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24 giugno 2013

Tre giorni

(giugno) C'era una volta un mio amico, indossava una bella camicia, parlava con due ragazze. Ho pensato di ucciderle. Non le ho uccise, e dopo qualche mese lui mi ha preso la mano, io poi l'ho baciato - i bidelli portavano fuori la spazzatura.
(aprile) Il Bed & Breakfast era un ex convento. I soffitti erano alti, le pareti spoglie. Dividevamo un letto di ferro, il materasso era molle, l'Emilia taceva. Emettevo un suono con la bocca, una specie di schiocco - un rumore che rimbombava, si amplificava, si appiccicava all'intonaco. Abbiamo iniziato a ridere, alternavamo le risate a quel colpo sordo di labbra. E' stato un istante da niente, un frammento di tempo, di piccolo e scialbo, come quella stanza a venticinque euro a notte. Ho capito, profondamente e definitivamente, di amarlo come non ho mai pensato si potesse amare qualcosa, o qualcuno.

(oggi) Trecentoesessantaecinque giorni - per raccontarli ne sono bastati tre.
(e sempre) Grazie.

31 maggio 2013

Di fatti e di intenzioni

Intendevo creare un certo tipo di bellezza che non fosse così bella come l'avevo non voluta. Questo mi ha lasciata senza molto di quello che avevo una volta intenzione di fare, e fui costretta a cambiare idea. L'intenzione era fare resoconti migliori. L'intenzione era fare più domande. 
R. Blau DuPlessis, L'intenzione era dire
Io soffro il freddo, moltissimo. Non so se è perché sono diabolicamente magra, ma sta di fatto che tengo il piumone anche a Ferragosto, e sono fisicamente impossibilitata a dormire senza calzini, la mia temperatura corporea ammonta ai 35 gradi. Pensavo che mi sento stanca, pallida, brutta, mi sento una vichinga indurita negli anni (e nel pelo) dal gelido, ostile Nord. Le mani sono fredde, così fredde che non sembrano nemmeno mie.
E' stato un duro inverno, non accenna a finire, almeno non a Milano che somiglia sempre di più a Detroit, in peggio. Diciamolo, è stata una primavera difficile e per certi aspetti nemmeno una primavera, non ha fatto che piovere fuori e dentro. Manca meno di un mese all'estate e nessuno se n'è accorto, mi chiedo come facciano a sopravvivere le piante, le foglie - forse sono più coriacee di noi, io ho passato mesi ad arrampicarmi alle mie lenzuola nel tentativo di non pensare a tutto ciò che c'era da affrontare, a quante "fine" si sarebbero svolte al di là delle palpebre. Lo stage, il dire addio, il dover salutare ogni cosa, le cicatrici: nelle difficoltà non ho mai messo in dubbio di voler profondamente bene ai miei colleghi, e nemmeno per un secondo ho dubitato di non essere ricambiata. Sono cose che non si dimenticano.
E subito dopo la laurea, un'altra fine e appena dopo la fine beh il vuoto, il gelido abisso della disoccupazione tout court: "E adesso che c*zzo faccio?".
Ho passato gli ultimi due mesi a campare dei miei risparmi finendo una tesi, e poi andando a dei colloqui per sentirmi chiedere se sono interessata a un lavoro porta a porta da un uomo gentile, così gentile che non hai nemmeno voglia di ribellarti e metterti a piangere, e l'unico diritto che ti resta è sorridere, mentire, andartene.
Con una gran voglia di strisciare verso la fermata del pullman, coi tacchi alti ai piedi su una statale e sembravo un'avvilente e avvilita prostituta barely legal e invece mi hanno chiamata per un altro colloquio, questa volta sembrava un lavoro figo e infatti il giorno dopo ci sono andata. I tacchi bassi facevano un suono piacevole sul pavimento pulito di un bel palazzo, in una bella via della Milano quella vera.

E salendo le scale, masticando inadeguatezza, ho ripensato alla primavera, a quanto sia ingiusto il fatto che non l'abbiamo vista, che non la vedremo per un altro anno. Ho pensato alla primavera, a tutto quanto che nasce, al sole che formicola sulla pelle stanca, pallida, assetata. Ho pensato ai fiori, agli alberi, alle foglie: sono lì, sopravvivono, curvi piangono i loro morti e ostinatamente si colorano, sopravvivono, esattamente come noi. La primavera non si è fermata a dormire, ma di tanto in tanto ci ha fatto una visita: era primavera quando lo stage è finito, il tramonto era molle e potente, io ho respirato e ho pensato di aver fatto il mio dovere, mi sono voluta un gran bene. E il caldo era torrido quando mi sono laureata, aprile si vestiva di maggio, tutto era movimento era vita era odori. Dopo la cerimonia ho tolto il vestito elegante, mi sono finalmente rimessa i jeans, una maglietta di cotone, sono tornata al mio posto... Chissà dov'ero andata, chi era quella lì. Il giorno della mia laurea sembra appartenere alla vita di un'altra: una tizia elegante, sorridente, sicura di sé, che espone perfettamente circondata da amici e parenti, così tanti che fanno fin troppo casino. Sono ultras, sono lì per lei. E' ben truccata, disinvolta, molto ansiosa di fare bella figura. E' una vita meravigliosa, ma è la vita di un'altra - forse per questo ho saltato la cerimonia ma mi sono presentata all'aperitivo in jeans, c'erano pochi amici, i migliori, e un aperitivo a Milano, le risate a denti scoperti, ecco sì quella è la mia vita, ed è altrettanto bella, è il paradiso terrestre, è il cum laude dell'esistenza.

Anche quando sono andata in montagna era primavera. Ad aggiungere altro mi sentirei una sciocca, e allora dico solo che indossavo una maglietta di D. a maniche lunga ed esibivo al sole le palpebre chiuse. Il viso bollente, il corpo rinforzato dall'aria sana e fresca, il rumore dell'acqua che le foto non raccontano. Le foto raccontano una coppia innamorata di ragazzi giovani e svegli, che ridono, si vogliono bene, sanno anche essere grandi amici. Una coppia sana, che pare stiano insieme da sempre. Ecco, è tutto vero, è esattamente così - e poi c'è il rumore dell'acqua, quella parte in cui siamo solo noi, quella cosa che gli altri non vedono, che ci guarda e ci riguarda, come una Promessa che non sapevamo di dover mantenere, come il sapersi semplicemente persone simili, affini, ugualmente bizzarre. Ecco io questa cosa non ve la posso raccontare, ve la posso solo augurare.

Ho ripensato a tutto questo, davvero, storie di giorni in pochi minuti, ho fatto il colloquio ed è andato molto bene, il lavoro non sembra è figo e comincio lunedì. Ecco, sì, ho fatto tutta questa lacrimosa premessa per dirvi che ho un lavoro, figo. Ho ricordato ciò che ho scritto alla fine del 2012 (lo trovate qui: click) quando ho intenzionalmente evitato di fare i buoni propositi, sapendo che li avrei mandati tutti a puttane.

Per il 2013 chiedo di ricordarmi ogni giorno che si vive per vedere i dolori del presente passati, e che non tutto ciò che amo è lì per essermi portato via.
Per il 2013 chiedo lavoro, doveri, responsabilità - chiedo di sapere cosa significhi il crescere come esperienza positiva, non solo attraverso la sofferenza ma anche e sopratutto attraverso ciò che di nuovo ti scopri in grado di fare.
Per il 2013 chiedo poco, quasi niente, solo scudi ed armi nuove.

Lavoro, doveri, scudi ed armi nuove. Il coraggio di agire, di rubare quando si ha fame - sono tutte cose già scritte, e forse per questo reali: sono tutte cose già dette, e sono arrivate, forse perché le ho chieste, attese, sperate, desiderate, auspicate, sempre sapute, custodite dentro, negli anni, nei vuoti, nella certezza spietata che ci sia un posto per me là fuori, nel vasto mondo - da qualche parte. 

25 aprile 2013

Dottore, chiami un dottore


La classe non è acqua.



Lo so, lo so che stiamo parlando di una triennale in Lettere Moderne, mica di un master a Chicago come Giannino. Lo so, lo so che le foto in abito bello, spumante, fiori, corone e cappellini sono nauseanti. Lo so, lo so che la strada è lunga per arrivare a essere, un giorno, un'insegnante delle medie sottopagata e con i calli ai piedi. So tutto, ed è proprio perché penso di sapere tutto che io da sola non ce l'avrei mai fatta: no, non ce l'avrei mai fatta a essere dottoressa, a vivere una giornata come quella di ieri se non avessi accanto una banda di parenti, amici e sopratutto amore a ricordarmi che lo posso fare, che non c'è niente che io non possa fare. Volevo nominarli tutti, e credo non ne nominerò nessuno: credo mi limiterò a dire grazie, perché è solo merito delle persone (tante, e tutte splendide) che ho vicino che sono riuscita ad essere quella che sono, è solo per loro che sono, per una volta, disgustosamente felice. 

Grazie, grazie di cuore dalla dottoressa più fortunata del mondo che non saprà mai, mai come sdebitarsi - perché io sono tante cose, ma non credo riuscirò mai a essere un'amica così meravigliosa come lo siete voi per me. Anche se, lo giuro, farò di tutto per riuscirci - dopotutto sono laureata.

17 febbraio 2013

Il sentimento più inflazionato del mondo

Si fa un gran parlare d'amore, sopratutto a San Valentino. L'amore è, iniziano sempre così. Non ho una definizione brillante o teatrale, non ho parole che possano andare bene a tutti. Io non so l'amore, tendenzialmente, cosa sia, e anche fosse non ve lo direi. Però delle cose le ho imparate, e le ho imparate grazie a te. Tipo che l'amore è grande, e copre tutti i silenzi.

Storie di fiori e gite in montagna
Ed è fare spazio, lasciarti entrare - aprire tutti i cancelli, lasciarti camminare tra i rovi. E' mostrarmi nell'interezza, raccontarti cose e scoprire che le sai già. E' sapersi, e viene dopo il capirsi e il conoscersi e ci sono coppie che non ci arrivano mai. Vedersi fino in fondo - e fino in fondo ogni volta stupirsi. Di come si muovono le tue dita mentre affetti i pomodori, della cura, della dolcezza, del rispetto, del modo che hai di vedermi per come sono realmente e contemporaneamente riflettermi nelle tue iridi per ciò che non sono e non sarò mai: guerriera, bella, regina di coraggio e acume. E' non avere bisogno di giustificarti: è sapere che è giusto così, che non c'è altro posto al mondo dove io desideri stare: e che c'è quiete, c'è luce, c'è gioia.
E' dimenticare il male, giorno dopo giorno è come non fosse mai successo, è sapere che per adesso a me davvero non serve altro, che di te io vivo e sopravvivo: la cosa più dolce, più importante, il moto primo.
E' dappertutto ed è sempre, nei fiori di montagna e negli scenari squallidi di queste periferie, è il desiderio che sia tu, che possa davvero essere tu.
Ecco, ecco cos'è per me.

14 gennaio 2013

Bio

(Nuova BIO in progress).

Al fine di non essere fuorviante ho "eliminato" quella vecchia perché tante cose sono cambiate dal giorno in cui la scrissi - inutile dirlo, alcune meglio e altre in peggio. A presto su questi schermi.

Vanna 

31 dicembre 2012

Duemilaedodici

Doverosa premessa 
Il post che segue non è un bilancio del 2012, quest'anno è stato molto altro ma di quell'altro io non parlerò. Il post che segue non è un riassunto di ciò che è avvenuto fuori, è ciò che è avvenuto dentro.

Il treno nuovo apre un varco lento e polveroso nella Brianza Occidentale - io ho finito i libri da leggere e il cellulare giace scarico sul fondo della borsa. Schiaccio il naso contro ai vetri, guardo nelle case, cerco gli oggetti personali incastrati tra i capannoni industriali e i boschi che sopravvivono lugubri nello squallore provinciale.

Ogni casa che vedo è una speranza, un simbolo. 
Io sono una di quelle persone sfortunate che non sta bene dove sta, io abito "dove tutto è stato preso".
A volte guardo il mondo da lontano (non è difficile, basta salire in alto, aver voglia di fare le scale, sfidare i balconi) e penso che c'è un posto per me da qualche parte.
Avrò una finestra che da sui binari, e dai binari le persone vedranno qualcosa di mio - le mensole della cucina, un quadro o una fotografia, anche solo un brandello di tenda, e tutto sarà tiepido, pulito e bello. 
Stacco il naso dai finestrini, cancello i segni del mio respiro con la manica della giacca.

Il 2012 è stato fallimenti e dolore. Inutile negarlo, tentare apologie dell'ultimo minuto in cui sciacquare mani che sono sporche di sangue e quel sangue è certamente mio - i mesi che vanno da gennaio a giugno sono nei miei ricordi come mesi di malattia.

I sintomi stavano nella frenesia isterica dei gesti quotidiani, nelle mani sporche dalle unghie deboli che cercavano l'ennesima sigaretta e scavavano stanche il mio viso, e poi l'inappetenza, la fame e la debolezza, e quelle mattine pallide in cui persino schiacciare lo sciacquone del water era un'impresa da affrontare con entrambe le braccia. Facevo un bel respiro, e con due mani racimolavo sufficienti forze per scaricare il cesso, poi mi guardavo nello specchio e a stento mi trattenevo dal sputarmi in faccia.

Ricordo Firenze a febbraio, il vento che tagliava la pelle, i silenzi che tagliavano il vento - ricordo Firenze, l'acqua sporca dell'Arno in cui avrei scaraventato la sua faccia ottusa e sorda alle mie disperazioni, e le grida isteriche per trovare un parcheggio, un posto dove mangiare. E la Pasqua passata a piangere nel bagno di casa sua, il viso schiacciato contro al pavimento, le mani inerti abbandonate lungo i fianchi, una voce che mi chiedeva di uscire e un'altra voce (la mia) che m'intimava di non cedere, di non aprire quella porta e vederlo mentire ancora, e Cristo risorgeva e io morivo e non so cosa si provi a morire in Croce, ma so cosa si prova a morirci sotto.

è un' illusione pronta per l'uso da eterna vittima di un sopruso, 
abuso d' un mondo chiuso e fatalità

Ci siamo amati fino ai denti, io e lui, e quei denti sapevano mordere e ringhiare, erano zanne buone solo a lacerare - l'anno 2012 giunge alla fine e a me piace pensare di essermi perdonata. Certi amori non sono fatti per durare ma per arrivare come uragani e come uragani distruggere, avvicinare alla morte, all'abisso - è stato un amore così il nostro e l'anno 2012 giunge alla fine a me piace pensare di essermi perdonata. Mi piace pensare che un giorno perdonerò anche lui.

In aprile sono morta, e in maggio ero all'inferno. Bruciava e bruciavo anch'io - ricordo quel giorno in banca, rannicchiata nell'angolo più remoto tra trenta persone in attesa.
"Fate passare la signorina, per favore, non vedete che non sta bene?".
Piangevo sempre all'inferno, nel girone delle signorine che non stanno bene: in banca, in università, in mezzo alla strada, sui mezzi pubblici, nel mio letto piccolo in cui il suo odore se ne andava, lento. Piangevo sempre, e forte, e senza ritegno.
Piangevo come piangono i bambini, nascondendosi il viso e sporcandosi tutti di muco, tra la gente.
Ero all'inferno, dove fa caldo e si ha sempre fame e non si può mai dormire perché il corpo intero grida di dolore e non si fa che piangere e piangere e piangere e sporcarsi di muco tra le facce indifferenti degli altri dannati.

Poscia, più che il dolor potè il digiuno. 

E poi non so che giorno fosse, solo il giorno in cui scoprii di non essere all'inferno ma aggrappata con le dita al fango, tra il vuoto e l'abisso. Mi piace pensare che sia stato il sole, e mi piace pensare che sia stato tu. Ritrovai la mia vita in un tuo gesto, nei movimenti che fanno le tue mani quando fumi.
Era giugno, questo lo so. Il giugno più incredibile della mia vita, a metà tra la dannazione e la salvezza, il mondo un inferno e al centro esatto dell'inferno c'eri tu - e io ti volevo più di ogni altra cosa e non facevo che aspettarti, non facevo che camminarti incontro, muovermi nella tua direzione è stata una cosa che ho iniziato a fare quando ancora non sapevo che lo stavo facendo.
Tu eri lì, eri sempre stato lì, solo che dall'inferno brillavi più che mai - e finalmente ti vedevo nella tua interezza e tanto mi è bastato per sapermi ancora viva.

Ed è per questo che la seconda parte del 2012, quella che va da fine a giugno ad adesso sei stato tu. Non sei stato altri che tu. E ti parlo in seconda persona perché è questo che sei, la seconda persona per cui improvvisamente risulta facile, sai, respirare e muoversi, mangiare e dormire. Io e te, esattamente in quest'ordine. E' stato tutto ciò che già sappiamo, è stato trovarsi nel buio e in quel buio vederci, più chiaramente che mai.
Io ti vedo, sai? I segni degli occhiali dopo una giornata di pioggia, il modo che hai di scrivere la lettera D, ogni segno del tempo passato a inciampare in sé stessi nel buio. Tutte cose che conosco già, familiari e nuove - come una canzone dell'infanzia, o il Natale quand'era bello.
Cose dimenticate, eppure sempre sapute - nuove, pulite, concrete.
Ho visto i tuoi occhi dormire sotto le ciglia ad ogni stagione, e ad ogni stagione muoversi per spazi diversi, dimensioni sconosciute dell'essere - mi chiedo come saranno in primavera, mi piace immaginarti senza segni degli occhiali, le ciglia impolverate di pollini.
Il 2012 sei stato tu - che hai preso posto là dove stavano i vuoti di sempre. 


Febbraio 2012

Dicembre 2012


Marzo 2012


Dicembre 2012
Maggio 2012

Non c'è stato molto altro, "è quasi tutto laggiù".
Stacco il naso dai finestrini, cancello i segni del mio respiro con la manica della giacca.
Non faccio i buoni propositi, che poi ci pensa la vita a mandarli a puttane - e ho disimparato a pregare, ma sono diventata brava nel prendermi ciò che mi serve, nel rubare quando si ha fame.
Per il 2013 chiedo poco, quasi niente, solo scudi ed armi nuove.
Per il 2013 chiedo di ricordarmi ogni giorno che si vive per vedere i dolori del presente passati, e che non tutto ciò che amo è lì per essermi portato via.
Per il 2013 chiedo la Fede (rara e preziosa) degli atei, quella che non crede in niente ma pensa valga la pena di battersi per tutto, gli atei che non usano la mancanza di un Dio per fare ciò che vogliono ma per fare agli altri ciò che vorrebbero fosse fatto loro, gli atei che rispettano ogni religione con la stessa positiva indifferenza, gli atei che credono nell'uomo come prodotto stesso dell'uomo, nei secoli dei secoli e questo così sia. 
Per il 2013 chiedo lavoro, doveri, responsabilità - chiedo di sapere cosa significhi il crescere come esperienza positiva, non solo attraverso i dolori ma anche e sopratutto attraverso ciò che di nuovo ti scopri in grado di fare (usare Excel, tagliare 30 centimetri di capelli, amare ancora).

Per il 2013 auguro le stesse cose a ognuno di voi - felice anno nuovo, con tutto il cuore.



29 ottobre 2012

Quando nasce un ammore...

sottotitolo: quando nasce un ammore ti metti a dare titoli imbarazzanti ai tuoi post.

Lo dicevo che avremmo avuto modo di parlarne, no?

Volevo scrivere un post di quelli belli, di quelli pensati, riletti, assaggiati tra le pieghe della bocca.
Volevo scrivere un post intenso, serio, interessante - la verità è che non ci sono riuscita, allora per una volta una soltanto lascio che scrivere sia un po' come vomitare, e Dio sa quanto suona di sinistra questa mia ultima affermazione.
Pensavo che era da tanto, tanto tempo che non sentivo quella sensazione che è come passare le narici su qualcosa di perfettamente pulito, senza macchie, senza colpe.
Parlerò chiaro: a maggio sono stata brutalmente e orrendamente lasciata dopo una storia (ma lo era davvero?) di un anno e mezzo. Non entrerò nel dettaglio perché forse l'ho già fatto troppe volte, in altre sedi, ma sta di fatto che sono stata male - e quella storia che era sbagliata, immatura e dolorosa è finita così, nella merda, nello stesso modo in cui è iniziata: parlando poco e male, sputandosi addosso il rancore, ed è stata una storia triste, umile ma vera.
Io l'ho provato l'amore quello pulito, è passato del tempo ma l'ho provato - l'ho avuta anch'io una storia d'amore importante e bella, dall'inizio alla fine. E' durata anni ed è stato amore ogni giorno, l'amore che fa ridere, che fa desiderare, che fa progettare e crescere, io lo so che cos'è e lo rivoglio, lo volevo anche in primavera quando il mondo sembrava disfarsi al tocco delle mie dita e la realtà era come un brutto film, i contorni delle cose appannati, i rumori del mondo taglienti.
Io credo di essere capitata senza volerlo in un altro amore che è appena nato e che ha tutte le carte in regola per essere qualcosa di grosso, qualcosa che cambia una vita.
E' un amore appena nato ma dalle braccia forti, braccia che si stringono nel freddo, ed è nato per caso in un giorno di giugno e a volte mi guardo indietro e penso che sia nato prima - forse a febbraio quando abbiamo fatto tintinnare i bicchieri e c'era lui all'altro capo del tavolo e io non lo volevo, e infatti quella serata finì in lacrime e sangue e io che di nuovo mi sentivo quella che si era comportata come una troia.
Mi guardo indietro e ricordo i sogni, i desideri, quel bisogno di sentirmi stimata, apprezzata da te perché credevo, ero sicura che saremmo potuti essere buoni amici.
Buoni amici lo siamo stati - tu sei stato l'amico migliore quando era maggio e io stavo male, tu mi facevi ridere quando nessun altro riusciva, tu mi facevi venire voglia di parlare, di espormi.
E' durata poco la nostra amicizia, perché un giorno ci siamo guardati e il resto è venuto da solo - ricordo le nostre mani timide nello stringersi di nascosto da tutti, e la goffaggine di chi taglierebbe la testa alle parole con un bacio di quelli guzzi, ed effettivamente così è stato, un bacio guzzo tra la spazzatura e l'università, il mio ritardo di mezz'ora sul lavoro e le tue ciglia lunghe e belle che vibravano, occhi verde bottiglia incastrati nei miei che sono pozzi di perplessità.
E' arrivato da solo il resto, spezzettato nei mesi che passavano lenti e torridi, e ha percorso i primi viali cosparsi di foglie morte in questo autunno timido, e sta conoscendo i freddi, il buio, e arriverà l'inverno a farci da scenografia - l'inverno è un generale dalla storia triste, quasi non lo temo più: a ben guardarlo è un cattivo di quelli che fanno compassione, condannato per sempre a essere sé stesso, l'inverno è un generale che ha alle spalle tutti i dolori del mondo.
Abbiamo fatto la nostra prima gita d'amore e forse serviva l'uragano Cassandra e il mare tempestoso di Trieste a farcelo capire - già lo sapevamo, forse?
Che il nostro è forse un amore appena nato, un amore che cammina per le strade di una città nuova, che ride delle mie battute e anche delle tue, che entra silenzioso in chiesa, che ripara dalla pioggia, che ti tiene per un braccio mentre rischi di cadere - un amore di quelli banali, melensi, senza pretese, di chi è convinto di non meritarsi nulla e proprio per questo ha rispetto dei regali della sorte.
Un amore normale, tiepido e bello, che non insegna niente a nessuno.
E' un amore appena nato, ma certamente è amore.

8 ottobre 2012

Uomini che perplimono le donne (e aggiornamenti)

C'è che noi introspettivi ci facciamo troppe domande - prendete me, ero seduta tranquilla a guardarmi Scrubs e preparare la borsa per domani e ho pensato troppo. Sì, preparando la borsa mi son chiesta...ma perché agli uomini non serve? Lasciamo perdere la ventiquattr'ore da lavoro, e parliamo di tempo libero. Gli uomini non hanno le borse, a meno che voi non siate incappate nella brutta razza degli Uomini col Borsello, che sono un filo più squallidi degli Uomini col Marsupio, ma non di molto.
Io non sono una persona disordinata quando si tratta di borse - ho visto amiche estrarre dei reggiseni dalle loro tracolle, dimenticati là dentro dopo chissà quali bagordi in discoteca. Mi piace variare, quindi mi capita di fare e disfare la borsa anche due o tre volte a settimana, di conseguenza non lascio che si accumulino oggetti inutili o spazzatura.
Ciononostante non posso assolutamente fare a meno di:

- portafogli
- chiavi di casa
- cellulare
- moleskine
- romanzo svedese di 500 pagine
- bottiglietta di acqua naturale
- penna
- burrocacao
- crema per le mani
- sigarette
- svariati accendini (vedasi questo post)
- un astuccetto rosa peloso contenente assorbenti, Aspirina, medicinale per la cistite, medicinale per il mal di stomaco, un campioncino di fondotinta, specchietto da trucco
- gomme da masticare

voglio dire, queste cose mi servono. Mi servono realmente, nella vita di ogni giorno - o potrebbero servirmi, vedi la penna e gli svariati medicinali. Insomma, perché agli uomini non servono le borse e nemmeno ciò che contengono? O meglio, perché noi femmine ci carichiamo le spalle di oggetti di cui forse non avremmo alcun bisogno? Dite che è l'ennesima punizione destinata al nostro sesso? Io penso di sì.

Detto questo, passiamo agli aggiornamenti pratici about my life, posto che a qualcuno interessino. Sarò breve, perché a parlare di me stessa in questi termini così "concreti" non mi sento a mio agio, ma.
Ma settimana scorsa ho iniziato lo stage in un'agenzia pubblicitaria e ne sono incredibilmente entusiasta sotto ogni punto di vista, così entusiasta che ho paura a parlarne.
Ma la mia laurea è stata rimandata di qualche mese ancora a causa di un esame andato malissimo, e non è per giustificarmi ma non è stata colpa mia - e questa non è, ahimè, la sede adatta a parlarne.
Ma tutto il resto va bene, va come al solito e anche meglio, in un modo che non avrei creduto possibile - e di questo sicuramente avremo modo di parlarne.

3 settembre 2012

La prima pietra

"Se improvvisamente tutti sapessimo che ci restano cinque minuti di vita le linee telefoniche andrebbero in sovraccarico, e tutti avrebbero da dire "ti amo" oppure "ti chiedo scusa"."

Ho letto questa frase su Facebook, qualche tempo fa - in uno di quei links orrendi accompagnati da foto che mostrano Converse sgualcite, o ragazze che piangono in un campo di grano.
E' una frase del cazzo, e lo so bene, maledizione lo sappiamo tutti, solo...mi ha fatto riflettere.
Pensavo che se mi restassero cinque minuti di vita e fossi costretta a fare una telefonata (in alternativa preferirei ammazzarmi subito, io detesto le attese) non avrei nessuno a cui chiedere scusa.
Non è poco: realizzare a ventitré anni di esserti sempre comportata bene, insomma, di non aver mai commesso nulla di grave, di non aver mai deliberatamente fatto del male a nessuno - e se fatto, averlo già pagato, profondamente pagato.
Mi sono sempre fatta il mazzo quadro per chi amavo, non ho mai portato rancore se non per brevi periodi, non ho mai fatto torti alle spalle - sono stata una buona figlia, una buona amica, e checché ne dicano anche una brava fidanzata: forse non so amare nel modo giusto, ma amo con tutto il cuore.
In altre parole, dopo lunga riflessione sono giunta a comprendere di essere a posto con la coscienza, e questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza per amarmi un po' di più, che per inciso è uno dei buoni propositi dell'autunno - oltre che iniziare a portare intimo abbinato, struccarmi tutte le sere, resistere alla tentazione di mangiarmi le pellicine.

Quando l'ho capito ho tirato un sospiro di sollievo, ho chiuso gli occhi e mi sono concessa una capatina da Kiko e Bottega Verde - giusto perché quel giorno mi sentivo spirituale.

Poi ho pensato anche che verrà la morte e avrà i tuoi occhi, come una cosa inaspettata eppure sempre saputa, ma questa è un'altra storia.

27 agosto 2012

Di ritorno

"Casa è quel posto che, quando ci torni, non vogliono più che tu te ne vada". 
Stephen King

Vacanze finite, e forse era anche il caso - non che mi facesse schifo starmene a crogiolare al sole tra la sabbia ruvida della Sardegna e poi quella soffice della Sicilia, non che mi facesse schifo bere birra e mangiare arancini tra i rumori più dolci delle sere d'estate, non che mi facesse schifo guardare i fuochi d'artificio a Ferragosto o salire in macchina alla volta di Marina di Ragusa nell'aria arida e profumata delle strade siciliane, ma tornare era necessario e, devo dire, anche desiderato.
Belle vacanze, bellissime, più belle forse di quanto mi sarei potuta immaginare.
Il mare, la spiaggia, gli amici, le colazioni da campione, le cene in famiglia, la pelle abbronzata, il sole, l'odore di crema, il traghetto, gli aerei, Cosmopolitan, i lunghi discorsi sulla sabbia al tramonto con vecchi amici ogni giorno nuovi, e le nottate insonni a raccontarsi sogni erotici e psicologie spicciole, consolare una sorella minore a suon di parolacce e farla ridere, gli sms e la nostalgia che bruciava come fuoco, e la mia ultima sera di vacanza in cui finalmente ho detto tutto ciò che avevo da dire e ricevuto un abbraccio che ha raccontato amarezze nel silenzio, gli amici siciliani che presto saranno qui, e due settimane lontana da tutto: dagli stress, dai libri, dal lavoro, dalla lavatrice da cambiare, dal dolore costante di ogni giorno, dalle paure e dai compromessi che ottengo sudando con la mia stessa vita.

Tornare e riprendere in mano le cose in sospeso, coi fianchi più larghi e la pelle più bella, il viso rilassato dei ventitre anni che fatico a sentire, rivederti e scoprirti ancora più straordinario di quanto ricordassi, il mio cane che sa sorridere, il vento che muove le foglie in quello che rimane il mio giardino, la mia casa e le mie cose, ninnoli e braccialetti, libri da leggere, liste da stilare.
Tornare e, di nuovo, scrivere un post senza badare alla forma, di fretta, per farvi sapere che sono ancora qui - e che tra i progetti dell'autunno c'è quello di rendere a questo blog un po' più di giustizia, curarlo meglio, maturarlo anche un po', applicarmici con leggerezza e impegno ogni giorno, pensarlo e volergli bene, per me e per ogni lettore distratto che passa di qui.
E i progetti, le paure, gli esami da preparare, le tesi da scrivere, i lavoretti della domenica, uno stage che spero inizi il prima possibile - aspettare settembre che è il mese più faticoso e magico dell'anno, che sia il settembre della svolta che da anni attendo, un lunedì di trenta giorni in cui organizzarsi l'esistenza, illudersi ancora che tutto possa cambiare, e per una volta, una soltanto, in meglio.