille languide, ingrossate e del tutto spente, lei si guarda (male) e vede, è una carcassa incastrata nel sottobosco; contempla il riflesso con attenzione morbosa, ostinatamente nauseata. Non indossa altro che un paio di boxer sgualciti. Siede immobile e pensa secchio di vermi, carcassa nel sottobosco, calcinacci e polvere. Siede a gambe incrociate e lo specchio la ritrae nell'interezza, nella mediocre nudità di un corpo di donna, uno qualsiasi. Non c’è niente di mistico, niente di erotico in questa domenica fiacca in cui semplicemente sta, ai bordi del letto, seminuda e struccata, spettinata e triste. Si è recentemente imposta di non fumare in camera da letto; non ha voglia di alzarsi e quindi si guarda, male. Si biasima per l’imposizione di questa regola. Si biasima altrettanto per aver osato pensare di violarla. Perché è grande, grandissima nemica di se stessa e letteralmente scalpita per gettarsi in pasto alla propria perfidia. Se riusciste a vederla come la vedo io, direste che è stanca. Lo è. 

Concede una tregua agli occhi, serra le palpebre ed offre alla retina qualcosa che non sia il riflesso, carne umana e boxer sgualciti; dimentica secchio di vermi, carcassa nel sottobosco, calcinacci e polvere. Si protegge come può, con l’ignoranza e col buio. Nel buio. Non vede più niente, non pensa più niente. Forse solo alle voci. Tante e gentili. Non dà ascolto alle voci perché sono buone. Più buone di lei. Il suo riflesso la guarda così male perché sta pensando carcassa, calcinacci, cavallo stramazzato. È un delirio insopportabile, una tempesta impazzita di correlativi-oggettivi. Chiude gli occhi. Per non guardarsi mentre si guarda male. Per non pensare. Non pensare che più della testa più delle reni più delle ossa fa male il vivere. Foglia riarsa, statua nel meriggio. Il lamento straziato di una vecchia, al di là delle pareti, nel vicolo stretto e buio che conduce alla stazione. Tutto si rivela sempre all'altezza dello squallore generale ed è ok, è davvero ok, sono anni che fondamentalmente non le importa. Solo che non sempre sa resistere, capita che si lasci andare al dolore. Ogni tanto. Quel che basta per sapersi ancora pancia, sangue, cuore. Viva.

Bella. Sei molto bella. Come sei bella. Bella. Dentro e fuori. Le voci nel buio. Sono voci reali, di persone cosiddette vere. Sono voci di uomo, la prima è quella del Padre. Bella. L’aggettivo si è presentato con frequenza sempre maggiore con il protrarsi degli anni, del tempo passato su questo mondo. Ne accoglie il suono con immutata perplessità, maligno scetticismo. Così è sempre stato, così sarà sempre. Detestarsi è una cosa seria. È un lavoro metodico, faticoso, da svolgere ogni giorno con rinnovata energia. Volersi male è la cosa che le riesce meglio. Non c’è clemenza nei propri confronti che possa accettare. “Clemente con me stessa non lo sono stata mai”, sentenzia, tra il divertimento e la compassione. Tracotante e magnanima sì, a volte, ma clemente proprio mai. Oggi è giornata di boxer sgualciti, di digiuno, di accidia travestita da esistenzialismo ignorante. Oggi non ha niente da fare, non in questo tardo pomeriggio di domenica. Volersi male esige altissima concentrazione, è un’attività impegnativa, a cui dedicarsi quotidianamente in perfetto silenzio, meditando, meglio se in piena luce.

“Ho la faccia di chi ha dormito per vent'anni sotto a un sasso”. Sei così bella. “C’è in me qualcosa di viscido che si contorce su se stesso. Voi non lo vedete ma io sì. Andate a farvi fottere.” Patetica deficiente ai bordi del letto, che si guarda da fuori, si guarda male. Il corpo è pallido, sterile come una pietra. Tutto si rivela sempre all'altezza del proprio squallore, se fosse un albero direste che è una betulla a ridosso della tangenziale. Ha un ematoma sulle gambe, un altro sui glutei. Intravede la peluria bionda delle cosce, le pellicine rosicchiate sulla punta delle dita, le imperfezioni della pelle. Se potesse, e può, pagherebbe qualcuno; un uomo grande e grosso che le spacchi la faccia, quell'intollerabile vuoto. “Rompi le ossa, strappa le braccia, riduci a brandelli il corpo, questo sacco straripante di niente”.

C’è una ragazza nello specchio, che la odia - mentre la ragazza con gli occhi chiusi è da qualche parte, dentro se stessa. Ci sono posti dentro se stessi che sono come negozi abbandonati, immensi magazzini chiusi. Calcinacci e polvere. Luoghi da tempo dimenticati. Non forzerà le serrature e nemmeno voi dovreste. Perché è pericoloso? No. Entrate pure, ma non c’è niente da vedere. Questo è soltanto il posto dove esibiva le cose più belle, la parte più vera. “Non è rimasto molto, qui, di quello che una volta era. È vuoto. È noioso. Non ne vale la pena. Andiamocene. Al parco, ai caffè letterari, agli eventi esclusivi, ai concerti, alle manifestazioni, andiamo a divertirci.”

Ed è pensando agli eventi, al parco, ai caffè letterari, ai concerti e alle manifestazioni che si stende, piano, sul materasso caldo dove si addormenta, immediatamente, accompagnata da un vecchio orso di peluche e un esercito silenzioso di fantasmi. Ed è nel sonno che ritrova tutto, ritrova le cose che servono a tollerare. Tollerare lo specchio. Tollerare la farsa. Tollerare la vita, il male che fa. Ritrova il padre, sei bella, le albe, l’orgoglio, le sue stesse mani che non graffiano né spolpano ma accarezzano, timide, le tempie di un uomo che dorme. Nelle lenzuola ritrova, dopo tanta guerra dopo tanto odio, la quiete  – che è persino meglio della speranza. Perché il sonno è vita. E la domenica è terminata. 

10 giugno 2012

La doccia della domenica

Si comincia con l'accendere la luce crudele dello specchio in bagno tenendo a portata di mano non una bensì due pinzette per sopracciglia: una di forma squadrata per togliere il grosso, una appuntita per rifinire - le hai lasciate un po' perdere ultimamente, è ora di cambiarne la forma, rendile più sottili, più dure.
La pelle dell'arcata sopraccigliare è come se non fosse più tua, negli anni è diventata insensibile al dolore e si arrossa appena; a lavoro finito, e ci vogliono sempre quindici minuti circa, sciacquati il viso con acqua tiepida e sapone neutro, lentamente, godendo della schiuma tra le dita.
E' il momento della maschera per il viso agli agrumi, spremila sulle mani e poi accarezzati il volto e il collo, piano, con movimenti circolari - cela i lineamenti, abbonda col prodotto, non essere avara, e ora guardati, la faccia è bianca e solo gli occhi sono neri, immensi, medita se farti una foto da postare su facebook per recitare la parte che preferisci, quella della 'tipa alla mano che sa prendersi in giro'.
Lascia stare, la vasca è quasi piena d'acqua bollente e profumata, hai versato un quantitativo generoso di bagnoschiuma al muschio bianco, la schiuma invoca il tuo nome, sei già nuda e immergi il piede destro, poi quello sinistro, e ti siedi, t'inabissi fino alle scapole e chiudi gli occhi, lasciando che la maschera di bellezza faccia effetto - la senti penetrare nei pori, rassicurante e fresca, quando inizierà a bruciare potrai sciacquarla via di prepotenza, il getto della doccia ben puntato sulla fronte, e aspettare che scivoli tutta nell'acqua che si sta intorbidendo.
E' giunto il momento d'insaponarsi con calma, si comincia dalle braccia, poi le spalle, il seno, la pancia, l'inguine, le cosce e i polpacci - i polpacci hanno bisogno di una passata lieve di rasoio, il rasoio è una carezza ruvida che fa la pelle levigata, i tuoi piedi sono appoggiati al bordo della vasca, li guardi e sono piccoli e perfettamente rosa, sono piedi di bambina che piacciono agli uomini, che piacciono a te, li insaponi piano canticchiando un melodico De Andrè.
Riprendi tra le mani il doccino, lo passi tra i capelli, e poi riempi le mani di shampo alla camomilla per rendere le chiome più chiare - rimpiangi quei giorni in cui un flacone durava forse due settimane, avevi i capelli lunghissimi, ora basta una goccia delle dimensioni di una moneta, frizioni lentamente il cranio, insisti sulla nuca e dietro alle orecchie, emulsioni con acqua e guardi la schiuma cadere in larghe goccie bianche e concentriche.
Risciacqui, senza fretta, che non rimanga nulla, e quando non c'è più rischio che tu possa ingoiare lo shampo ti riempi la bocca d'acqua, la sputi in aria, fingi di essere una fontana - togli il tappo, guardi il tuo corpo riemergere lentamente dai flutti domestici, lo risciacqui, ti alzi in piedi: sei nuda, bagnata e vulnerabile, sgoccioli a ogni movimento.
Ti avvolgi nell'accappatoio, nell'unica tasca disponibile infili la crema per il viso, quella per il corpo, il deodorante - resti nuda in piedi in camera tua, avvolgi la testa in un asciugamano, prima il viso.
Immergi un polpastrello nella crema al cetriolo, generosamente pattini con le dita sul volto, a occhi chiusi, e poi infili i pantaloncini, la maglietta del pigiama, passi il deodorante stick sotto le ascelle, i polpacci iniziano a pruderti - il prezzo da pagare per la passata di rasoio; la crema per il corpo è quella da grande occasione, quella di Chanel, la spalmi con calma dalle ginocchia alle dita dei piedi ascoltando colonne sonore della Disney, ti soffermi a godere dell'acuto di Megara (io sento dentro 'puoi fidarti', mentre la testa mia 'non lo fare') e sorridi tuo malgrado.
Sei pronta.
Idratata, profumata, pulita - per qualche ora, solo qualche ora...senza peccato.

Dio non mi ha concesso il dono della Fede, in questo giorno che è un giorno santo io non sono invitata alla sua mensa, non ho modo di liberarmi dai miei peccati, e non ci sono parole di Cristo che possano salvarmi - ciò che mi rimane, l'unico Rito che ancora mi concedo è la doccia della domenica, che lavi via tutto quanto accumulato nella settimana appena trascorsa (smog, nicotina, alcolici, bestemmie, delusioni, risultati, battiti di cuore, battiti di ciglia, spaventi e rivelazioni) e aiuti ad affrontare degnamente quella che invece è in arrivo.
E buona settimana a tutti.

20 maggio 2012

'Pro Patria'

Un paio di settimane fa ho incontrato Celestini; ero con Priscilla (la mia bicicletta) all'incrocio di Cordusio, ho voltato lo sguardo per attraversare, onde evitare di diventare una poltiglia sanguinolenta da lì a pochi istanti, e lui era accanto a me. Il mio cuore è schizzato nelle orecchie, poi nei piedi, e poi è tornato al suo posto. Avrei potuto fare mille cose, baciarlo ad esempio, urlare di sgomento, buttarmi sotto al tram, invece ho detto solo 'ciao, che ci fai quì?', come fossimo amici da sempre; lui ha sorriso, ha detto che stava andando a prelevare, ma in realtà si trovava a Milano per fare uno spettacolo al Piccolo. 'Verrò a vederti', gli ho detto, lui ha sorriso più forte e mi ha ringraziata, e poi una signora in pieno stile Milano Bene ci ha chiesto dove fosse la Galleria, sono volata via sulla mia bicicletta salutandolo un'ultima volta e sentendomi la ragazzina più fortunata del mondo.

Ieri sera sono andata al Piccolo, e l'ho visto di nuovo. Indossava una felpa azzurra, l'ho avvicinato, gli ho detto 'sono quella in bicicletta, visto che sono riuscita a venire?' e lui ha detto che si ricordava, e sempre sorridendo mi ha stretto la mano e mi ha salutato. Il mio cuore è schizzato tra le orecchie, e questa volta è rimasto lì e probabilmente ci rimarrà per un bel pezzo. E così ho poggiato il mio sedere sui sedili vellutati del Piccolo, ho tenuto le mani in grembo ed ho guardato e goduto di uno tra gli spettacoli più belli che mi sia mai capitato di vedere in vita mia.


'Pro Patria' fa un sacco di cose. Fa ridere, piangere, riflettere, vomitare, spaventare, pensare, credere, disperare, morire e poi risorgere; 'Pro Patria' racconta di galere, di follie, di speranze, di disillusioni, di vittorie, di sconfitte, di storie e Storie, di persone, di umanità, di disumanità, dell'Italia, del mondo intero, di coraggio, di vigliaccheria, di gioia e di dolore. 'Pro Patria' sarà al Piccolo fino a non so quando, chiedete a Zio Google, ma se potete, ve lo dico con tutto il cuore, andate, andate perché è come avere un gioiello bellissimo da portarsi sempre appeso all'anima - andate, e ne uscirete arricchiti di qualcosa di meraviglioso.
E se siete ragazzine sensibili, vulnerabili e spaventate, seguite il mio consiglio: portate dei fazzoletti, portatene uno solo, basterà, ma potrebbe esservi utile.

13 maggio 2012

Festa della mamma

Signora G. A te, che mi hai cresciuta non come una madre, ma come una nonna, perché è ciò che sei; a te che mi hai insegnato a giocare coi tuoi foulards di seta, che mi hai accompagnata all'asilo e poi a scuola, che ogni mattina mi preparavi il latte col cacao, che mi hai insegnato l'amore per gli animali, per la lettura, a te che hai un po' più di settantacinque anni, leggi questo blog e stai su Facebook, a te che viaggi, che sorridi, che non ti arrendi mai, che sei forte e deliziosa e un orgoglio da mostrare alle amiche, a te che sei una nonna che mi ha fatto da mamma ma sei sempre rimasta una nonna, a te...auguri, auguri di tutto cuore.

Signorina G. A te, che sei la mia 'nuova mamma', la donna che vorrei diventare un giorno; che sei bella, elegante, sorridente, intelligente, a te che mi stai insegnando lentamente ma con costanza l'arte del desiderare, del volere di più, a te che mi critichi sempre, mi regali vestiti per farmi più bella, mi hai concesso di viaggiare e vedere il mondo, a te che ti prendi cura di me come nessun altro ha mai fatto, che credi in me e sopratutto credi nel mio futuro e nelle mie scelte, a te che sei arrivata da poco nella mia vita ma che subito ti sei fatta amare, a te che mi hai dato quello che nessun'altra è riuscita a darmi...auguri, auguri di tutto cuore.

Signora M. A te, che sei la mamma del mio migliore amico e da due estati mi ospiti in casa tua, mi prepari il caffé la mattina e mi costringi a servirmi una seconda volta di tutto ciò che prepari, a te che sei la madre che vorrei essere io, intelligente, dolce, presente, che ama incondizionatamente chi ha messo al mondo; a te che hai due figli e li hai educati così bene che non dico palle se dico che sono due tra le persone che preferisco al mondo, a te che sei distante ma sei sempre nel mio cuore, a te che se ti penso mi commuovo e mi vien da dire 'vorrei fosse anche la mia mamma', a te che sei una donna meravigliosa e io ti devo tantissimo...auguri, auguri di tutto cuore.

Signor M. A te che sei un uomo, sei mio padre, e ci hai provato a farmi da mamma con la tua posta del cuore un po' goffa, che per me hai fatto qualsiasi cosa e la faresti ancora, che mi hai comprato di recente un vestito blu così bello che nessuna donna avrebbe saputo sceglierlo meglio, a te che sei tutta la mia vita da sempre, e lo sai, l'uomo che più di ogni altro mi ha reso innamorata e fiduciosa del vostro sesso, a te che sei il mio papà ma che sei stato tutto...mamma, amico, fratello, nemico e compagno di giochi, a te auguri, auguri di tutto cuore.

Signora E. A te che non ci sei, non ci sei mai stata, non conosco la mimica del tuo viso o la forza della tua voce, so che avevi le ossa sottili, gli occhi luminosi, il carattere bisbetico; a te che mi hai messa al mondo e sei rimasta, anche se te ne sei andata, sei rimasta quà dentro dove vivono le cose più preziose, a te che vivi nei miei mondi nei sogni più profondi, che mi guardi sorridendo da una fotografia e mi parli nella notte con una voce ruvida che somiglia alla mia, a te che eri e sei e sarai sempre la mia mamma che non c'è stata ma che è parte di me, a te, ovunque tu sia...auguri, auguri di tutto cuore.

22 aprile 2012

Di scarpe e di domeniche

Brutta giornata, la domenica. Lo so, lo dicono tutti, ma del resto questo è un blog senza pretese e come tale non ha la pretesa di dire cose non banali; la domenica non mi piace perché è spenta e grigia, e sta esattamente in mezzo ai due giorni della settimana che invece preferisco: il sabato, perché il sabato quando non lavoro faccio cose che mi piacciono, ed anche se lavoro faccio qualcosa che mi piace - e il lunedì, che è in assoluto il giorno più bistrattato e più bello. Il lunedì è giorno di pelle profumata di doccia, di vestiti scelti con cura la sera prima, di zaino ripulito dalle macerie cartacee accumulate nel corso della settimana, di buoni propositi, di serate etiliche in taverna con le amiche a 'stramaledire gli uomini, il tempo ed il governo' - domani sarà anche giorno di esami del sangue, e tremo all'idea di dovermi avventurare in bicicletta fino all'ospedale con lo stomaco vuoto, e poi attendere quei due o tre secoli col numerino in mano, per poi arrivare finalmente tra le mani di una qualsiasi infermiera maleducata (le infermiere di quell'ospedale lo sono sempre!) che mi dissanguerà mentre io cercherò di non svenire e sopratutto di non guardare.
Questa domenica non è stata poi così male, un risveglio tenero tra le braccia del fidanzato e una colazione a base di caffé latte, cereali e brioche consumata intorno all'una di pomeriggio, fare l'amore e becchettarci come passerotti e poi un gelato e un giro tra le bancarelle e tutte queste belle cose da persone innamorate - o che almeno ci provano, no?.
Questa domenica è stata migliore di altre perché ho comprato un paio di scarpe nuove, e Dio sa quanto raramente regalo qualcosa a me stessa per il solo gusto di farlo, e poi le ho indossate in casa per fare le pulizie perché ne ero e ne sono entusiasta e godo dei miei piedi piccoli inguantati in queste calzature nuove, che non sono il mio genere ma sono scarpe che piacciono molto alla donna che vorrei diventare un giorno, un giorno lontano ma neanche troppo di quando sarò adulta e, speriamo, serena ed elegante e profumata e sorridente e aggettivipositiviacaso, fate voi.



E poi ho fatto la smorfiosa, mi sono fotografata da sola, mi sono buttata in doccia ed ho goduto del mio nuovo shampoo e della crema alla papaya - e mi sono sentita molto sciocca, molto poco femminista, molto superficiale, molto ragazzina, molto esibizionista, molto felice di una domenica che non è stata brutta come le altre; lo devo a delle scarpe nuove, lo devo alla primavera, quasi sicuramente lo devo a te(o), e buonasettimana a tutti, ma sopratutto a me.