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11 luglio 2013

Storie di giovani che trovano un lavoro

"Lei è una precaria?" "Sì lo sono" "Ah e che cosa ne pensa?" "Mah non penso niente, penso che la situa là fuori è brutta. Non perché lo sento dalla tv, più che altro lo sento dai coetanei" "Ha sentito di quel ragazzo che si è suicidato?" "Sì, ma la prego non mi chieda che cosa ne penso, è troppo triste" "E di quelli che hanno spappolato La Crisi e sodomizzato Il Precariato facendo i video su Youtube?" "Sì l'ho sentito, è anche questo è molto triste" "Lei è disoccupata?" "No ho un lavoro" "E che cosa fa?" "Lavoro in un'agenzia pubblicitaria" "Promoter" "No ci lavoro dentro, tipo ho un computer, telefono, faccio le cose" "Segretaria" "No io produco pubblicità, la faccio, su internet" "Su internet?"

E te lo chiedono sempre come se dicessi che fai le rapine. Non è che gridano, anzi, abbassano la voce e ti guardano fisso negli occhi "Internet?" come se non fosse una cosa importante. Come se non avesse cambiato per sempre il volto della simpatica stirpe umana. Come se internet fosse una cosa strana. Insomma, possiamo usarlo per cercare Paola Marella gambe e informazioni sulla nostra prossima gita a Medjugorie ma lavorarci è ancora considerato bizzarro dalla maggior parte degli... Beh, degli italiani, sopratutto quando sono medi.

Comunque. Se l'idea di avere uno stipendio, dei contributi e delle ferie pagate grazie ai social network vi sembra una cosa troppo stupida davvero fermatevi qui. A tutti gli altri, quelli che sono un po' più curiosi beh sappiate che seguirà una storia, sì una storia che potrebbe interessarvi perché è più che mai attuale: parla di una tizia qualsiasi (ma davvero eh, non è che sto per sottolinearne qualcosa di assolutamente peculiare e pazzesco) che si è laureata in una facoltà inutile che in tempo di crisi non è solo offensivo, è anche spaventoso perché vero, e tra una cosa e l'altra è riuscita a trovare un buon lavoro. E' stata fortunata, ed è stata intelligente: ha saputo fare, per ora, le giuste scelte e le giuste rinunce. Ha scelto di giocare d'anticipo, di lavorare studiando, di studiare lavorando, ha scelto inoltre di leggere molti libri e di non avere preconcetti troppo grossi, ha scelto di essere curiosa, aprirsi a tutto. Ha rinunciato a una buona dose di tempo libero, ad alcuni desideri, ha rinunciato a tutte le illusioni sopratutto a quelle belle. Ed ecco che inizia la storia di questa ragazza, di questa tizia che, inutile dirlo e guarda caso, sono proprio io.

La prima volta che ho lavorato avevo quindici anni e undici mesi (non ditelo alla finanza, facciamo che rimanga tra noi). Ho fatto l'educatrice in un centro estivo guadagnando 200 euro per due settimane di lavoro. Ho dimenticato molte cose, e ne dimenticherò altre intanto che invecchio, ma quei soldi infilati in una busta perfettamente e chiusa perfettamente bianca li ricorderò per sempre. Erano miei, non erano un regalo, li avevo guadagnati io e io avrei potuto farne ciò che volevo. Ho lavorato in quel centro estivo per altre due estati e in quinta superiore ho iniziato a dare ripetizioni e a fare le pulizie in un bar. Negli anni dell'università ho fatto la promoter, la commessa e la babysitter (babysitter vecchio stile, per due anni ho praticamente vissuto a casa di una famiglia, accanto al ragazzino più straordinario che si possa immaginare), e infine sono inciampata con acerbo interesse nel magico mondo della pubblicità mediante uno stage. Uno stage in una delle multinazionali pubblicitarie più importanti al mondo, naturalmente non ho esitato a cogliere l'ennesima occasione di non laurearmi in tempo (e di imparare un mestiere, un altro, perché com'è come non è io ho sempre avuto una paura maledetta di rimanere senza al lavoro e sono dell'opinione che più cose fai, più cose sai). Ho fatto i sei mesi di stage concludendo gli esami, a stage finito mi sono laureata e a un mese dalla laurea un'altra agenzia pubblicitaria mi ha presa. Ho un contratto di un anno, e il mio stipendio non è alto, ma è un buono stipendio se consideriamo che ho 23 anni e mi piace il mio lavoro che per l'ottanta percento del tempo consiste nello scrivere. Cosa che dovrebbe andar bene, considerato che sono laureata in Lettere, Facoltà che a rigor di logica dovrebbe renderti umanista, quindi amante e cultore dell'arte, in particolare di quella scrittoria.

(Segue lunga digressione tra il polemico e l'autocelebrativo, non vuole essere né l'una né l'altra cosa.) 

Perché nessuno ne parla? Del fatto che c'è un mondo, oltre a quello dell'insegnamento, in cui le materie umanistiche vengono accettate, persino pagate, trovano uno sbocco - e lo sbocco non è quello che viene quando hai bevuto troppo, non sempre, non in questo caso. Cos'è, sono i professori che avendo mediamente duecento anni non credono che fare pubblicità sia un lavoro? Oppure gli studenti considerano il fare pubblicità un ripiego, un qualcosa di squallido rispetto al mondo dell'editoria, della ricerca, dell'arte? Probabilmente l'una e l'altra cosa. La verità è che a Lettere nessuno ne parla, ma anche nessuno ne chiede. Esiste una specialistica in comunicazione a cui è possibile accedere anche se hai fatto la triennale in Lettere, ho addirittura pensato di iscrivermi. Mi è parso che uno tra gli esami più innovativi riguardasse le incisioni rupestri, e così ho desistito. Non fraintendetemi, io non sono una snob. Dico solo che una specialistica del genere mi è sembrata un po' troppo teorica, troppo polverosa, e io avevo bisogno di gettare subito le basi per il mio futuro perché io davvero non potevo permettermi di aspettare, non ho avuto scelta. Avessi avuto scelta avrei fatto la specialistica in Lettere Moderne, avrei conosciuto il meraviglioso universo dei concorsi pubblici e sarei diventata un'insegnante. Mio padre faceva il giardiniere attualmente barista, vivo in una casa popolare che non è di mia proprietà. Non posso certo definirmi ricca, e nemmeno benestante, comoda o avvantaggiata.

Non che voglia fare l'eroica o peggio la piccola fiammiferaia, racconto semplicemente com'è andata. La cosa più stancante è forse guardare i tuoi coetanei, persone a cui vuoi bene, scegliere. Scegliere di non lavorare, scegliere il percorso di studi che preferiscono, scegliere di fare uno stage non pagato in una casa editrice, in una scuola, in uno di quei posti che quando facevi le superiori e non conoscevi la realtà dei fatti credevi ti sarebbero spettati di diritto. Non funziona così, cresci e comprendi che avrai bisogno di adeguarti, che a differenza degli altri non potrai scegliere, non potrai procrastinare, non potrai rimanere a carico dei tuoi fino ai 35 anni. Il problema in Italia non sono quelli che rimangono a casa fino ai 35 anni, il problema sono le famiglie che non possono permettersi di mantenere un figlio fino ai 35 anni - non voglio dire che il primo caso sia piacevole, io credo che sia brutto, dico solo che quando sai che se non lavori il bilancio familiare ne risente e le bollette si accumulano è più brutto.

(Fine della digressione.)

Nessuna premessa figa, nessun cognome importante, nessun talento per il pianoforte. Ho studiato, ho lavoricchiato, sono una persona normale. Il colloquio, limpido e pulito. Ho le mie doti, certo, ma il mio è stato un colloquio assolutamente professionale, senza sovrastrutture di nessun tipo. Conoscenze, competenze, percorso di studi e, naturalmente, chi sono e che cosa desidero. Ciò che ho detto è piaciuto, sono risultata idonea e mi hanno presa.

Il mio titolo su Linkedin è Social media editor - che detta a soldoni per chi non ha voglia di andare su Wikipedia, è un qualcosa a metà tra il copywriter tradizionale (quello che ha inventato che certe cose succedono "Solo da Mc Donald's" , e che dobbiamo fare "L'amore con il sapore" - quello che è pagato per scrivere i testi del Pinguino Pino e Crai Crai spesa fantastica...) e il social media specialist (quello che ti gestisce contemporaneamente Twitter, Facebook e YouTube, li amministra e pubblica i contenuti, poi ne legge i dati e ti predice il futuro). Insomma, scrivo tutto ciò che va online sui social network di clienti nazionali e internazionali, controllo che non ci scrivano "Figli di maiala" e se ce lo scrivono cerco di capire perché e tento di risolvere il loro problema. Ecco, detta così è un po' riduttiva, ma vi basti sapere che è un lavoro bellissimo, dinamico e stimolante, e che ogni lettera e ogni immagine vengono valutate con cura e buongusto, sono a contatto con persone sveglie e interessanti, imparo un sacco di cose sul mondo della comunicazione e della pubblicità - un mondo interessante e creativo, il che conferma quanto io abbia avuto torto per i primi 22 anni della mia vita, e quanto torto avete voi che studiate Lettere e state leggendo questo post.

Sono capitata in questo mondo con leggerezza e quasi per caso, credevo mi avrebbero messa a fare i caffé invece in 6 mesi mi hanno dato una qualifica, un qualcosa che so fare, sono giovane e spaventata e inesperta e tutto quello che volete ma io qualcosa lo so fare, e qualcuno se ne accorgerà. Se ne sono accorti e ora ho un lavoro. Ed è un lavoro che mi piace. Tutto qui. 

Non c'è nessun lieto fine, non ho fatto i milioni e il mio fidanzato non è ancora passato col Cavallo Bianco per andare a figliare ed essere per sempre felici e contenti in qualche castello. Sono semplicemente una "Giovani e il mondo del lavoro", l'ennesima storia che per ora vede una luce in fondo al tunnel, perché sono anche un po' stanca dei servizi delle Iene in cui fanno vedere i "Giovani e il mondo del lavoro" che diventano ricchissimi e celebratissimi alla faccia di chi non ha avuto fiducia in loro, che producevano carta velina bellissima in un garage in provincia di Latina e adesso la loro carta velina la vendono in una boutique di Sydney a mille dollari al metro. Io sono contenta per quelli che ce la fanno in questi modi pazzeschi, meravigliosi ed entusiasmanti e mi rendo conto che un certo tipo di televisione è un mezzo atto a produrre esclusivamente contenuti che ricordino vagamente dei film, ma siamo su internet quindi penso che ci sia tutto il tempo di raccontare anche altre storie di "Giovani e il mondo del lavoro". Storie un po' più realiste, un po' più plausibili, storie in cui chiunque con un po' di cervello e buona volontà si possa riconoscere, possa magari imparare qualcosa, trarne non dico dei consigli ma almeno un pensiero da fare prima di mettersi a dormire. Insomma che non è che siccome "La Crisi" esistono solo quelli che si suicidano e quelli che fanno le scarpe a Donald Trump aprendo un negozio di cupcakes a Borghetto Santo Spirito, esistono anche tutti gli altri, esistono anche le loro storie un po' più noiose, un po' più plausibili, un po' più vicine.

Credo che queste storie siano moltissime, e a me andava di raccontarvi la mia.